L'ANALISI

Competenze, emergenza nazionale: ecco la strategia suggerita dall’Ocse

Il rapporto Ocse sulle competenze in Italia descrive un circolo vizioso e una spirale negativa che porta sempre più alla penalizzazione dei talenti e delle competenze. Per venirne fuori è utile la strategia proposta, in dieci punti, che deve avere come parole chiave l’e-leadership, i dati, e il massimo commitment politico

13 Ott 2017
Nello Iacono

Esperto processi di innovazione

europe

La prima settimana di ottobre ha visto la presentazione di tre rapporti sulla situazione italiana in ambito di sviluppo e di digitale, molto interessanti (mi riferisco al rapporto Ocse sulle competenze in Italia, all’anticipazione del rapporto Agi-Censis sulla cultura degli innovatori in Italia e al rapporto Ernst&Young sulle Smart City), e che credo possano spingerci ad una riflessione specifica (ancora) sul fronte delle competenze, sempre di più emergenza nazionale, e sulla capacità di governance multistakeholder, ancora molto carente nel nostro Paese.

La situazione

Come si legge nella presentazione, “lo Skills Strategy Diagnostic Report dell’OCSE sull’Italia afferma che il Paese incontra ad oggi maggiori difficoltà rispetto ad altre economie avanzate nell’attuare la transizione verso una società delle competenze prospera e dinamica”.

Dall’indagine dell’OCSE sulle competenze degli adulti (PIAAC) emerge il dato sempre più preoccupante per cui il 40% della popolazione adulta (oltre 13 milioni di adulti) ha scarse competenze in matematica, lettura e scrittura.

Un dato che converge con quello (dalla rilevazione della Commissione Europea in ambito di Agenda Digitale) che vede meno del 60% della popolazione in possesso di competenze digitali almeno sufficienti.

La gravità della situazione emerge con più evidenza se si considerano altre evidenze correlate: il rapporto Ocse sottolinea come l’Italiasia oggi incagliata in un “equilibrio di basse competenze” in cui la scarsa offerta di competenze è accompagnata da una scarsa domanda di competenze da parte delle imprese”. Se gli attori principali del mercato del lavoro non hanno competenze elevate e innovative allora il mercato del lavoro non chiede competenze elevate e innovative, allora la spinta a svilupparle è molto bassa. Le piccole aziende, in Italia, rappresentano oltre l’85% delle imprese e circa il 70% dell’occupazione. E i manager “di molte aziende a conduzione familiare non hanno le competenze necessarie per adottare e gestire tecnologie nuove e complesse”. Di conseguenza, “le remunerazioni dei lavoratori sono spesso più legate alla durata del contratto che ai risultati. Questo non incoraggia i lavoratori a utilizzare a pieno le loro competenze al lavoro e a investire nell’apprendimento di nuove competenze”.

Non solo, le scarse competenze dei manager (quelle di e-leadership) portano a una bassa valorizzazione delle competenze dei lavoratori, per cui si registra anche una situazione di loro sovra-qualificazione rispetto ai lavori svolti (e una spinta forte per una loro fuga all’estero). I dati: “una percentuale non trascurabile della forza lavoro ha competenze superiori a quelle necessarie per svolgere le mansioni richieste (11.7%) o è sovraqualificato (18%). Inoltre, circa il 35% dei lavoratori svolgono la loro attività in settori che non corrispondono ai loro studi. Circa un giovane italiano su quattro (tra i 15 e i 29 anni) non lavora, non studia né partecipa a un percorso di formazione (i cosiddetti NEET), la seconda proporzione più alta dell’OCSE”.

Pieno circolo vizioso e spirale negativa che fa rischiare l’avvitamento.

La carenza di competenze, con un ruolo sempre più pervasivo di quelle digitali, mina d’altra parte sia l’efficacia nella realizzazione dei servizi digitali (per carenze nel settore pubblico e nelle imprese) e di conseguenza la diffusione del loro utilizzo (resa difficile dalle scarse competenze della popolazione). Difficile leggere diversamente uno dei dati più significativi del “Rapporto sulla cultura dell’innovazione degli italiani” realizzato da Agi e Censis per Fondazione Cotec anticipato all’EY Digital Summit: è pari al 44,6% la percentuale di chi afferma di non aver fatto ricorso ai servizi online perché preferisce il rapporto diretto con l’operatore allo sportello.

La stessa carenza di governance e di coordinamento, in generale, uno dei problemi più rilevanti per consentire un reale cambiamento delle situazioni analizzate, che si rileva sia nel campo delle iniziative sulle competenze ma anche, ad esempio, su quello delle politiche per le smart city, fa pienamente parte degli effetti di una scarsa competenza di e-leadership.

È difficile, infatti, non legare le scarse competenze di e-leadership nel settore pubblico a uno degli aspetti più rilevati che mi sembra emerga dal rapporto 2017 di E&Y sulle Smart City, e cioè lo sviluppo disomogeneo, nelle città analizzate, rispetto ai diversi assi di sviluppo della smart city, con una crescita sostanzialmente per “silos verticali”.

Cosa fare

I dieci punti proposti dall’Ocse per lo sviluppo di una strategia nazionale sulle competenze (incluse quelle digitali, ormai pervasive e necessarie per tutti i lavori) sono senz’altro una base da cui partire, anche perché recepiscono i risultati di alcuni incontri con stakeholder pubblici e privati. Gli ingredienti principali sono visione organica e governance, il che significa, tra l’altro, pensare agli interventi in quadro d’insieme in cui per disegnare e sostenere la crescita socio-economica partecipano tutti gli attori dell’ecosistema dell’innovazione.

Nel dettaglio, questi i dieci punti, articolati in quattro pilastri:

  • primo pilastro – sviluppare competenze significative

    1. equipaggiare i giovani in tutto il Paese con competenze adeguate per l’apprendimento e le esigenze di lavoro e cittadinanza;

    2. incrementare l’accesso all’istruzione terziaria allo stesso tempo migliorando la qualità e la rilevanza delle competenze;

    3. sostenere lo sviluppo delle competenze degli adulti con basse competenze;

  • secondo pilastro – attivare la fornitura di competenze

    1. sostenere dappertutto lo sviluppo delle assunzioni e della fornitura di competenze;

    2. incoraggiare la partecipazione di donne, giovani e altri gruppi sottorappresentati attualmente nel mercato del lavoro

  • terzo pilastro: utilizzare le competenze in modo efficace

    1. fare miglior uso delle competenze nel lavoro;

    2. omogeneizzare le competenze per promuovere innovazione;

  • quarto pilastro: abilitare le condizioni per un sistema di competenze efficace

    1. rafforzare la governance e la partnership multilivello per migliorare i risultati sulle competenze;

    2. promuovere assessment e anticipazioni sulle competenze per ridurre la non corrispondenza tra offerta e domanda di competenze

    3. investire nel miglioramento delle competenze.

Per ciascuno dei dieci punti nel rapporto sono evidenziate le considerazioni degli stakeholder e le aree di azione raccomandate. Ne viene fuori una sorta di programma di interventi certamente molto utile per far sì che finalmente si avvii un programma nazionale per lo sviluppo delle competenze (in realtà nel 2014 è stato avviato da AgID, ma è finito poi, di fatto, su un binario morto) e che faccia perno sull’e-leadership (necessaria per il governo del cambiamento) e sull’utilizzo efficace dei dati (necessari per l’analisi delle esigenze e delle opportunità, oltre che per la programmazione).

Sarebbe utile, anzi, avviarlo rapidamente, riconoscendone lo stato di priorità.

L’Italia è anche uno dei Paesi Ocse dalla governance più frammentata (dietro soltanto alla Francia) e quello dove si registra la spesa più bassa sul sistema delle competenze a livello di governo sub-nazionale. Quando si parla di governance multilivello (nazionale-regionale-locale) e multistakeholder (istituzioni e amministrazioni, imprese, ricerca e università, associazioni civiche, finanza, ..) immediatamente si fa riferimento, pertanto, ad un ambito di per sé molto complesso e in Italia poco efficace. L’approccio necessario richiede capacità elevate e un’attenzione politica ai massimi livelli.

Per questa ragione il rapporto Ocse si sofferma sulla necessità di un coordinamento stabile a livello governativo che, come ho scritto più volte, non può che basare la propria efficacia di concretizzazione sul riconoscimento di una responsabilità nazionale, e su sistemi informativi che consentano la disponibilità di dati (utili per l’analisi e la programmazione degli interventi).

L’auspicio è che già da subito si realizzi quanto suggerito dal segretario generale dell’Ocse Angel Gurrìa, e cioè che si sviluppi “una conversazione nazionale su aspirazioni, asset e opportunità relative alle competenze”. Perché il successo, alla fine, dipende dal fatto che “tutti gli attori lavorino insieme per raggiungere l’obiettivo comune”.

Una rivoluzione semplice, da attuare subito. Con competenza e consapevolezza.

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