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La riflessione

Cosa significa essere umani se i robot prendono il nostro lavoro

Il rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro umano da un punto di vista sociologico porta a riflessioni sull’evoluzione futura dell’occupazione. I robot prenderanno davvero il posto degli uomini? Un baluardo sicuro sembrano le professioni dove si richiede assunzione di responsabilità

14 Feb 2019

Guido Vetere

Università degli Studi Guglielmo Marconi


L’Intelligenza artificiale è l’ultima tra le tecnologie con cui l’umanità facilita, integra o eroga il lavoro. L’automazione delle attività produttive non è certamente una novità, potendosi datare alla prima rivoluzione industriale, tuttavia l’Intelligenza artificiale è oggi vista da molti come lo sviluppo tecnologico che metterà la parola fine alla storia del lavoro umano.

Si tratta per lo più di sensazionalismi, ma la crescente capacità delle macchine di approssimare le facoltà cognitive e razionali, inclusa la comprensione del linguaggio, è destinata ad avere un grande impatto sulla società nel suo insieme. Di fatto, alcuni grandi cambiamenti portati dell’automazione nella cultura materiale sono già sotto i nostri occhi.

La nuova rivoluzione del lavoro

Intere classi di lavoratori, come i contadini o gli operai metalmeccanici, vengono lentamente prosciugate a causa del progresso tecnologico, prova ne sia la dissolvenza delle loro identità politiche (in questo, peraltro, l’IA c’entra poco). Tuttavia, una diffusa narrazione rappresenta oggi le tecnologie cognitive come un salto di qualità, un punto di non ritorno verso un futuro in cui il lavoro, come lo conosciamo oggi, non esisterà più.

Gli automi dovrebbero essere in grado, in un futuro non lontano, di rimpiazzare non solo lo Charlot operaio allucinato in Tempi Moderni, ma anche il Ragionier Fantozzi con tutta la sua tragicomica burocrazia. Chi è impegnato nelle catene di produzione manufatturiera è già oggi coadiuvato da colleghi robotici i cosiddetti cobot. Quanto agli impiegati di concetto, basti osservare la moria di filiali bancarie nelle strade delle nostre città. Recarsi in banca di persona è divenuta una rara evenienza, e pochi danno ancora del tu agli impiegati allo sportello. Tra qualche anno – questo almeno è l’auspicio – sarà lo stesso con gli uffici pubblici. La dematerializzazione documentale, l’identità digitale, l’automazione delle procedure amministrative sono tecnicamente possibili già da tempo, e sia pure con lentezza e difficoltà sono in progresso in tutti i Paesi sviluppati, incluso il nostro. L’IA porterà nei sistemi amministrativi la capacità di rendere il flusso di lavoro sempre più indipendente dall’intervento umano. Per vedere l’effetto occupazionale di questa trasformazione ci vorrà del tempo, ma è una questione di quando, non di se: il pubblico impiego non tornerà più ad essere quello di una volta.

I numeri e le previsioni

Studi e ricerche hanno fornito numeri impressionanti sui lavori a rischio nelle prossime due decadi. È difficile valutare l’accuratezza questo genere di previsioni, ma è chiaro che, sotto la spinta dell’IA, il lavoro umano sta divenendo dispensabile ad un ritmo incalzante. In questo processo, il perimetro della umana laboriosità sembra essere definito da quella che potrebbe chiamarsi responsabilità dell’interpretazione. Sappiamo che, per fare le veci degli esseri umani, gli automi devono interpretare (ad esempio, classificare) ciò che gli si presenta: immagini, testi, dati. Sia che si tratti di sistemi basati su capacità di apprendimento, sia che si tratti di ragionatori che operano con regole esplicite, le macchine si trovano a dover dare un senso all’informazione che gli viene fornita.

Questo conferimento di senso, per quanto possa essere diligentemente basato su esperienze pregresse o regole accurate, è sempre un atto semiotico, cioè un passaggio dal significante (il dato) al significato (il classificatore) che, nelle umane vicende, ha sempre un grado piccolo a piacere ma mai nullo di arbitrarietà. La ricerca sull’IA oggi si affanna a fornire spiegazioni di questo tipo di atti semiotici nel caso in cui vengano prodotti dagli automi. Per quanto riguarda i moderni sistemi basati su apprendimento automatico la cosa non è affatto banale, ma non è questo il punto. Il punto è che mentre l’essere umano è responsabile delle proprie decisioni, per quanto aleatorie possano essere, l’automa non lo è. Cosa significhi essere responsabili delle proprie decisioni è tema che esula dallo scopo di questo contributo, ma qualsiasi cosa significhi la locuzione, è chiaro che possiamo chiamare in tribunale un autista che abbia causato un incidente o un medico che abbia sbagliato una diagnosi, ma non potremmo verosimilmente vedere sul banco degli imputati i loro eventuali sostituti automatici.

L’analisi quantitativa

Nel ridotto dell’umana laboriosità troveranno quindi posto tutti gli impieghi che richiedono un’assunzione di responsabilità. Certamente, e per motivi analoghi, ci sarà ancora spazio per tutte le attività che richiedono una comprensione profonda del linguaggio: tale comprensione è e resterà sempre, in qualche misura, un fatto umanamente creativo. Per quanto l’Intelligenza artificiale possa aiutare ad orientarsi nelle selve della legislazione e della giurisprudenza, molto difficilmente (si spera) avremo, ad esempio, tribunali automatici. Vi saranno poi i lavori dispensabili, per lo più legati alle arti, sebbene non manchino applicazioni anche interessanti di creatività automatica. Infine, avremo ovviamente l’economia di chi sviluppa sistemi di automazione, almeno finché le macchine non avranno imparato a programmarsi da sole, cosa che tuttavia in alcuni casi è meno lontana di quanto possa sembrare.

Se l’analisi qualitativa dell’automazione del lavoro è in qualche modo praticabile, è molto difficile fare oggi previsioni quantitative accurate sul futuro dell’occupazione: molto dipenderà dalla capacità politica di favorire o attuare processi di redistribuzione del valore prodotto dalle macchine. In fondo alla traiettoria della fine del lavoro si profila comunque lo spettro dell’ozio. Ne ammoniva già Montale nel suo Auto da fé (1966): il lavoro non è solo una fonte di reddito, è una dimensione antropologica ed esistenziale di cui non è chiaro come potremo rinunciare, a meno che non sia vero quello che il poeta profetizzava.

L’uomo dell’avvenire dovrà nascere fornito di un cervello e di un sistema nervoso del tutto diversi da quelli di cui disponiamo noi, esseri ancora tradizionali, copernicani, classici.

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