Una macchina avrà mai "coscienza"? Lo stato del dibattito - Agenda Digitale

tecnologia e filosofia

Una macchina avrà mai “coscienza”? Lo stato del dibattito

Non è detto che la creazione di un sistema di intelligenza artificiale che ricalchi in modo assolutamente fedele la mente, con comportamenti indistinguibili da quelli di un essere umano, assicuri la riproduzione delle sensazioni e della “coscienza”. Il dibattito però è aperto e acceso

19 Mar 2021
Andrea Fedeli

Co-Fondatore del think-tank AWARE

Photo by Yeshi Kangrang on Unsplash

Una macchina, o meglio un computer, seppur con capacità di calcolo ad oggi probabilmente ancora inimmaginabili, riuscirà a prendere coscienza di sé stessa?

Su questo quesito si è sviluppato, negli anni, un dibattito che vede coinvolte parti contrapposte su diverse sfumature, in base allo specifico argomento di discussione.

Sono numerosi i contributi elaborati da ingegneri, filosofi e innovatori sull’argomento, ma nelle prossime righe ci si concentrerà brevemente sulle teorie proposte da due filosofi Usa impegnati da anni in ricerche legate al funzionamento della mente umana, che hanno proposto posizioni e considerazioni assai divergenti e rispettivamente riconducibili a due fazioni opposte, quella dei funzionalisti e dei naturalisti biologici: Daniel Dennett e John Rogers Searle.

Le posizioni

Prima di tutto è necessario offrire una definizione di coscienza: essa è la “consapevolezza che il soggetto ha di sé stesso e del mondo esterno con cui è in rapporto, della propria identità e del complesso delle proprie attività interiori”.

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Quindi, tornando alla domanda iniziale, è possibile che una macchina prenda coscienza di sé stessa? Prendendo in esame le posizioni, contrapposte, sull’argomento, è possibile, innanzitutto, distinguere tra:

  • tecnoscettici, che sostengono che il digitale stia modificando in peggio i nostri cervelli, e i cosiddetti tecnottimisti, ossia coloro che sono convinti “che la tecnologia e i tecnologi stiano costruendo il mondo nuovo”[1], riconducibili al movimento filosofico-culturale del “transumanesimo”[2].

Tra questi, è possibile operare un’ulteriore distinzione riguardo gli sviluppi dell’intelligenza artificiale e, in particolare, in relazione al concetto di coscienza: da un lato, vi sono i funzionalisti, ossia coloro “secondo cui gli eventi o stati mentali (credenza, desiderio, volizione, ecc.) sarebbero qualificati da funzioni, ossia da ruoli operazionali, anziché da una specifica costituzione materiale”[3]; dall’altro, i naturalisti biologici, ossia coloro “secondo cui la coscienza, e i fenomeni ad essa legati (intenzionalità, soggettività, intelligenza, ecc.), è un fenomeno biologico”[4].

In pratica i primi affermano che le funzioni mentali possono essere scomposte in operazioni di calcolo, i secondi affermano che il nostro sistema nervoso e neurologico è molto più complesso. In questo dibattito tra posizioni, è possibile collocare le posizioni di Dennet e Searle.

Funzionalisti

Nonostante l’impegno della ricerca tecnologica nel tentativo di costruire modelli computazionali quanto più simili, e funzionanti, alla mente umana, sulle cui ricerche si sono dedicati in particolare coloro che appartengono al connessionismo – che si pone lo scopo di emulare la fisiologia del cervello degli esseri viventi (umani e animali) e delle sue cellule nel tentativo di riprodurne il funzionamento, l’intelligenza e le facoltà cognitive – nonostante la creazione di supercomputer come “Summit” la cui velocità è di 200 petaflop, ossia 200 milioni di miliardi di calcoli al secondo, la ricerca non ha ancora offerto la possibilità di riprodurre il funzionamento del cervello umano.

I tecnottimisti funzionalisti come Dennett, ispirandosi alle scienze cognitive, sostengono che il cervello sia un calcolatore che elabora delle informazioni attraverso le funzioni mentali, le quali possono essere ridotte a calcoli: questo approccio, detto anche computazionale, è utilizzato per spiegare le abilità percettive e cognitive come l’attenzione e la memoria.

Se si partisse da questo assunto, allora, considerando ogni attività cerebrale come il risultato di un calcolo, al pari andrebbe considerata anche la coscienza, che diventerebbe pertanto artificialmente replicabile. I tecnottimisti, seppur speranzosi, sanno che questo è ancora solo un obiettivo, ma loro convinzione li pone in una posizione di attesa di tempi migliori, in cui la scienza sarà in grado di elaborare un’IA altamente sofisticata e al contempo sarà possibile utilizzare dei materiali artificiali per riprodurre le funzioni neuronali, giungendo così prima o poi ad un’Intelligenza Artificiale cosciente.

Naturalisti biologici

Al contrario, i naturalisti come Searle si dimostrano fortemente critici nei confronti dell’IA forte e della possibilità che sistemi basati sulla stessa possano prendere coscienza di sé. Seppur non negando la possibilità di costruire una macchina “pesante” costituita di materiali diversi da quelli organici (e pertanto artificiali), la tesi naturalista si pone alcuni interrogativi critici: “una macchina può pensare semplicemente in virtù del fatto che esegue un programma per calcolatori?”[5]

È sufficiente progettare il giusto programma per dar vita ad una mente? Searle, nel provare a rispondere, si pone in una posizione di assoluta negazione di tale possibilità, in quanto un programma è un’elaborazione solamente sintattica di informazioni, mentre la mente svolge delle funzioni semantiche[6]. Inoltre, egli sostiene che non basta soffermarsi sulla componente software, ma bisogna concentrarsi anche sull’hardware, considerando che la struttura del cervello e i processi neurobiologici ad esso collegati sono i fattori che determinano la realizzazione delle funzioni mentali.

Pertanto, supponendo che tali funzioni non sia esclusive della mente umana, affinché una macchina possa essere considerata pensante e cosciente, sarebbe necessario che essa sia “in grado di causare ciò che causano i cervelli[7]. Lo svolgimento di attività intelligenti, come i calcoli o la risoluzione di problemi, non determina automaticamente anche la capacità di un sistema di essere consapevole di ciò che sta svolgendo.

Il rischio della “singolarità”

Osservando questo confronto dal punto di vista più neutrale di Susan Schneider, professoressa di Filosofia della mente e Filosofia delle scienze cognitive presso l’Università del Connecticut, nonostante lei stessa si autodefinisca transumanista, si pone in una posizione di equidistanza dagli approcci poc’anzi riportati. Non basta riflettere sulla possibilità che un’intelligenza artificiale possa disporre di una coscienza o meno, ma è necessario interrogarsi anche sulla desiderabilità di questo eventuale risultato, ossia della convenienza per gli esseri umani, tenendo conto degli aspetti etici e del fatto che, ad oggi, è pressoché impossibile prevedere come una macchina utilizzerebbe una propria coscienza[8]: “le IA […] dovrebbero essere esaminate in ambienti limitati e controllati, alla ricerca di segni di coscienza”[9].

Il transumanesimo sostiene che ci stiamo rapidamente avvicinando a una “singolarità tecnologica”, ossia un punto in cui l’IA supererà di gran lunga l’intelligenza umana e sarà in grado di risolvere problemi che noi prima non eravamo in grado di risolvere, con conseguenze imprevedibili per la civiltà e la natura umane[10]: per quanto improbabile, questa considerazione appare possibile e non è detto che una tale situazione si presenti in modo repentino e palese, ma potrebbe costituire un processo, magari già in corso, per il quale il mondo non cambierà dalla sera alla mattina. Pertanto, bisogna aprirsi alla considerazione che potremo non essere più gli esseri più intelligenti del pianeta: le più grandi intelligenze sulla Terra potrebbero essere sintetiche.[11]

Come la macchina ci trasforma: l’approccio post-umanista per capire il presente

Considerazioni finali

Partendo dal presupposto che sia necessario considerare l’innegabilità degli aspetti positivi dell’evoluzione tecnologica e digitale, senza sottovalutarne però le conseguenze sociali, relazionali e le implicazioni etiche, è auspicabile augurarsi che riusciremo a elaborare dei sistemi di intelligenza artificiale sempre più sofisticati, che permettano di avvicinarsi maggiormente alla riproduzione della mente umana.[13]

Per raggiungere tale risultato però, è necessario prima compiere maggiori passi avanti nella conoscenza del funzionamento del nostro cervello.

Ma studi più approfonditi in questo senso, è probabile che non individueranno tutte le informazioni necessarie per costruire una coscienza artificiale: bisogna, infatti, anche considerare la soggettività della percezione di sé e del contesto (mondo) in cui viviamo, tenendo conto delle differenti associazioni che ogni individuo compie nel collegare espressioni linguistiche a determinate sensazioni emozionali.

Non è detto che la creazione di un sistema che ricalchi in modo assolutamente fedele la mente, con comportamenti indistinguibili da quelli di un essere umano, assicuri la riproduzione delle sensazioni, le quali sarebbero decontestualizzate dal complesso sistema di stimoli biorganici che appartengono alla stretta (inter)relazione tra il corpo e le attività cerebrali, la mente[14].

Bibliografia e note

  1. Mancini M., Silicon Valley: la religione del tecno-ottimismo, Medium, https://marioxmancini.medium.com/silicon-valley-la-religione-del-tecno-ottimismo-e9c8e3e43592
  2. “Julian Huxley ha coniato il termine «transumanesimo» nel 1957, scrivendo che nel prossimo futuro «la specie umana sarà sulla soglia di un nuovo tipo di esistenza, diversa dalla nostra esistenza attuale quanto quest’ultima è differente dall’uomo di Pechino». Il transumanesimo sostiene che la specie umana è ora in una fase relativamente acerba e che la sua evoluzione verrà alterata dallo sviluppo delle tecnologie.”, Schneider S., Artificial You, Il Saggiatore, 2020.
  3. Fini M., Milani P., INTELLIGENZA E COSCIENZA, L’IA tra Searle e Dennett. Sviluppi dell’Intelligenza Artificiale, cit.
  4. Ibidem.
  5. Searle J. R., La mente è un programma?, in www.neuroingegneria.com
  6. Searle J. R., Il mistero della coscienza, Raffaello Corina Editore, Milano 2004.
  7. Ibidem.
  8. Mazzocco D., I cervelli artificiali hanno iniziato a pensarsi?, Singola.net, https://singola.net/pensiero/quando-i-cervelli-artificiali-iniziano-a-pensarsi-intelligenza-artificiale-e-coscienza
  9. Schneider S., Artificial You, Il Saggiatore, 2020.
  10. Ibidem.
  11. Ibidem.
  12. Fini M., Milani P., intelligenza e coscienza, L’IA tra Searle e Dennett. Sviluppi dell’Intelligenza Artificiale, s.d., https://core.ac.uk/download/pdf/187783656.pdf
  13. Cfr. Marino D., L’intelligenza artificiale. Saga fantascientifica o realtà scientifica?, Rubbettino, 2020.
  14. Cfr. Fini M., Milani P., Intelligenza e coscienza, L’IA tra Searle e Dennett. Sviluppi dell’Intelligenza Artificiale, cit.
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