Cari no-mask, ma lo Stato di sorveglianza c'era ben prima del covid | Agenda Digitale

la riflessione

Cari no-mask, ma lo Stato di sorveglianza c’era ben prima del covid

Da più parti si accusa lo Stato di diventare stato di polizia e dittatura e ci si ribella all’uso della mascherina, al controllo e al tracciamento sanitario, dimenticando che tutti noi, tutti i giorni, in ogni momento della giornata ci facciamo profilare, che siamo noi stessi ad alimentare il sistema della sorveglianza

26 Ott 2020
Lelio Demichelis

Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria

Photo by engin akyurt on Unsplash

Contagi e terapie intensive tornate a crescere esponenzialmente. E più morti. E il sistema sanitario che va in crisi. La pandemia non molla la presa. Il governo è intervenuto di nuovo, con un parziale lock-down/coprifuoco. “La gente è stanca”, aveva detto il premier Conte, al quale però è facile replicare: “Meglio stanchi che morti”.  Eppure, per molti non è così, e l’irresponsabilità diventa di moda. Scriveva Andrea Galli sul “Corriere della sera” del 18 ottobre scorso, narrando dei bar di Milano (città che è uno degli epicentri della nuova ondata): “… dominante è ormai la voglia di ribellarsi sempre e comunque, arriva gente da casa con le bottiglie per improvvisare bivacchi con gli amici… Come se non ci fosse un domani, come se anche questo sabato 17 ottobre (634 nuovi contagi), fosse semplice, innocuo passato”. A sua volta, lo stesso giorno, Massimo Giannini, direttore de “La stampa” e ricoverato in terapia intensiva, scriveva: “Ci siamo dimenticati di tutto. Le bare di Bergamo, i vecchi morenti nelle Rsa…” e puntava il dito contro “il solito scaricabarile italiano. Dove tutti ci crediamo assolti e invece siamo tutti coinvolti”. Mentre le funivie di Cervinia si intasavano di sciatori, ovvero: meglio morti felicemente, che vivere senza divertimento.

D’altra parte – mentre a Napoli si scatena la ribellione fascio-camorrista (sfruttando populisticamente la disperazione di molti) – “No alla dittatura sanitaria” avevano gridato negazionisti, neofascisti, antigovernativi, anti 5G e altra varia dis-umanità in piazza a Roma lo scorso 10 ottobre nella “marcia della liberazione” (sic!). Una manifestazione no-mask in nome della democrazia e della libertà dove scarsa però – o meglio: inesistente – era la cultura politica e la consapevolezza di cosa siano la libertà e la democrazia e che cosa sia, a contrario una dittatura. Con alcuni partecipanti arrivati a definire le mascherine un feticcio, senza sapere cosa sia un feticcio e cosa sia il feticismo.

Gli effetti collaterali del Covid-19

Tra gli effetti collaterali del Covid dobbiamo quindi ora anche aggiungere un blackout mentale diffuso: un fenomeno in realtà non solo italiano e che coinvolge pure i massimi vertici del potere. La manifestazione di Roma avveniva infatti mentre il NYT pubblicava la notizia che la Casa Bianca, il mese scorso aveva bloccato un provvedimento – pur approvato dal ministero della Sanità americano – che avrebbe reso obbligatorio l’uso della mascherina su tutti i mezzi di trasporto pubblici e privati negli Stati Uniti. La Casa Bianca, cioè il presidente Donald Trump – che afferma di voler salvare gli States dal socialismo (sic!). Trump e il Partito repubblicano – come ha scritto il premio Nobel per l’economia, Stiglitz – che “in questi anni hanno innalzato a nuove vette la violazione delle regole, danneggiando quelle istituzioni che dovrebbero difendere”. Le istituzioni – e la salute dei cittadini. E questa sarebbe una democrazia, modello per il mondo intero?

Il Covid-19 sta dunque uccidendo non solo le persone, ma anche il concetto e il significato di libertà e di democrazia e quei principi basilari (i diritti ma anche doveri versi gli altri, la convivenza e il rispetto degli altri, il senso di responsabilità e la consapevolezza del proprio agire) che ne sono il fondamento. Trump e oggi i negazionisti/sovranisti/populisti sono i nipotini del neoliberismo e di Margaret Thatcher, per la quale la società non esiste, esistono solo gli individui. Per cui oggi – per una logica di causa-effetto e di egemonia nichilistica del neoliberalismo – decadiamo anche nel “Me first” (senza mascherina), gli altri muoiano pure, tanto prima o poi (Bolsonaro) tutti dobbiamo morire. Ovvero, quel neoliberalismo che Michel Foucault definiva come biopolitica si rovescia in (è la sua essenza) tanatopolitica, producendo morte (anche la crisi climatica lo è) invece di immunizzare la vita (“Nascita della biopolitica”, Feltrinelli).

La mascherina come nuovo ‘dispositivo mobile’

In realtà la mascherina non è un feticcio, non limita la mia libertà di espressione e soprattutto non è una museruola. È un modo per rispettare la libertà degli altri senza limitare la mia. Esprime senso di solidarietà e di responsabilità – e di cura – verso gli altri. Consideriamolo allora un dispositivo mobile di altra natura. Che non crea dipendenza ma responsabilità, mentre siamo certamente dipendenti da uno smartphone e dalla dittatura di un algoritmo e più limitati nella nostra libertà da tutte le app e da tutti i cookies da cui siamo sommersi.

Si accusa invece lo stato di diventare stato di polizia e dittatura e ci si ribella al controllo e al tracciamento sanitario o alla chiusura dei ristoranti, dimenticando che tutti noi, tutti i giorni, in ogni momento della giornata ci facciamo profilare, ovvero tracciare, ovvero spiare, ovvero catalogare per gruppi standard di comportamento (e di pianificazione del nostro comportamento) da imprese private per il loro profitto (ma la chiamiamo condivisione); o che spiano i loro dipendenti diretti, come il caso (last but not least) della multinazionale dell’abbigliamento H&M, multata in Germania per 35 milioni di euro per avere effettuato “ampie registrazioni della vita privata dei dipendenti, tra cui diagnosi sulla salute, situazioni familiari, credenze religiose”: questa sì che è violazione della libertà individuale e della democrazia.

E feticcio non sono le mascherine, semmai lo sono appunto i social, gli smartphone, la stessa parola smart. E dittatura è appunto quella degli algoritmi, cui deleghiamo tutta intera la nostra vita, le nostre valutazioni, le nostre decisioni, l’organizzazione del lavoro, con la biopolitica che diventa (come avevamo scritto già nel 2008), “Bio-tecnica” (Liguori). E autoritarismo è sempre più quello della Silicon Valley (intesa come luogo simbolico/metaforico del mondo digitale/digitalizzato e del biopotere del tecno-capitalismo), davanti alla quale non riusciamo nemmeno a introdurre una decente web tax, mentre essa si impone autoritariamente sulle nostre vite con il potere delle situazioni di fatto e di un nuovo che non si deve fermare, neppure quando mette a rischio libertà e democrazia.

Stato di polizia o Economia (o Impresa) di polizia

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Certo, dallo scoppio della pandemia ad oggi, molti sono stati – e continuano giustamente ad essere ripetuti – gli allarmi per il pericolo che i governi, soprattutto in Asia, accentuino l’autoritarismo e il controllo sulla vita della popolazione (ma non dimentichiamo Edward Snowden e le sue accuse alla Nsa statunitense…). Amnesty International ha scritto: “The Chinese government has spent years developing technologies that facilitate intrusive mass surveillance. We fear the government will use the pandemic as an excuse to normalise and push forward a range of surveillance measures”.

Una recente analisi del Guardian ha messo poi nuovamente sul tavolo il problema e ha rilanciato il timore di molti risk analysts secondo i quali “extreme measures and unchecked powers” possano diventare permanenti, con un impatto gravissimo e pesantissimo “on the rights and privacy of millions of people”.

Anche la London School of Economics si è occupata di “Civil Liberties in Times of Crisis”, in una Lecture dentro al suo ciclo di eventi e discussioni su Covid e post-Covid – che ha anche avviato il nuovo Hayek Programme della stessa LSE: generando tuttavia il paradosso per cui si discute di libertà civili richiamandosi a un autore, von Hayek, che a suo tempo è stato mentore e ideologo della neoliberista illiberale e anti-sociale Margaret Thatcher e, prima ancora, dell’applicazione delle sue teorie (e di Milton Friedman) al Cile post-golpe di Pinochet del 1973. Sì, perché – lo ricordiamo ancora una volta – il neoliberalismo è una ideologia finalizzata a produrre l’incessante adattamento dell’individuo e delle società alle esigenze della rivoluzione industriale (che vengono prima dei diritti umani e prima della democrazia), anche grazie a una dittatura o comunque prescindendo dalla o aggirando la democrazia, le Costituzioni (come in Italia) e rimuovendo progressivamente i diritti sociali (che sono invece parte fondativa dei diritti politici e civili), per poter sovrapporre/sussumere l’ordine del mercato alle istituzioni e agli individui. Che è quanto di più illiberale e autoritario vi possa essere in termini di esercizio del potere (del biopotere). Ma dentro questa normalità autoritaria neoliberale viviamo appunto da più di tre decenni, senza avere nulla da obiettare. E anzi, oggi qualcuno sogna di fare anche in Italia una rivoluzione neoliberale (sic!) – senza vedere che ci siamo già dentro appunto da oltre tre decenni e dovremmo piuttosto sperare di uscirne in fretta per evitare che faccia altri danni a società e ambiente.

Cos’è il controllo

Per provare a capire perché l’autoritarismo è negli stati autoritari, nelle democrazie illiberali alla Orban e alla Trump, ma anche nelle imprese e nel mercato e nella tecnica come sistema; per provare a capire cosa minaccia davvero oggi la democrazia, ripartiamo dal concetto di controllo.

Scriveva sempre Michel Foucault negli anni ’70 in “Sorvegliare e punire” (Einaudi) – forse il suo libro più famoso, fondamentale per chiunque voglia capire come funzionano le tecnologie del potere – riferendosi (nelle righe che seguono) all’organizzazione del lavoro (ma il meccanismo si replica ovunque): Se nelle prime manifatture il controllo era esercitato da sorveglianti esterni, incaricati di far rispettare i regolamenti, nei grandi opifici e nelle fabbriche venute poi “si trattava di applicare un controllo intenso e continuo, che corre lungo tutto il processo di lavorazione; non verte solo sulla produzione ma anche sull’attività degli uomini, il loro savoir-faire, il loro modo di comportarsi, la prontezza, lo zelo, la condotta. (…) Nella misura in cui l’apparato di produzione diviene più importante e più complesso, aumentando il numero degli operai e la divisione del lavoro, i compiti di controllo divengono più necessari e più difficili. Sorvegliare diventa allora una funzione precisa, che deve essere parte integrante del processo di produzione; lo deve doppiare in tutta la sua lunghezza. Diviene indispensabile un personale specializzato, costantemente presente e distinto dagli operai. (…) La sorveglianza gerarchizzata, continua e funzionale non è, senza dubbio, una delle grandi invenzioni tecniche del secolo XVIII, ma la sua più insidiosa estensione. Grazie ad essa, il potere disciplinare diviene un sistema integrato, legato dall’interno all’economia. Esso si organizza come un potere multiplo, automatico e anonimo; perché (…) il suo funzionamento è quello di una rete di relazioni dall’alto al basso, ma, anche, fino a un certo punto, dal basso verso l’alto e collateralmente. Questa rete fa tenere l’insieme e lo attraversa integralmente con effetti di potere che si appoggiano gli uni sugli altri e funziona come un meccanismo”.

Un potere assolutamente indiscreto (è dappertutto e tutto vuole controllare), ma anche assolutamente discreto (funziona sempre e comunque, in silenzio, senza farsi vedere e senza essere evidente). È un potere multiplo, automatico e anonimo (oggi enne volte più potente grazie alla rete e alla nostra familiarità – una servitù volontaria soft – con la tecnica che pure ci controlla indiscreta e discreta come non mai): sempre più dal basso verso l’alto, cioè verso il Big Data, ma anche orizzontalmente/collateralmente, grazie al nostro condividere e ai nostri like e alla nostra ricerca compulsiva di followers; ma è un potere – soprattutto – ancora di più integrato nel funzionamento dell’economia capitalistica e tecnica o comunque industriale. E se oggi la produzione e il consumo e la generazione di dati sono eseguiti individualmente ma nella fabbrica diffusa e integrata chiamata appunto rete, per l’organizzazione è essenziale che il controllo sia praticato integralmente sull’intero processo di messa al lavoro/ingegnerizzazione delle vite umane, quindi su ogni nodo della rete, su ogni like, su ogni selfie. Per accrescere la performance di ciascuno, cioè la sua produttività (più dati, più like…più profitti).

Il controllo per accrescere la performance di ciascuno

Ovvero, stiamo tutti collaborando a produrre una economia e una tecnica di polizia, dove il controllo è incessante e continuo e crescente perché appunto funzionale a far funzionare gli individui in accordo con il sistema, disciplinandoli e controllandoli, adattandoli appunto alle esigenze della rivoluzione industriale e della divisione del lavoro nella sua nuova fase chiamata digitale/digitalizzazione. Ancora Foucault: “è un controllo normalizzatore, una sorveglianza che permette di qualificare, classificare, punire” – come fanno appunto ancor di più oggi, rispetto ai tempi analizzati da Foucault, gli algoritmi e il management algoritmico di imprese e piattaforme. “Coloro sui quali si esercita il potere tendono ad essere sempre più individualizzati, analizzati, misurati, comparati, premiati/sanzionati. L’uomo si fa calcolabile da parte di un potere quasi inavvertibile e impersonale”. Ma questa calcolabilità dell’uomo – possibile solo attraverso il suo controllo e la sua incessante misurazione-valutazione-standardizzazione-omologazione, grazie anche alla sua riduzione a capitale umano e a nodo di una rete – è nell’essenza della ragione strumentale/calcolante-industriale che fonda e riproduce il tecno-capitalismo. Il controllo è appunto sempre quello descritto da Foucault, può cambiare nelle tecniche utilizzate (oggi i dati via digitale, ieri i sorveglianti o i portieri dei condomini al tempo del fascismo), ma resta sempre uguale nella sua essenza: la totale sfiducia nell’uomo e nella sua capacità di essere responsabile e libero: con l’aggravante, oggi, che noi tutti collaboriamo a costruire questa economia di polizia.

E non stiamo oggi assistendo a un boom di app aziendali per controllare/spiare i dipendenti in smart-working?

Aveva scritto John Lanchester (“Internazionale” nr. 1222/2017): “L’opzione condividi su Facebook traccia ogni utente del social network, che ci clicchi sopra o no. Dato che l’icona di Facebook è praticamente onnipresente in rete, Facebook mi vede sempre, dappertutto. (…). Di fatto, Facebook è la più grande azienda di pubblicità e di sorveglianza nella storia dell’umanità. (…) È incredibile che le persone non lo abbiano ancora capito”. D’altra parte, il nuovo articolo 4 dello Statuto dei lavoratori (modificato dal JobsAct) prevede che non sia soggetto ad accordo sindacale né ad autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro, l’utilizzo di strumenti che possano comportare controllo a distanza nel caso in cui siano utilizzati dal lavoratore (meglio: imposti al lavoratore) per rendere la propria prestazione di lavoro. Appunto, autoritarismo d’impresa.

Che è cosa ovviamente (radicalmente) diversa dal tracciamento a scopo sanitario o dalla chiusura dei ristoranti decisa dal governo, che è un potere esplicito ed evidente, finalizzato alla tutela della salute collettiva.

Oggi cambia tutto. Forse

Secondo David Lyon – uno dei massimi analisti del tema della sorveglianza e autore di molti saggi sull’argomento (come “Massima sicurezza”, Cortina; “La società sorvegliata”, Feltrinelli e un libro-dialogo con Zygmunt Bauman: “Sesto potere”, Laterza) – oggi saremmo entrati in una nuova dimensione del controllo. Perché – scrive nel suo ultimo saggio tradotto in italiano: “La cultura della sorveglianza. Come la società del controllo ci ha reso tutti controllori” (Luiss) – oggi non vi è più bisogno di un Grande Fratello/Panopticon che ci sorvegli e punisca all’occorrenza, posto che siamo noi stessi ad alimentare il sistema della sorveglianza. È appunto la cultura della sorveglianza. Dove “non soltanto essere osservati, ma anche osservare è diventato uno stile di vita”. E “l’espansione delle infrastrutture dell’informazione e la nostra dipendenza sempre più accentuata dal digitale nelle relazioni comuni ha facilitato tutto questo”, noi da tempo ingegnerizzati a rinunciare a quell’elemento base della libertà che si chiamava privacy in nome del “se non avete nulla da nascondere, non avete nulla da temere” – un abilissimo slogan di marketing tecno-capitalista (di capitalismo estrattivo), per poter estrarre impunemente dati e informazioni dalla vita di tutti e realizzare profitto privato.

Verso il controllo tecno-capitalista ci comportiamo come nel romanzo “Il cerchio” (Mondadori), di Dave Eggers – citato e analizzato anche da Lyon – dove la protagonista Mae adotta con crescente entusiasmo “ciascuna tecnologia di trasparenza totale, convinta che la privacy sia un furto e che il desiderio di essere visti sia naturale, una prova della propria esistenza”. Mentre si scende in piazza e si bruciano cassonetti contro il governo, ma si tace contro il presidente di Confindustria che vuole libertà di licenziamento.

Conclusioni

Temere l’autoritarismo di stato attraverso la scusa del Covid-19 diventa allora una grande ingenuità se prima non usciamo da questo nostro voler essere trasparenti; se non smettiamo di confondere mascherine con museruole; se non capiamo che volendo/dovendo essere trasparenti assecondiamo quel potere tecno-capitalista che invece è – e vuole restare – opaco, opacissimo e molto indiscreto (e molto autoritario). Che non nasce oggi nella cattivissima Cina, ma che è ovunque e da tempo attorno a noi – sicuramente dalla rivoluzione industriale.

Sempre ricordando che la tecnica – intesa come sistema tecnico e come razionalità strumentale/calcolante-industriale – ha il controllo nella sua “essenza”. Pensare di avere più tecnologia e insieme meno controllo è come credere alle favole.

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