Un lavoro che prima richiedeva un mese oggi ne richiede tre giorni. Me lo racconta uno dei tanti sviluppatori che incontro in un caffè nel distretto finanziario di Hyderabad, la città più tecnologica dell’India. Fino a poco tempo fa la sua giornata cominciava con la lettura di manuali, specifiche e documentazione tecnica, e solo dopo settimane arrivava il momento di mettere mano al progetto.
«Prima per portare a termine un lavoro dovevo leggere decine di documenti e mi serviva magari un mese», spiega nel podcast “India IA, il più grande laboratorio del futuro”, che ho realizzato per RaiPlay Sound. «Oggi – aggiunge – per lo stesso compito mi basta un decimo del tempo: ho cinque agenti di intelligenza artificiale che lavorano al posto mio, pianificano gli impegni, parlano con i clienti anche se sono impegnato».
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Dagli sviluppatori agli orchestratori: l’AI cambia il lavoro in India
Il suo mestiere ha spostato il baricentro. Passa meno tempo a produrre righe di codice e molto di più a distribuire compiti tra i suoi agenti, a fornire loro il contesto giusto, a controllare quello che restituiscono. Tra i suoi colleghi la parola che ricorre è orchestrazione.
«La cosa principale è che adesso noi sviluppatori possiamo concentrarci di più sulla direzione e sulla strategia», dice un altro programmatore incontrato nella stessa zona. Un terzo allarga il ragionamento all’intero settore: «L’epoca in cui venivano assunte migliaia di persone per svolgere compiti basilari è finita. Le macchine si occupano delle operazioni più ripetitive e pesanti, gli esseri umani sono chiamati a dare il contesto e la direzione. Il talento si sta ricollocando».
Tre voci raccolte in pochi isolati descrivono bene che cosa sta succedendo all’industria tecnologica indiana. Il Paese che per decenni ha scritto il software del resto del mondo sta riconvertendo i propri ingegneri, e lo fa mentre il modello economico che li aveva resi indispensabili comincia a scricchiolare.
AI e lavoro dei programmatori in India: la crisi dell’outsourcing
Per capire la portata del cambiamento bisogna ricordare come era organizzato il sistema. Le grandi aziende occidentali affidavano a società indiane manutenzione, testing, assistenza, migrazioni di sistemi, back office e sviluppo. Ogni commessa veniva scomposta in migliaia di compiti e distribuita a migliaia di persone. Più lavoro significava più ingegneri, e più ingegneri significavano più fatturato.
TCS, Infosys e Wipro sono diventati colossi mondiali grazie a questa macchina organizzativa. Il loro vantaggio si reggeva su competenze tecniche solide, sulla lingua inglese, su un fuso orario che permetteva di lavorare mentre l’America dormiva e, soprattutto, su una disponibilità enorme di laureati pagati meno dei colleghi occidentali.
L’intelligenza artificiale generativa ha cominciato a erodere proprio la base di questa piramide, cioè le attività ripetitive e standardizzate dove si concentrava la maggior parte degli addetti.
Lo scenario dei milioni di programmatori sostituiti da un chatbot circola molto nei talk show, ma i numeri descrivono qualcosa di più graduale. Secondo NASSCOM, l’associazione delle imprese tecnologiche indiane, nell’anno fiscale 2026 il settore dovrebbe superare i 315 miliardi di dollari di ricavi, con una crescita del 6,1%, e arrivare a circa 5,95 milioni di occupati, 135 mila in più dell’anno precedente. L’industria continua quindi a crescere.
L’occupazione però aumenta solo del 2,3%, e il divario tra fatturato e personale comincia ad allargarsi. La stessa NASSCOM segnala il passaggio dai contratti basati sugli FTE, le persone fatturate al cliente a tempo pieno, a contratti legati ai risultati. Per un’industria costruita sulla vendita di ore di lavoro umano è un cambiamento strutturale.
Il caso più vistoso è quello di TCS. Nel 2025 l’azienda ha annunciato un taglio di circa il 2% della forza lavoro, oltre 12 mila persone. L’amministratore delegato K. Krithivasan ha attribuito la decisione a un disallineamento di competenze più che a una sostituzione diretta con l’AI. A fine esercizio 2026 l’organico era comunque sceso da 607.979 a 584.519 dipendenti, oltre 23 mila in meno. Nello stesso periodo TCS dichiarava più di 270 mila dipendenti con competenze avanzate in AI e machine learning e 2,3 miliardi di dollari di ricavi annualizzati legati all’intelligenza artificiale.
Programmatori indiani e agenti AI: la nuova gerarchia tecnica
Dentro le aziende si sta formando una scala di valori diversa. In basso rimane il lavoro standardizzato, fatto di funzioni semplici, documentazione, test, query sui database, conversioni tra formati, manutenzione e prototipi rapidi. Sono proprio le attività in cui gli assistenti di programmazione sono diventati più affidabili.
Salendo di livello crescono di importanza la progettazione dell’architettura dei sistemi, la conoscenza approfondita del settore in cui opera il cliente, la sicurezza informatica, l’integrazione dei dati e il controllo della qualità di ciò che le macchine producono. Serve soprattutto qualcuno capace di tradurre un problema aziendale in una sequenza di operazioni affidabili, affidate in parte a persone e in parte ad agenti.
L’India ha i numeri per diventare il laboratorio principale di questa transizione. Secondo GitHub, nel 2025 gli sviluppatori indiani registrati sulla piattaforma erano 21,9 milioni, contro i 4,5 milioni del 2020. In un solo anno se ne sono aggiunti più di 5,2 milioni, più che in qualsiasi altro Paese. L’India è già la seconda comunità nazionale dopo gli Stati Uniti e GitHub prevede il sorpasso entro la fine del decennio. Ha già il primato per numero di contributori distinti ai progetti open source, anche se gli americani restano avanti per volume complessivo di contributi.
Ventuno milioni di account non corrispondono a ventuno milioni di professionisti, ma danno un’idea della dimensione del bacino. E raccontano una generazione che ha imparato a programmare con un assistente AI già installato nell’ambiente di lavoro.
La produttività dell’AI nello sviluppo software resta incerta
Sull’aumento di produttività i dati sono meno univoci di quanto sostengano i fornitori di strumenti. Lo Stanford AI Index 2026 raccoglie diversi studi in cui l’assistenza dell’AI migliora la produttività nello sviluppo software, con guadagni medi intorno al 26%. Lo stesso rapporto avverte però che i benefici variano molto a seconda del tipo di attività e che a guadagnare di più sono spesso i lavoratori meno esperti.
Un esperimento controllato di METR, un’organizzazione di ricerca indipendente, arriva a un risultato opposto. Sedici sviluppatori open source esperti, al lavoro su progetti che conoscevano a fondo, hanno impiegato il 19% di tempo in più usando gli strumenti AI disponibili all’inizio del 2025. Il dettaglio più curioso riguarda la percezione: alla fine del test i partecipanti erano convinti di aver lavorato più velocemente.
I due risultati si spiegano a vicenda. Gli agenti funzionano bene su compiti circoscritti, verificabili e facili da scomporre. Rendono molto meno quando bisogna orientarsi in sistemi complessi, recuperare informazioni sparse, valutare compromessi tecnici o accorgersi che una soluzione formalmente impeccabile contiene un errore di fondo. Per questo l’orchestratore ha bisogno di competenze che vanno ben oltre la formulazione delle istruzioni. Deve sapere in quali casi l’agente è affidabile e in quali casi va fermato.
La diffusione reale resta comunque limitata. Sempre secondo lo Stanford AI Index, nel 2025 l’uso effettivo di agenti AI si fermava a percentuali a una sola cifra nella maggior parte delle funzioni aziendali. Lo sviluppatore con cinque agenti che lavorano per lui è ancora un’avanguardia.
Giovani programmatori in India: il vuoto dei lavori d’ingresso
La riconversione ha un costo sociale che riguarda soprattutto i più giovani. Il vecchio outsourcing indiano funzionava come un sistema di formazione di massa. Ogni anno le aziende assumevano decine di migliaia di neolaureati che imparavano il mestiere facendo test, manutenzione, supporto e piccole porzioni di codice. Da lì una parte saliva verso la progettazione, il management e la consulenza.
Se le macchine assorbono proprio quei compiti di ingresso, i giovani perdono la palestra in cui si diventava esperti. Le assunzioni di neolaureati, i cosiddetti freshers, stanno ripartendo dopo la frenata seguita alla pandemia, ma si concentrano su AI, machine learning, dati, cloud e sicurezza informatica. Le aziende cercano profili già specializzati.
Il problema aperto riguarda il percorso di crescita professionale. Resta da capire come si formerà la prossima generazione di ingegneri senior se una parte del lavoro con cui si impara a fare il junior viene svolta da un software.
Ricerca e intelligenza artificiale: l’India sale di livello
In parallelo cresce un fenomeno meno visibile, quello dei Global Capability Centers. Sono le strutture che le multinazionali aprono direttamente in India per sviluppare prodotti, ricerca, ingegneria, sicurezza informatica, analisi dei dati e intelligenza artificiale. Nell’anno fiscale 2024 il Paese ne ospitava oltre 1.700, distribuiti in quasi 3.000 sedi, con 1,9 milioni di addetti e 64,6 miliardi di dollari di ricavi. Quasi il 90% svolge più funzioni contemporaneamente e i centri dedicati a ingegneria e ricerca crescono più velocemente degli altri. Vi lavoravano già oltre 120 mila specialisti di AI e machine learning.
Hyderabad è, con Bengaluru, una delle mete principali di questi investimenti. Microsoft vi ha il suo più grande campus di ricerca e sviluppo fuori dagli Stati Uniti, Amazon il suo edificio per uffici più grande al mondo, e nel 2025 Google vi ha inaugurato il primo Safety Engineering Centre dell’area Asia-Pacifico. In questo modello l’India smette di vendere ore di lavoro a basso costo e comincia a vendere conoscenza, prodotti e capacità di innovazione.
Dalle startup ai droni: l’AI costruita a Hyderabad
La riconversione passa anche per le startup. Il T-Hub di Hyderabad è un campus di circa 53 mila metri quadrati che dichiara di aver sostenuto più di 2.300 giovani imprese, con oltre due miliardi di dollari di finanziamenti raccolti. Si lavora su AI, biotecnologie, spazio, semiconduttori, mobilità, difesa e robotica.
Besta Prem Sai ha fondato qui Vecros, che sviluppa sistemi di navigazione autonoma per droni. «Abbiamo creato un’intelligenza artificiale che permette ai droni di prendere decisioni in autonomia», mi spiega nel podcast India IA. «Con i nostri algoritmi stiamo provando a trasferire le capacità di un pilota esperto dentro queste macchine». I suoi droni sono pensati per ispezioni industriali, logistica e sicurezza, spesso in ambienti dove il segnale GPS, la connessione o l’intervento umano non sono disponibili.
Anche per lui l’arrivo dell’AI generativa è stato un passaggio difficile. «All’inizio ho avuto paura anch’io. Il nuovo modello mi sembrava una minaccia», ammette. «Poi ho capito che con l’AI potevo fare le cose in modo diverso e vantaggioso».
Nelle altre startup del campus si vedono traiettorie simili, con progetti su sicurezza industriale, qualità dell’aria, dispositivi medici, robotica, energia e semiconduttori. Il software indiano esce dagli uffici dei clienti stranieri per entrare in prodotti fisici progettati in India. Per un Paese che ha costruito la propria fortuna digitale eseguendo con grande efficienza le richieste altrui, decidere che cosa costruire rappresenta un salto di posizione nella catena del valore.
Dall’India all’Europa: il lavoro dei programmatori con gli agenti AI
Quello che accade a Hyderabad anticipa processi che toccheranno presto anche le aziende europee. L’India concentra su scala enorme le mansioni più esposte all’automazione: sviluppo software, servizi digitali, back office, assistenza clienti, analisi dei dati e gestione dei processi aziendali. Gli effetti si manifestano lì prima che altrove.
Per le imprese la scelta concreta riguarderà quali attività delegare agli agenti e quali competenze mantenere nelle persone che dovranno supervisionarli. Per i programmatori indiani la prospettiva è quella di passare dalla scrittura del codice alla progettazione di sistemi in cui lavorano insieme persone e agenti artificiali. Una parte di loro ci riuscirà, spostandosi verso progettazione, controllo, prodotto e conoscenza dei settori industriali. Un’altra parte rischia di restare in un segmento di mercato che l’automazione rende ogni anno meno remunerativo. Altri ancora dovranno costruirsi professioni che oggi non hanno un nome.
Trent’anni fa le aziende occidentali mandavano in India il lavoro informatico che non volevano più svolgere in casa. Oggi lo sviluppatore del caffè di Hyderabad, con i suoi cinque agenti e il mese di lavoro ridotto a tre giorni, usa il tempo liberato per occuparsi di clienti, progetti e decisioni. Se questo modello si estenderà a milioni di ingegneri, e a quali condizioni per chi è appena uscito dall’università, è la domanda che l’industria indiana dovrà affrontare nei prossimi anni.
Il podcast sull’India come laboratorio dell’intelligenza artificiale
INDIA-IA – Il più grande laboratorio del futuro è un podcast Original di Rai Radio1 condotto da me con la regia di Leonardo Patanè.
Tre episodi per raccontare che cosa succede quando l’intelligenza artificiale incontra un Paese di quasi un miliardo e mezzo di persone. Il viaggio parte dall’India digitale di Aadhaar e dei pagamenti UPI, dove perfino un venditore ambulante può incassare i soldi di un chai attraverso un QR code, e arriva a Hyderabad, nelle aziende e nei caffè dei programmatori, dove gli sviluppatori imparano a dirigere agenti artificiali mentre entra in crisi il tradizionale modello dell’outsourcing informatico.
A GIFT City il podcast racconta la scommessa indiana di attirare capitali, tecnologia e talenti e le ambizioni della IndiaAI Mission. Poi entra a Bollywood, dove l’AI scrive, doppia, crea volti, storyboard e scenografie, abbassando i costi ma aprendo il conflitto sulla sostituzione e sulla clonazione degli attori. La tecnologia entra persino nella religione, portando templi, preghiere e servizi spirituali dentro lo smartphone.
Nel Telangana gli agricoltori fotografano una foglia malata e interrogano l’AI; a Delhi gli algoritmi individuano le abitazioni più esposte al caldo estremo; a Bangalore il viaggio incontra nuovi modelli di sanità digitale. Il filo che lega le tre puntate è l’India come gigantesco laboratorio del futuro: pagamenti, lavoro, cinema, fede, agricoltura, clima e salute, con opportunità enormi e nuove disuguaglianze che crescono insieme all’innovazione.


































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