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disinformazione e privacy

Elezioni europee, quali misure per proteggerle dai pericoli social

In vista delle elezioni europee, ecco le misure (e i passi falsi) di Facebook contro disinformazione, violenza verbale e ingerenze straniere. Il Regolamento Ue su propaganda politica e privacy, il provvedimento del Garante privacy. E perché, nonostante tutto, il pericolo disinformazione è tutt’altro che sventato

02 Mag 2019

Davide Giribaldi

data protection specialist


A meno di 30 giorni dalle elezioni europee, la “situazione social” è davvero complessa – tra tentativi di arginare disinformazione e ingerenze straniere e le questioni legate alla tutela dei dati personali. E anche se non sarà possibile trovare una soluzione definitiva alle varie problematiche, quelle del 26 maggio saranno con molta probabilità le prime elezioni a segnare un punto di non ritorno nella relazione tra elettori, movimenti politici e social media.

Da ultimo, l’avvio – nei giorni scorsi – di 40 squadre Facebook per monitorare i contenuti che possono minacciare le elezioni. Il tutto mentre avanzano le misure “istituzionali” a tutela.

Il 27 marzo sono state pubblicate in Gazzetta Ufficiale europea le modifiche al Regolamento UE1141/2014 che ora prevede sanzioni per i partiti che profilano indebitamente i cittadini a scopo elettorale e la scorsa settimana il Garante della Privacy ha approvato uno specifico provvedimento che fissa le regole per il corretto uso dei dati degli elettori da parte di partiti, movimenti politici, comitati promotori, sostenitori e singoli candidati.

Facebook e la “grana” della policy sul controllo della disinformazione

Le misure si tengono su un difficile equilibrio tra contrasto alla disinformazione e rispetto della libertà di espressione.

Il 28 marzo Facebook ha esteso all’Europa la policy sul controllo della disinformazione ma secondo l’Ue questa rischia di bloccare la comunicazione online dell’intera campagna elettorale europea sulla piattaforma e su tutte le app del gruppo (Messenger, Instagram e WhatsApp).

A questi dubbi, Facebook ha risposto indirettamente annunciando una serie di azioni senza precedenti per contrastare la propaganda online.

Dopo il colpo di genio della lettera aperta di Zuckerberg ai governanti del mondo per chiedere il supporto normativo ad una serie di questioni che la piattaforma non è più in grado di autoregolamentare, potrebbe sembrare che questa leggerezza sia un clamoroso autogol, ma ho troppo rispetto per la sottile arroganza e la grande intelligenza del proprietario di Facebook per credere che si tratti di una svista.

La regola in vigore consente di individuare con certezza chi sia il promotore di annunci a pagamento a scopo elettorale ed è in linea di principio valida, ma purtroppo non è applicabile al sistema europeo e la situazione è sembrata subito talmente preoccupante che le tre principali istituzioni della Ue (Parlamento, Commissione e Consiglio) hanno inviato una durissima lettera al capo affari globali e comunicazione di Facebook, Nick Clegg, chiedendo di rimediare con urgenza al clamoroso errore.

Un rimedio peggiore del male? Come ci siamo arrivati

Ad onore del vero la lettera della Ue tratta con chiarezza, sarcasmo e durezza una serie di argomenti che vanno oltre l’aspetto della tutela della prossima campagna elettorale, ma per provare a spiegare come si sia giunti ad una situazione in cui il rimedio proposto da Zuckerberg potrebbe essere peggio dei danni causati nel recente passato, è necessario fare alcune precisazioni.

Quello che è successo in questo specifico caso è abbastanza semplice: Facebook ha copiato quanto fatto negli Stati Uniti dove l’utente che vuole pubblicare inserzioni relative a contenuti di natura politica o temi di interesse pubblico è costretto ad identificarsi tramite documento, ad indicare un sistema di pagamento verificabile e può operare solo ed esclusivamente nel paese in cui ha ottenuto l’autorizzazione. Peccato che l’Europa, a differenza degli Stati Uniti, non sia un’unica nazione e da qui il rischio di blocco degli annunci a pagamento perché nessuno potrà fare propaganda politica al di fuori dei propri confini nazionali.

Ciò non toglie che l’iniziativa adottata da Facebook sia perlomeno interessante dal punto di vista teorico.

Sarebbe inoltre davvero incredibile ipotizzare che si sia trattato di un errore, tenuto presente il fatto che, Nick Clegg, capo della comunicazione di Facebook è ex vice-premier inglese ed ex parlamentare europeo.

Facebook, in quanto azienda privata, potrebbe rimediare in pochissime ore e modificare la policy (non è detto che accada nei prossimi giorni), ma così facendo si esporrebbe ad una serie di altri potenziali guai, soprattutto nel caso in cui dovessero emergere problemi nel controllo della diffusione di contenuti propagandistici durante le prossime settimane.

Tutte le contromisure di Facebook

A Menlo Park, conoscono perfettamente la delicatezza della partita in corso, cosi come sanno che difficilmente potranno passare indenni da ulteriori scandali, per questo pur non avendo ancora risposto pubblicamente alla lettera dell’Unione europea, non hanno perso tempo ad evidenziare quanto sia stato messo in atto per contrastare disinformazione, violenza verbale e ridurre al minimo le ingerenze straniere.

Sono stati approntati 40 team in grado di monitorare e gestire, in 24 lingue diverse, tutte le attività nei 28 paesi della Ue.

Questi team interagiranno attraverso i sistemi d’intelligenza artificiale e con 21 diverse organizzazioni indipendenti specializzate nel fact checking.

Come se non bastasse, Facebook ha messo in piedi un team di risposta rapida direttamente nel quartier generale di Dublino in modo da garantire le migliori difese possibili a tutela della trasparenza contro i rischi di manipolazione dei contenuti che transiteranno sulle proprie piattaforme.

Seguendo il principio “remove-reduce-inform” tutti i contenuti che violeranno gli standard previsti da Facebook saranno monitorati, penalizzati nella diffusione fino ad essere rimossi nei casi più gravi.

L’azione messa in campo non riguarderà solo i post ma anche gli account falsi che inserendosi in gruppi selezionati potrebbero polarizzare l’attenzione. Anche in questo caso le attività riguarderanno l’analisi dei comportamenti anomali attraverso il monitoraggio di diversi aspetti da parte di team specializzati con l’ausilio degli algoritmi.

Purtroppo non siamo in grado di prevedere se queste azioni saranno efficaci, se guardassimo agli errori ed omissioni del recente passato potremmo dire che ci sia ben poco da stare tranquilli, ma Zuckerberg e compagni hanno sempre dimostrato una notevole faccia tosta e sanno di non avere molte alternative al successo della loro iniziativa, per questo molto probabilmente non sbaglieranno tattica.

Il Regolamento Ue su propaganda politica e privacy

Il 27 marzo la Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea ha pubblicato la modifica al Regolamento UE1141/2014, che aveva già istituito un’apposita Autorità a garanzia sulla regolarità delle attività propagandistiche elettorali.

La novità prevede che i partiti politici anche non direttamente responsabili, ma facenti parte di coalizioni che non rispettano le norme sulla propaganda politica e sulla privacy dei dati, possano essere esclusi dai rimborsi delle campagne elettorali e possano essere sanzionati con una multa pari al 5% del proprio bilancio.

Ciò comporterà che i vari movimenti e partiti politici avranno l’obbligo di comunicare il modo con cui useranno le varie piattaforme, i criteri di profilazione dei cittadini e da chi e come abbiano reperito i vari dati. Si tratterà di un impegno di non poco conto per organizzazioni in cui spesso la gestione dei social è operativa soltanto durante il periodo elettorale in cui, come le recenti elezioni italiane hanno dimostrato, non è stato in alcun modo rispettato nemmeno il cosiddetto silenzio elettorale nelle ore antecedenti o durante le giornate di voto.

Il provvedimento del Garante privacy

Di pari incisività è da considerarsi anche il provvedimento adottato dal Garante della Privacy che proprio in rispetto delle novità del Regolamento ed in applicazione del GDPR ha dato precise indicazioni in merito al consenso e ai dati utilizzabili. In particolare ha precisato che sarà necessario il consenso informato per poter utilizzare i recapiti telefonici a fronte dei quali effettuare telefonate od inviare sms e soprattutto ci sarà l’obbligo di consenso anche per i dati reperibili sul web come quelli dei social network o ricavati da forum e blog. A completare il quadro è previsto il divieto di utilizzo di dati raccolti o usati per lo svolgimento di attività istituzionali come archivio di stato civile, liste elettorali di sezione già utilizzate nei seggi ed elenchi o albi professionali anche perché in caso di violazione saranno seguite le norme previste dal GDPR e dal Regolamento UE1141/2014 appena modificato.

Quello che non quadra

Come si può notare, il quadro normativo ed istituzionale sembrerebbe essere abbastanza chiaro, ma al di là della questione Facebook ciò che non quadra sono i tempi di attuazione di tutte queste novità, la difficoltà di regolamentare i molteplici aspetti del web e soprattutto il grado di maturità social dei vari movimenti politici che nel breve periodo elettorale devono poter sfruttare ogni mezzo lecito o presunto tale per poter evidenziare la propria presenza e raccogliere consensi. Già, proprio i consensi che in un periodo storico come quello attuale, spesso si basano non tanto sui contenuti ma sulla viralità e sul numero di condivisioni o like.

Da questo punto di vista le norme proposte o le policy aziendali non sono assolutamente in grado di fare nulla e molto probabilmente il cittadino/elettore continuerà più o meno consapevolmente ad essere esposto alla disinformazione.

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