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Elezioni: perché le ricerche sull’influenza dei social devono essere indipendenti



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Alcuni studi sostenuti da Facebook hanno esaminato l’influenza di Instagram e Facebook nelle elezioni presidenziali americane, assolvendo quasi i social dall’accusa di essere responsabili della radicalizzazione politica degli utenti. Il punto sui risultati e sulle polemiche che ne sono scaturite tra la comunità scientifica e Meta

Pubblicato il 10 nov 2023

Davide Bennato

professore di Sociologia dei media digitali all’Università di Catania



zuckerberg

Lo scorso luglio sono stati pubblicati una serie di paper scientifici che fanno parte di un articolato progetto di ricerca che si chiama 2020 Election Research Project il cui scopo è quello di valutare il ruolo avuto dalle due principali piattaforme di Meta – Facebook e Instagram – nelle elezioni presidenziali americane che hanno visto Joe Biden diventare il 59° Presidente degli Stati Uniti.

Questi articoli sono stati pubblicati su due delle più importanti riviste scientifiche del mondo, Nature e Science, e sarebbero rimasti nel dibattito degli addetti ai lavori se la loro diffusione non avesse innescato una serie di polemiche giocate a colpi di comunicati stampa e dichiarazioni pubbliche che hanno visto contrapporsi da un lato la comunità scientifica dall’altro il colosso di Menlo Park.

Questa storia è interessante non solo per le conseguenze politiche dei risultati ottenuti, ma anche per il ruolo che le ricerche scientifiche sui social media hanno, soprattutto quando sono sottoposte a pressioni che non hanno niente a che fare col dibattito scientifico.

Ma procediamo con ordine.

Il sostegno di Facebook alle ricerche sui social media

Nel 2018 Facebook ha lanciato una iniziativa allo scopo di sostenere ed aiutare lo sviluppo di ricerche scientificamente solide e politicamente indipendenti sul ruolo dei social media durante i periodi elettorali. Questa iniziativa ha visto il coinvolgimento di importanti centri di ricerca – tra gli altri Democracy Fund, la Charles Koch Foundation, e la Alfred P. Sloan Foundation – e di un gruppo consistente di ricercatori il cui scopo sarebbe stato definire l’agenda di ricerca, sollecitare proposte di ricerca indipendente sui temi più diversi e gestire tanto il processo di peer review (confronto fra pari) nella selezione dei ricercatori quanto le regole di accesso ai dataset di Facebook ricchi di dati sensibili.

Il 2020 Election Research Project

L’iniziativa è culminata nel 2020 Election Research Project sotto la guida di Talia Stroud (University of Texas – Austin) e Joshua Tucker (New York University), responsabili della selezione di quindici ricercatori che si sono occupati di raccogliere e analizzare i dati nel periodo compreso tra l’estate del 2020 e il dicembre dello stesso anno.

I tre pilastri del progetto

Questo progetto è stato costruito intorno a tre pilastri chiave per cercare di limitare le distorsioni che sarebbero potute intervenire.

L’indipendenza, ovvero i ricercatori non sarebbero stati pagati da Facebook e non avrebbero dovuto rispondere all’azienda per quanto riguarda ipotesi di lavoro e uso dei dati, seguendo un protocollo già rodato messo a punto dall’Università di Harvard definito Social Science One.

La trasparenza, che consiste nella pubblicazione dei risultati in formato Open Access e nella possibilità di documentare il piano di ricerca e le ipotesi di lavoro attraverso un processo di pre-registrazione, che consiste nella formulazione delle ipotesi prima di avere i dati a disposizione per ridurre al minimo l’impatto di bias cognitivi e altri limiti che potrebbero impattare sul processo di ricerca.

Infine il consenso, cioè l’utilizzo di una strategia di opt-in che consiste nella richiesta esplicita ai partecipanti della ricerca di fornire volontariamente i propri dati garantendo sia un uso aggregato – che riduce al minimo l’uso di dati sensibili a livello individuale – che l’utilizzo di un preciso protocollo etico nel loro utilizzo.

Facebook e radicalizzaizone politica: i risultati delle ricerche

La prima tornata di articoli scientifici che il progetto ha prodotto è stata pubblicata contemporaneamente lo scorso luglio rispettivamente, tre su Science (vol.381, n.6656, 28 luglio 2023) ed uno su Nature (vol.620, online dal 27 luglio 2023). Data la consistenza dei dati e l’importanza dell’argomento, Science ha deciso di dedicare la cover story dal titolo “Wired to split” (Connessi per dividere) con la sezione speciale introdotta dall’editoriale di Ekeoma Uzogara (Associate editor per Social and Behavioral Science del’AAAS) dal titolo “Democracy intercepted”.

Usando un approccio interlocutorio tipico dei risultati iniziali di un lungo progetto di ricerca, che però prende le mosse dalla vasta letteratura scientifica già accumulata sul tema social media e democrazia, gli articoli pubblicati su Science rivelavano sì una certa influenza di Facebook sul tipo di contenuti circolanti fra gli utenti nei periodi elettorali, senza però confermare il fatto che tali contenuti potessero avere conseguenze dirette sulle idee politiche e sul comportamento elettorale.

In particolare la segregazione ideologica nel consumo di notizie politiche agisce meglio fra gli elettori conservatori che fra quelli liberali, poiché i primi sono maggiori consumatori di notizie dotate di contenuti che le terze parti di Meta hanno certificato come caratterizzati da disinformazione. Inoltre gli altri due articoli di Science non solo indicavano che l’effetto della polarizzazione politica già presente negli utenti non veniva ulteriormente rinforzata dalla circolazione dei contenuti nella piattaforma, ma in maniera assolutamente inaspettata la condivisione di notizie “partigiane” non influenza in modo significativo la polarizzazione o altre misure di rinforzo di atteggiamenti politici a livello individuale. Come se ciò non bastasse, anche l’articolo di Nature, facente parte del progetto 2020 Election Research Project, mostrava come l’esposizione selettiva a contenuti politici di cui si è già sostenitori non aumenta processi come polarizzazione, estremismo politico e credenza in affermazioni false.

La reazione di Facebook ai risultati della ricerca

In pratica queste ricerche non solo hanno messo in dubbio l’esistenza di fenomeni ampiamente registrati in letteratura come polarizzazione ed echo chambers, ma sembra – al netto dell’interferenza registrata dell’algoritmo di Facebook – che la piattaforma non abbia un ruolo chiaro sui processi di radicalizzazione politica.

Come era facile immaginare Meta, attraverso un comunicato di Nick Clegg, presidente degli affari globali, non ha perso tempo a rilanciare questi risultati indicandoli come prova del fatto che la piattaforma non ha colpe nei processi di radicalizzazione politica che si sono osservati negli ultimi anni.

Affermazione che diventa ancora più inquietante se si pensa che le elezioni del 2020, prima della ratifica della vittoria di Joe Biden, hanno visto un gruppo di facinorosi sostenitori di Trump attaccare Capitol Hill spinti dal sospetto di elezioni truccate e manipolate dai democratici. Meta ha provato a spingere ancora di più sulla propria estraneità ai processi di polarizzazione, chiedendo a Science di inserire nel titolo della cover story un punto interrogativo (Wired to split?) a sottolineare il fatto che Facebook nel problema della polarizzazione non ha tutta la responsabilità che gli viene attribuita dall’opinione pubblica.

La risposta dei ricercatori

Le istituzioni scientifiche coinvolte nel progetto e i ricercatori selezionati nei vari progetti di ricerca non hanno mancato di far sentire la propria voce. Stroud e Tucker – responsabili del coordinamento del progetto 2020 Election Research Project – hanno sottolineato come anche se è vero che l’algoritmo da solo non polarizza gli utenti, è anche vero che i paper spiegano i motivi per cui non si rilevano tali processi, pertanto, le affermazioni di Clegg non sono supportate dagli studi. Inoltre Meagan Phelan, supervisore delle comunicazioni di Science, ribadisce che gli algoritmi di Meta sono una parte importante di ciò che tiene separate le persone. Michael Wagner (University of Wisconsin-Madison, School of Journalism) invitato come osservatore indipendente da Meta e dai ricercatori del progetto per valutare i risultati e membro attivo della strategia della trasparenza dell’iniziativa del 2018 che ha dato vita al progetto di ricerca, sostiene che se è anche vero che la scienza abbia il diritto di essere d’accordo, è altrettanto vero che le ricerche sono state svolte in maniera rigorosa.

Le perplessità sul modello di collaborazione

Ciononostante la collaborazione di Meta col mondo accademico descritta dal progetto non può essere considerata come modello poiché l’indipendenza degli studi è stata possibile sono grazie al permesso della piattaforma, dato che avrebbe potuto influenzare il progetto attraverso particolari decisioni prese durante il flusso di lavoro. Anche voci esterne confermano queste perplessità. Ravi Iyer (ex data scientist di Meta) afferma che gli studi sono sicuramente interessanti ma vanno contestualizzati dato che in altre ricerche precedenti la piattaforma di Menlo Park aveva riscontrato l’esistenza di processi come echo chambers e polarizzazione.

Le lezioni da trarre

La questione è destinata a non sopirsi, dato che è prevista la pubblicazione di altri risultati frutto del complesso progetto di ricerca, ma sicuramente due sono le lezioni che possiamo trarre.

La prima è la necessità di un protocollo etico condiviso che garantisca l’indipendenza in queste ricerche. È innegabile notare come queste ricerche non abbiano solo un valore scientifico, ampliare la conoscenza del nostro rapporto con le piattaforme, ma hanno anche un profondo valore politico ed economico e potrebbero avere conseguenze non banali sull’effettiva esistenza di tali servizi digitali. Un protocollo condiviso è necessario sia per garantire l’effettiva scientificità delle ricerche, sia per consentire una gestione serena della doppia pressione a cui sono sottoposti i ricercatori di questo settore: le grande piattaforme social da un lato e la comunità scientifica di riferimento dall’altro. Ci stiamo avvicinando sempre di più ad una situazione che ricorda la ricerca biomedica dove l’autonomia è garantita dall’indipendenza economica e dalla correttezza scientifica.

La seconda è che arrivato il momento di superare il periodo delle ricerche frammentate e giungere ad una teoria unificante che spieghi l’interferenza delle piattaforme digitali nella vita sociale collettiva, come nel caso delle elezioni politiche. In questo caso abbiamo visto come sia difficoltoso valutare il peso di Facebook su processi come polarizzazione e camere di risonanza è questo non è attribuibile alla mancanza di dati e ricerche, anzi il problema è proprio l’opposto: ci sono talmente tanti dati e studi che spesso non convergono su un risultato unitario.

Il vero problema è che manca una teoria in grado di unificare in un unico framework gli innumerevoli dettagli che stiamo raccogliendo sul rapporto piattaforme/società. Sembra di assistere al periodo di studi sui media degli anni ’40 del Novecento, il periodo della communication research, in cui c’era un gran numero di ricerche su ogni aspetto della comunicazione – sugli emittenti, sui contenuti, sui pubblici, sulle tecnologie mediali, sugli effetti – ma senza una visione unitaria. Bisognerà aspettare Elihu Katz e Paul F. Lazarsfeld che con la celeberrima teoria del flusso di comunicazione a due fasi crearono uno schema unitario per iniziare un’interpretazione condivisa dell’influenza dei media sulla società, ponendo termine alla frammentazione empirica della communication research.

Conclusioni

Lo studio di come le piattaforme abbiano importante un ruolo nella vita sociale individuale e collettiva è sotto gli occhi di tutti. La ricerca su di esse non è più una questione academica ma avrà delle importanti conseguenze sul nostro futuro.

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