La riflessione

Fabris (Episteme): “La necessità di una salute digitale”

Mentre tramonta il welfare state e la popolazione invecchia, emerge il bisogno di nuovi strumenti, pratici e cognitivi. La Rete sarà essenziale in questo passaggio. Le idee della nota sociologa

Pubblicato il 30 Ott 2012

Monica Fabris

sociologa

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La rivoluzione digitale procede ben oltre e significa molto di più dei milioni di italiani che si divertono conversando su Facebook. In Italia come nel mondo intero lascia spazio a nuovi fenomeni e asseconda cambiamenti in atto di lungo periodo. Come sempre la tecnologia precede e segue i movimenti sociali in un processo circolare dove è difficile, e forse non ha neanche senso, distinguere l’effetto dalla causa.

Certamente in questo momento storico l’accessibilità di dati e contatti garantita della rete si incontra con richieste dal basso su ambiti decisivi per la riformulazione di un modello di sostenibilità sociale. Primo tra tutti quello sanitario, per svariate ragioni.

La definizione stessa di salute ha subito una torsione sempre più sbilanciata dalla semplice assenza di patologie al benessere e al potenziamento delle facoltà vitali.

Ma ci sono macrofenomeni in atto che mettono in scacco questo processo richiedendo l’ausilio di nuovi strumenti: l’eclissi del welfare state come eravamo abituati ad intenderlo – copertura totale per fruitori passivi – da una parte, l’allungamento delle vita – con la produzione di nuove fasce generazionali non ancora vecchie ma non più giovani – dall’altra.

Il cittadino consumatore è chiamato oggi a porsi nuovi interrogativi e a dotarsi di risorse cognitive aggiuntive diverse rispetto al passato. Dalla delega della salute è passato alla sua gestioni attiva, per il reperimento delle informazioni e per le inevitabili scelte sia sul piano degli stili di vita che su quello dei percorsi terapeutici.

Dalla sfera del diritto la salute sempre più è passata a quella del dovere, con tutti gli oneri che comporta. Ed è proprio su questo che interviene il valore aggiunto digitale: trafile burocratiche semplificate dalla rete, incertezze e dubbi superati dal confronto con comunità di pazienti, monitoraggi in remoto dei parametri personali a rischio sono solo esempi di questo nuovo paradigma che ci porta a immaginare la salute del futuro come una centralina personale telecomandata e interconnessa.

Interconnessione da cui possiamo aspettarci una transizione graduale destinata a rivoluzionare le nostre vite. Il mondo digitale favorisce un positivo incrocio tra competenze verticali e orizzontali, come luogo di incontro tra saperi tecnici e specialistici e vissuti ed esperienze personali. Un laboratorio in grado di produrre l’elaborazione di nuovi statuti di veridicità, al di là della distinzione stessa medico paziente, con il superamento della soggettività del caso individuale ma anche dell’asetticità del puro dato statistico.

D’altra parte la rete come spazio-tempo esperienziale favorisce anche il superamento della dicotomia individuale/collettivo, assicurando una via di fuga sempre aperta all’isolamento sociale prodotto dalla patologia. Possiamo dunque immaginare la salute non solo come centralina attiva 24 ore su 24 ma anche come piazza, terreno comune di fertilizzazione di tecniche, saperi, comportamenti destinati ad affermarsi nel futuro, all’insegna di un maggior benessere condiviso.

Il mercato d’altra parte è pronto per una digitalizzazione del settore della salute, ce lo dice la grande diffusione degli smartphone e dei tablet presso i cittadini consumatori – in Italia si parla di un possesso che varia dall’11% degli over 50enni al 30% dei 30-49enni fino ad arrivare al 49% di 18-29enni (dati Google e Ipsos 2012) e presso i medici – sempre in Italia, secondo un articolo pubblicato dal Corriere della Sera nel dicembre 2011, un medico su tre possiede uno smartphone, anche se ancora non lo usa per fini medici. Ma ce lo dice anche il grande sforzo che le aziende operanti nel mobile stanno facendo per investire nel settore degli health device – secondo Mobihealthnews, tra il 2010 e il 2011 le aziende che si occupano di mobile hanno raddoppiato i loro investimenti nel settore sanitario, passando da 233 milioni di dollari a più di 500 milioni, mentre per il 2012 manterranno invariate le stesse quote. Ce lo dice infine la composizione dei target potenzialmente interessati agli health device – secondo uno studio dell’IBM al momento a usare dispositivi medici sono solo i malati cronici con necessità di monitoraggi continui e le persone sane con forte attenzione ai temi della salute e della cura del proprio corpo, come gli sportivi. Mentre i target potenzialmente interessati sono numericamente imponenti. IBM li chiama “Information Seekers” e cita al loro interno i fumatori (1 miliardo al mondo), gli adulti sovrappeso (1 miliardo e mezzo al mondo), gli ipertesi (600 milioni al mondo) o altri target particolari, quali coloro che soffrono di disturbi da apnea nel sonno (15 milioni negli USA), le donne incinta (6 milioni negli USA), i bambini affetti da disturbi dell’attenzione (5,3 milioni negli USA).

Se da una parte gli utenti stanno alzando le loro aspettative di servizio verso tutti i settori, trainati dall’entusiasmo che l’uso ludico o lavorativo della rete ha prodotto in loro, dall’altra è chiaro che quello che il web e lo sviluppo tecnologico promettono e permettono deve estendersi anche e soprattutto al mondo della salute. Si tratti di uno scambio di informazioni e di servizi maggiormente efficace, veloce, trasparente, orizzontale, democratico – e che riguarda dunque le diagnosi e le cure mediche, le cartelle cliniche, i processi burocratico-amministrativi – o si tratti della cura e del monitoraggio della propria salute – grazie alla diffusione di nuove app e di nuovi dispositivi medici che renderanno più facile e si spera anche più economico tenersi in salute. Questo è il futuro.

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