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Fake news su Covid-19: come evitare le trappole della disinformazione

Quali sono le dinamiche che ci spingono a cercare informazioni sul covid-19 in maniera spasmodica e cosa ci spinge a credere e a diffondere notizie senza verificarle? Vediamo i rischi che stiamo correndo ad alimentare questa modalità disfunzionale di gestione del panico e delle paure e come possiamo tutelarci

22 Apr 2020
Annalisa Albergo

Cyber Security Awareness Specialist

fakenews

In questa fase di emergenza da Covid-19 la ricerca spasmodica di informazioni si sta rivelando una modalità disfunzionale prevalente di gestione del panico e delle paure.

Ad alimentarla, una quantità dilagante di informazioni, talvolta non valutate con accuratezza, che rende difficile orientarsi su un argomento delicato come quella della pandemia in corso.

Un dato che conferma questa tendenza arriva, ad esempio, dalla edizione speciale dell’Osservatorio sulla disinformazione online dedicato al tema del Covid-19 pubblicato dal Consiglio dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. In ambito medico-sanitario il 38% delle notizie pubblicate da fonti di disinformazione ha riguardato l’epidemia e dal 9 al 22 marzo, il 36% di tutti i post/tweet delle fonti di disinformazione ha avuto come argomentazione il Covid-19.

Mentre, insomma, il desiderio di calibrare in noi la percezione del rischio ci spinge a cercare ossessivamente informazioni più rassicuranti, i  media (soprattutto quelli che diffondo false informazioni) ci espongono per lo più a cronache allarmanti facendo aumentare la sproporzione tra pericoli oggettivi e paure personali.

Ed è in questo scenario di fragilità psicologica che si innesca il pericolo della diffusione virale di fake news.

Perché cadiamo nel tranello delle fake news

In un mondo in cui il flusso delle informazioni è costante, è essenziale prestare attenzione alle insidie che si nascondono dietro questi mezzi di comunicazione. Ora, più che in altri tempi, quasi l’intera popolazione ricerca informazioni sul virus e sull’evolversi della pandemia.

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Sicurezza
Sicurezza dei dati

La divulgazione delle cosiddette fake news, ossia notizie che non contengono alcuna informazione veritiera, ma che riscuotono successo e diventano virali, avviene, sempre più frequentemente sfruttando meccanismi tipici dell’influenzamento sociale tra cui l’interesse e la fiducia.

L’interesse è spesso suscitato da titoli urlati e d’effetto, carichi di tensione emotiva e per loro natura accattivanti. Tendiamo, inoltre, a dare fiducia in particolare, all’articolo che ci fornisce una sensazione di determinazione, urgenza divulgativa, fermezza, suscitando in noi un ottimismo credibile in ciò che leggiamo.

Le dinamiche in gioco

Le fake news, per loro natura, attivano questo senso di curiosità, congiunto alla necessità di dover a tutti i costi condividere quella notizia, che agli occhi di un lettore meno in grado di discernere la verità, apparirà sensazionale per i suoi contenuti. Questa dinamica coinvolgerà l’utente finale che si sentirà quasi in dovere di condividere la notizia in questione, specie in questo momento di ricerca impellente di informazioni sul Covid-19.

Esiste, in psicologia, un effetto noto con il termine di “bandwagon”, anche detto “effetto del successo”, che corrisponde alla tendenza di associarsi e di accordarsi alle opinioni di chi sta avendo successo, per il semplice fatto, appunto, che sta avendo successo. Le fake news producono questo effetto creando una sorta di presunto sentimento di beneficio nel rendere condivisa una notizia che appare così eclatante e di spessore.

Un altro concetto può esserci d’aiuto per comprendere meglio quale dinamica si viene a generare. Molto usato all’interno di azioni di sponsorizzazione “l’effetto underdog”, che consiste nel far seguire il messaggio di pubblicizzazione a un valore sociale molto diffuso e condiviso dal pubblico per l’impatto sociale che racchiude in sé. Il prodotto sponsorizzato viene di fatto associato parassitariamente al contenuto del motivo sociale che è usato subdolamente per influenzare le scelte. Ne deriva, quindi, che l’acquisto, ad esempio, di un’automobile si associ facilmente a concetti nobili quali prestigio, sicurezza o salvaguardia dell’ambiente.

Tali espedienti, leciti nell’ambito del marketing, funzionali per sponsorizzare la merce, possono divenire la base sociale su cui si fonda anche la diffusione virale delle fake news.

L’ultima chance e il bisogno di condivisione

Esiste, infine, un’ultima tecnica che può chiarirci il motivo del facile tranello delle false notizie.

Una tecnica, molto usata nei supermercati, quella della “porta chiusa”, consiste nel disporre in un cesto vicino alle casse, alcuni prodotti di scarso interesse. Spesso questa situazione di “ultima possibilità̀”, di “occasione da non lasciarsi sfuggire”, induce il cliente all’acquisto di prodotti che non aveva mai pensato di poter comprare prima. La sottile emozione di panico da “porta chiusa”, da ultima chance ci spinge a compiere quell’acquisto secondo logiche di scelta repentine e poco elaborate sul piano razionale.

È il medesimo meccanismo che accade quando leggiamo una notizia falsa. La percezione di urgenza, mista all’assoluta necessità di conoscere ad ogni costo il contenuto invitante e impellente della notizia in questione, ci spinge a cliccare sul link con la conseguenza di mettere in serio rischio la tutela dei nostra dati personali e la sicurezza del dispositivo da cui fruiamo la notizia. È il momento in cui siamo seriamente esposti a una frode o alla fuga dei nostri dati.

Queste dinamiche entrano in gioco in maniera prepotente influenzando l’atteggiamento nei confronti di una news che non mettiamo in dubbio, ma che, anzi, ci spinge a compiere azioni di condivisione o di approvazione con “like”, quasi in maniera istintiva.

L’idea che tutti in quel momento stiano condividendo una determinata notizia ci infonde un’emozione di efficacia dell’azione di gruppo, che ci fa perdere di vista il contenuto della notizia stessa.

La Google News Initiative

Non solo le autorità italiane si stanno muovendo per contrastare il fenomeno. Google mette a disposizione sei milioni e mezzo di dollari per creare, tramite la Google News Initiative, servizi di fact-checking e organizzazioni non-profit, un database per supportare i giornalisti sulle notizie del Covid-19 e cercare di individuare in rete le informazioni non attendibili. Sempre Google, ha annunciato che attiverà funzionalità per rendere più facilmente reperibili le informazioni corrette sui suoi strumenti di ricerca online.

La Google News Initiative investirà su vari gruppi che si occupano di fare verifica delle informazioni, tra cui First Draft che offre una serie di risorse per i giornalisti che si occupano di coronavirus o Full Fact e Maldita che coordinano le attività di fact-checking in Europa, con particolare focus su quello che succede nei Paesi più colpiti (tra cui l’Italia) per cercare di dare più spazio alle informazioni corrette. Google, poi, vuole aiutare non solo i giornalisti ma anche le autorità sanitarie a identificare quali sono gli argomenti che le persone cercano di più per capire dove potrebbero trovarsi delle lacune informative.

Le dieci fake news più diffuse in Italia sul Coronavirus

Non stupisce, quindi, che tra le dieci fake news più diffuse, indicate da Agcom, in questo periodo di emergenza, troviamo quelle dedicate ai consigli per contrastare la diffusione del virus (“Ibuprofene peggiora la malattia da Covid-19” o “Bere più acqua per “spazzare via il virus”, “La vitamina C favorisce la guarigione da Covid-19”). Seguono quelle legate alle profezie sulla pandemia fino alle ipotesi di complotto (“La profezia di Bill Gates sull’epidemia” o “l’audio sulle teorie di complotto”) o ai risvolti sociali dell’epidemia (“Pensioni ridotte del 50%).

La lotta dei giganti della tecnologia contro l’infodemia

Il The Guardian ci racconta come il contrasto delle fake news sia una lotta mondiale comune. Anche i giganti della tecnologia si battono per arginare il dilagare di false affermazioni sul Coronavirus. In particolare, la Silicon Valley ha risposto all’infodemia con interventi aggressivi e un dispiegamento di fonti ufficiali e media tradizionali.

Ecco che Facebook, Twitter, YouTube, Instagram e Pinterest hanno deciso di mettere in campo le loro risorse per limitare la disinformazione.

Instagram offre un pop-up che sollecita gli utenti statunitensi a visitare il sito Centers for Disease Control and Prevention (CDC) e gli utenti del Regno Unito quelli dell’NHS invece che consultare meme e le immagini taggate con #coronavirus.

Su Facebook, un “Centro informazioni” dedicato include informazioni curate e consulenza medica ufficiale. Su Pinterest, le uniche infografiche e meme reperibili su argomenti come “Covid-19” o “idrossiclorochina” sono quelle realizzate da organizzazioni sanitarie riconosciute a livello internazionale, come l’OMS.

Questa tendenza è certamente in netto contrasto con il modo in cui le piattaforme di social media hanno gestito la disinformazione in passato. Tuttavia, la disinformazione continua ad diffondersi in gran parte sui social media.

Una ricerca del Reuters Institute di Oxford che ha esaminato la diffusione di 225 affermazioni false o fuorvianti sul coronavirus ha rilevato che l’88% delle affermazioni era apparso su piattaforme di social media, rispetto al 9% in televisione o all’8% nei notiziari. Quasi il 30% degli adulti statunitensi ritiene che Covid-19 sia stato sviluppato in un laboratorio, secondo un sondaggio del Pew Research Center. Una teoria della cospirazione che si fonda proprio sulla diffusione di fake news legate al tema.

Carl Bergstrom, professore di biologia dell’Università di Washington, che studia e scrive sulla disinformazione, afferma che gli sforzi delle società di social media sono ancora molto pochi rispetto al grado di disinformazione, così come i dati lo confermano.

Come difendersi? 

Un comportamento attento e lucido rispetto alle informazioni con cui ci scontriamo quotidianamente limita il rischio effettivo di incorrere nel cyber crime.

Dobbiamo ricordarci, quindi, di verificare sempre:

  • La fonte dell’informazioni. La testata da cui condividiamo le informazioni deve essere già nota a noi e riconosciuta per la sua attendibilità;
  • Verificare l’URL della notizia che stiamo apprestandoci a leggere per valutare l’effettiva l’affidabilità di una fonte;
  • Monitorare la struttura del sito su cui stiamo per apprestarci a leggere la notizia. Un sito con grafica poco professionale, disordinata nella disposizione dei contenuti può essere un indizio di poca veridicità della news stessa.
  • Diffidare da titoli “urlati”, presentati con troppa enfasi valutando sempre la data dell’informazione. Spesso alcune informazioni datate vengono riutilizzate su alcuni siti per la semplice funzione di generazione click. Il clickbaiting, termine che significa “esca per i click”, è, difatti, un concetto assimilabile a quello di phishing: la notizia che ti ha attratto serve solo a ottenere click remunerativi. È importante fare attenzione perché la tecnica del clickbaiting, oltre a essere una truffa, può essere anche veicolo di codici malevoli;
  • Evitare la ricerca compulsiva di notizie, attenendosi solo ad informazioni oggettive e funzionali rispetto la sana necessità di informazione;
  • Diminuire, infine, la sovraesposizione alle informazioni dei media e dei social. Una volta che le informazioni di base sono state acquisite, è sufficiente verificare gli aggiornamenti sulle fonti affidabili e riconosciute tali. Si avranno quindi a disposizione tutte le informazioni necessarie per proteggersi, senza farsi sommergere da un flusso ininterrotto di “info-allarmi”
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