Fattura elettronica: ecco perché i commercialisti sbagliano a vederla come un peso

Molti colleghi percepiscono quest’obbligo come se fosse solo un ulteriore adempimento burocratico. Ma non comprendono che questa non è una semplice informatizzazione di un processo esistente. E’ piuttosto un vero e proprio profondo cambiamento che non potrà non impattare sulle basi della nostra professione. E chi non ne farà parte sarà presto fuori dai giochi

Pubblicato il 24 Nov 2014

Umberto Zanini

Responsabile Area tecnico-normativa dell’Osservatorio Digital B2b

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Temo che la mia categoria di appartenenza, quella dei dottori commercialisti, non abbia ancora capito a pieno quali saranno gli impatti, sulle nostre attività professionali, del crescente orientamento verso l’Innovazione Digitale che imprese e PA del nostro Paese stanno vivendo. Guardiamo, per esempio, all’obbligo di Fatturazione Elettronica verso la PA: nonostante da anni se ne parli e se ne studino impatti e benefici, anche per i Commercialisti, pochi sono i colleghi che stanno cavalcando l’opportunità, e la nostra categoria ha fatto finora poco o nulla.

L’obbligo di fatturazione elettronica verso la PA è visto da molti colleghi come un peso, un ulteriore adempimento che non può generare alcun reale beneficio, né per i clienti dello studio professionale (spesso piccoli imprenditori e liberi professionisti, ecc.), né per loro stessi, che non intravedono vantaggi economici dall’offrire ai clienti servizi legati a questo ambito. Mi capita spesso anche di incontrare colleghi che dimostrano disappunto e contrarietà verso queste innovazioni, in quanto le interpretano come un ulteriore onere che grava sulle imprese e porta valore solo alle PA, che, per esempio, ricevendo fatture elettroniche strutturate possono eliminare il data entry dei dati, i costi derivanti da errori nel data entry e cercare, trovandole, le fatture archiviate, più velocemente rispetto a quanto avveniva nei processi di gestione del documento cartaceo.

Eppure, nonostante siano percepiti ancora poco, i vantaggi della Fatturazione Elettronica sono ben presenti anche per i fornitori delle PA, compresi quelli di piccole dimensioni. Per esempio, grazie alla Fatturazione Elettronica è più semplice accedere alla piattaforma di certificazione dei crediti che sancisce se un credito è certo, liquido ed esigibile e consente di poterlo smobilizzare in banca tramite una cessione o un anticipo fattura. Vi potranno anche essere banche renitenti, che preferiranno rifiutare crediti certi certificati dalle PA, tuttavia molte altre stanno già guardando con favore a questa opportunità (un elenco di banche già impegnate su questo fronte è facilmente rintracciabile online in pochi secondi, usando qualsiasi motore di ricerca). Inoltre, la gestione delle fatture in elettronico consente di risparmiare sui costi di trasmissione e di avere la certezza che la fattura è arrivata in un ben definito giorno alla PA. Infine, la Fatturazione Elettronica apre in modo forte una “finestra culturale” verso le opportunità dell’innovazione digitale anche nelle imprese meno sensibili a questi temi: fare Conservazione Digitale degli archivi fiscali significa risparmiare soldi rispetto a tenere la carta; capire che inviare file in formato elettronico strutturato (come lo è la Fattura inviata alla PA) significa offrire un’interessante opportunità al proprio cliente; e in ultima analisi, ma non meno importante, sapere che fatturare in formato elettronico strutturato (alle PA, per esempio) è fattibile e facile, può spingere a richiedere a tanti fornitori un analogo trattamento lato passivo, per internalizzare gli stessi risparmi di processo cui ambisce la PA con questo sistema.

La Fatturazione Elettronica può essere vista quindi come parte di un più ampio percorso orientato all’Innovazione Digitale. Ecco, è opportuno chiarire subito e bene che l’innovazione digitale, consapevole e ragionata, crea sempre maggiore competitività. Prendiamo un esempio, tra i moltissimi disponibili: è recente la pubblicazione da parte della Banca Mondiale dell’annuale rapporto “Doing Business”, con l’Italia che è stata promossa dal 65° al 56° posto. Un elemento che ha impattato su questo salto in graduatoria è stato l’informatizzazione dei processi di deposito degli atti immobiliari da parte dei notai. Conquistare preziose posizioni in questa classifica significa diventare un Paese più competitivo e quindi più attraente per gli investitori stranieri, a vantaggio di tutti noi in termini di occupazione e di ricchezza (compresi anche quelli che sono indiscriminatamente contrari a ogni forma di innovazione).

Di fronte a tutte queste considerazioni, che denotano la presenza di opportunità concrete, sebbene spesso non evidenti (e che quindi avrebbero bisogno di essere spiegate e accompagnate nelle aziende anche da quei fidati interlocutori impegnati a generare vero valore per gli imprenditori loro clienti, cioè i commercialisti), non si può non riflettere sull’attuale rapporto che proprio molti commercialisti hanno verso l’Innovazione Digitale e le sue dinamiche.

Guardando alla mia attività professionale, negli ultimi anni molte “apparenti” innovazioni digitali che ho visto introdurre sono state sin dall’inizio “innovazioni deboli”: cioè, non hanno creato o modificato pesantemente attività professionali. Per esempio, la trasmissione telematica dei dichiarativi, cosi come tante altre innovazioni introdotte per informatizzare la trasmissione dei dati tributari, hanno senz’ombra di dubbio generato dei benefici di efficienza sia per la categoria che per l’Agenzia delle Entrate, tuttavia non hanno aggiunto, alle nostre tradizionali attività professionali, anche nuovi spazi in cui poter offrire innovativi servizi ai nostri clienti.

Molti colleghi percepiscono anche l’obbligo della fatturazione elettronica alla PA in linea con queste “innovazioni deboli”, ovvero come se fosse solo un ulteriore adempimento. Ma non comprendono che questa non è una semplice informatizzazione di un processo esistente, è piuttosto un vero e proprio profondo cambiamento che non potrà non impattare sulle basi della nostra professione, trasformando le informazioni che da sempre gestiamo nelle attività di contabilità in dati strutturati a disposizione di tutti quei nuovi attori che stanno facendo il loro ingresso nei processi da sempre presidiati dalla mia categoria: provider ICT, banche, software house, nuovi hub, ecc. Ecco perché ritengo che l’approccio passivo verso la Fatturazione Elettronica, emblematico rappresentante di un inarrestabile percorso verso l’Innovazione Digitale, e quanto tutto questo comporta, possa risultare deleterio per la mia categoria. Molto più efficace sarebbe iniziare a seguire le esperienze portate avanti da alcune Associazioni di Commercialisti all’estero, come per esempio l’AICPA (American Institute of Certified Public Accountants) che da anni ha istituito il Certified Information Technology Professional (CITP), ovvero un Dottore Commercialista (CPA) con una profonda specializzazione e riconosciute capacità e competenza nel coniugare le tecnologie ICT con i processi di business. Le aree in cui opera il CITP vanno dalle attività legate alla gestione dei sistemi informativi aziendali alla pianificazione strategica dell’ICT, dall’audit dei rischi informatici alla security dei sistemi, dagli strumenti di analisi dei dati alla compliance normativa, dalle soluzioni di eBusiness alla consulenza sugli emergenti sistemi ICT, ecc. Diventare un CITP non è semplice: richiede almeno 5 anni di comprovata esperienza in ambito ICT, superare un esame e, una volta conseguita la certificazione, seguire una costante attività formativa.

Non è più tempo di lasciare ad altri attori la gestione delle attività professionali legate all’innovazione digitale, in particolare con riferimento a quelle attività che per loro natura sono prossime alle “nostre” aree di azione e competenza; così come non è più tempo di lasciare alla solitaria iniziativa di volenterosi colleghi il compito di divulgare l’importanza delle innovazioni digitali nel creare valore per i nostri studi professionali, per le imprese e, in definitiva, per tutto il Paese.

E’ necessario che la nostra categoria ripensi in modo costruttivo al rapporto che abbiamo con l’informatica: è vero che i Commercialisti “usano” la tecnologia per svolgere le tradizionali attività professionali, ma è anche vero che la stessa attività professionale svolta dal Commercialista può “generare” stimoli all’innovazione digitale nelle imprese.

Questa è, secondo me, la vera sfida che ci attende nei prossimi anni. Se non riusciremo a comprendere che cavalcare le molteplici opportunità dell’innovazione digitale (per i nostri studi, per i nostri clienti, per i partner dei nostri clienti, verso le Istituzioni, ecc.) può essere parte integrante della nostra attività professionale, finiremo col lasciare ad altri importanti occasioni di business e di crescita, perdendo una straordinaria chance di evoluzione per ciascuno di noi e per tutta la nostra professione: occasione che difficilmente si ripresenterà in futuro.

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