digitale e lavoro

Gig economy, il grande inganno: si può ancora risanare il lavoro?

La gig economy ha dato l’illusione di un nuovo modello economico, più sostenibile e legato alle esigenze dell’utente, ma i suoi sostenitori hanno solo creato un oligopolio in cui ogni stakeholder è parte del processo di generazione del profitto. La tendenza è chiara ma forse è meglio non restare a guardare

07 Feb 2022
Massimo Borgobello

Avvocato a Udine, co-founder dello Studio Legale Associato BCBLaw, PHD e DPO Certificato 11697:2017

Sulla questione dei rider si è – fortunatamente – detto molto ed il mercato è in via di regolamentazione, dopo la fase di sfruttamento selvaggio che ha portato anche a procedimenti penali molto rilevanti.

Un recente film di Pif con Fabio De Luigi che mostra un futuro prossimo in cui le piattaforme della gig economy diventano letteralmente padrone delle persone che lavorano per loro ci dà però lo spunto per una riflessione: siamo così sicuri che si tratti di un futuro prossimo? Forse il film, brillante, racconta storie già “vecchie”, di cui avremmo dovuto accorgerci e, soprattutto, occuparci. Proviamo a prendere spunto dalla trama del film per capire meglio alcuni meccanismi.

Gig economy: regole e meccanismi per evitare il degrado del lavoro

Arturo e Fuuber

Il protagonista, Arturo, è un manager che, dopo aver ideato un algoritmo che razionalizza le risorse dell’azienda, indicando in modo inoppugnabile chi si deve licenziare, diviene vittima della sua stessa creatura: viene infatti messo alla porta perché ha terminato il suo compito proprio sulla base dei criteri che ha ideato.

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A causa del suo stile di vita dispendioso, ha necessità di trovare un lavoro immediatamente e, quindi, diventa ciclofattorino per Fuuber, una piattaforma multiservizi.

Per far fronte al carico di lavoro e stress insopportabili, Arturo prova una nuova applicazione di Fuuber, ossia l’assistente personale.

Quest’ultimo è un ologramma che viene proiettato dallo smartphone e che viene individuato direttamente dalla piattaforma sulla base delle informazioni che ha già sull’utente.

Dopo una settimana gratuita di prova, l’assistente personale, disponibile h24 e 7/7, costa 199 euro alla settimana; il costo, ovviamente, sarebbe improponibile per un ciclofattorino.

Arturo si innamora della sua assistente e, dopo aver capito che si tratta di una persona in carne ed ossa, parte per “andarla a prendere”.

E NOI COME STRONZI RIMANEMMO A GUARDARE (2021) Trailer del Nuovo Film di Pif con Fabio De Luigi

Quale realtà c’è dietro la trama del film

La vicenda degli assistenti personali in ologramma è meno nota rispetto a quella dei rider, ma non meno reale.

Se è pur vero che non c’è una piattaforma che offra la riproduzione massificata di ologrammi non reali, è tuttavia possibile accedere a servizi di assistenti personali che lavorano h24 e che operano nei più diversi settori.

Gli assistenti personali possono essere utilizzati per analisi di mercato, ricerche in internet e per sbrigare task delegabili a costi molto bassi.

Il meccanismo è spiegato molto chiaramente da Tim Ferris nel suo libro “4 ore a settimana”, in cui teorizza l’impiego di personale indiano o cinese per effettuare lavori tendenzialmente impiegatizi più o meno qualificati sfruttando il fuso orario e la differenza valutaria.

In pratica l’azienda di outsourcing effettua i lavori delegati in un orario che normalmente non verrebbe impiegato per il differente fuso orario, con l’indicazione delle consegne date alla sera che sono pronte per la mattina dopo.

La differenza tra valuta pregiata e quella di pagamento effettivo, inoltre, consente un risparmio significativo in termini di costi di realizzazione.

L’esempio che viene portato è quello di un giornalista di Esquire che delega ad un assistente indiano ricerche online, pagamenti elettronici e, addirittura, un’email di scuse alla propria moglie.

La delusione gig economy

La gig economy ha dato l’illusione di un nuovo modello economico, più sostenibile e legato alle esigenze dell’utente.

Il punto è che oltre ad aver creato un modello economico di sfruttamento di tipo ottocentesco, i sostenitori della gig economy hanno anche potuto fare in modo di generare profitto sulle informazioni di utenti e dipendenti, creando un modello di oligopolio in cui ogni stakeholder è parte del processo di generazione del profitto.

In pratica la servitizzazione dell’economia fa sì che l’utente sia contemporaneamente fruitore del servizio e prodotto: la conoscenza delle esigenze dell’utente consente la generazione d nuovi prodotti as a service che, a loro volta, consentono di “inventare” nuove modalità operative.

Queste ultime, a loro volta, diventano – o meglio, vengono spacciate – per esigenze di mercato e, col pretesto di battere la concorrenza, si ricorre allo sfruttamento della manodopera meno qualificata.

Il meccanismo si applica anche a lavori più qualificati grazie a due fattori: la facilità di reperimento delle informazioni tramite web e l’artificiale semplificazione delle informazioni che si vogliono trasmettere.

Questo consente di rendere il prodotto informativo meno accurato e, quindi, meno costoso da produrre e più attraente per il consumatore finale.

La teoria di Klaus Schwab (“padre” del World economic forum di Davos e della tesi del Great reset, dall’omonimo libro di cui è coautore con Thierry Malleret, Covid-19: Der Grosse Umbruch) del capitalismo degli stakeholder è riassunta in poche frasi: “That is the core of stakeholder capitalism: it is a form of capitalism in which companies do not only optimize short-term profits for shareholders, but seek long term value creation, by taking into account the needs of all their stakeholders, and society at large”.

La teoria del capitalismo degli stakeholders (spiegata in modo chiaro e non sintetico nel libro di Klaus Schwab con Peter Vanham Stakeholders Capitalism-A Global Economy that Works for Progress, Peolpe and Planet) è, di fatto, la servitizzazione dell’economia: niente più proprietà privata, beni a noleggio con modalità all inclusive.

In conclusione

La tendenza è chiara e ci siamo abituati: dallo smartphone all’automobile, dalla multifunzione ed i computer per gli uffici fino alla… manodopera interinale.

Noi siamo rimasti a guardare mentre la flessibilità ha aperto ogni breccia possibile alle tutele dei lavoratori prima e dei cittadini poi; l’adozione del green pass, poi, ha determinato un ulteriore fenomeno: l’abitudine a vivere con un QR code per fare qualunque cosa.

Da cittadini a sudditi è un attimo: specie se si è sudditi viziati e abituati ad avere qualunque cosa in tempo reale e, magari a fornirlo a nostra volta perché parte di un ingranaggio.

E vivremo in un mondo bellissimo, dove il venerdì staremo a casa a guardare Matrix alla tv a noleggio, mentre giochiamo con lo smartphone in compagnia del nostro assistete virtuale olografico, aspettando la consegna del food delivery, attendendo senza angoscia il lunedì mattina grazie agli ansiolitici prescritti dalla nostra app di benessere personale preferita.

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