il caso

Come la Chiesa usa i big data per evangelizzare: la piattaforma Gloo

Trovare e redimere le “pecorelle smarrite” bisognose di aiuto, a ogni costo, con qualsiasi mezzo, anche quelli del digitale. La digital age avanza e la Chiesa si adegua, con Gloo, la piattaforma che con l’aiuto dei big data aiutare le chiese a raggiungere quelle persone più affini al messaggio evangelico

11 Mar 2022
Chiara Ponti

Avvocato, Privacy Specialist & Legal Compliance e nuove tecnologie – Baccalaureata

Gloo, una piccola azienda americana, si è fatta promotrice di realizzare una piattaforma a servizio delle chiese che si ciba di grandi quantità di dati (big data), “sforzandosi” di analizzare i dati personali e le attività online degli americani al fine di aiutare le chiese a raggiungere quelle persone più affini al messaggio evangelico.

Per farlo, ha adoperato le consuete tecniche di analisi di dati, vale a dire facendo né più e né meno come già da tempo, molte aziende fanno.

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Ciò che li differenzia risiede semmai nella qualità dei dati analizzati prevalentemente personali alla luce (della identificazione) di quei momenti più difficili della vita delle persone, o meglio con un più nobile intento. La piattaforma vorrebbe infatti offrire alle chiese la possibilità, attraverso l’uso della stessa, di mostrare, condividere, diffondere annunci a gruppi di persone credenti e quindi ritenuti più ricettivi di altri, onde fare aggregazione.

Vediamone i dettagli di un caso che ci può servire a riflettere su potenza e rischi di uno strumento, l’analisi di big data, a scopi di evangelizzazione.

Gloo, i possibili utenti da evangelizzare

È rinomato che le persone in crisi abbiano maggiori probabilità di essere aperte agli “sforzi” di sensibilizzazione che le chiese sono da sempre chiamate a fare.

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La piattaforma Gloo parrebbe in grado di elaborare i dati captati e analizzati, sì da identificare i possibili utenti.

Grazie, infatti, agli strumenti di profilazione, potenti mezzi di marketing, è possibile individuare quelle persone dalle caratteristiche a questo mondo “cattolico” più affini, le quali potrebbero avere un matrimonio in crisi, soffrire di depressione o di stati di ansia o ancora avere una propensione alla tossicodipendenza: il tutto solo sulla base di un’accurata analisi di dati.

Alcuni dati e big data

Parrebbe che più di trentamila chiese statunitensi abbiano aderito a questa piattaforma, includendo clienti/utenti gratuiti e premium (che pagano circa $ 1.500 all’anno, cadauno).

Secondo alcune evidenze del marketing, Gloo avrebbe profilato quasi 250 milioni di utenti/individui americani, e in particolare statunitensi, acquisendo per l’effetto un elenco di circa 30.000 coppie divorziate negli Stati Uniti.

Utilizzando tali variabili, più di 33 milioni di americani sposati avrebbero assunto comportamenti simili.

Ma non è tutto. Secondo la Westside Family Church, una chiesa cristiana nei pressi di Kansas City, Kan., avrebbe usato la piattaforma Gloo per cercare di raggiungere, attraverso annunci online, tutte quelle persone in difficoltà anche finanziaria, acuita dalla pandemia.

La prima piattaforma di evangelizzazione a prova di privacy

La società dichiara espressamente che “…si impegna a farlo nel modo giusto”, seguendo le leggi in materia di privacy sulla scia di Apple e Google.

D’altra parte, se non fosse affidabile, il flop sarebbe garantito.

Gloo intende fornire alle chiese che adoperano la piattaforma, “pacchetti” istantanei di dati volti a capire meglio le loro comunità e concentrare i loro ministeri su questioni rilevanti.

E i dati di terze parti? Parrebbero essere sempre stati resi anonimi dagli utenti, non rilevando i loro nomi o la loro geolocalizzazione.

Tuttavia, è facoltà degli utenti integrare i propri database interni con Gloo, aggiungendosi alla propria raccolta di dati.

La Società americana parrebbe essere in grado di offrire una tecnologia tale per la quale le chiese possono con un solo clic inserire nei siti web, al fine di raccogliere dati grazie anche a dei questionari da diffondere ai propri fedeli.

Big data, etica e privacy

Ma proviamo a guardare al tema più vastamente. Il termine Big Data evoca direttamente una mole di dati/informazioni nemmeno alla lontana concepibili da parte della singola mente umana, tutte stipate in enormi server e virtualmente a disposizione di chi le detiene.

Secondo il noto teologo ed esperto di tecno-etica  Paolo Benanti dell’Università Gregoriana di Roma «I big data ci dicono cosa accade ma non ci dicono il senso. Mai come oggi abbiamo bisogno di riaffermare l’alterità umana rispetto alla macchina e questa alterità è il senso delle cose e delle nostre azioni. Le scienze umane che rendono all’uomo il senso, o porzioni crescenti di senso, aiutano a vivere il limite».

Big data, utilità, limiti, proprietà e la privacy

Secondo il pensiero del noto predetto teologo, «La novità prodotta dai Big Data è che siamo passati da una spiegazione della realtà di tipo casuale: piove perché certe correnti di aria calda incontrano correnti di aria fredda e così via…. a un altro criterio di lettura: piove là dove tutti aprono gli ombrelli. Nel paradigma gnoseologico è una vera rivoluzione, perché basandoci su queste inedite forme di correlazioni di dati prima non disponibili, vengono consentite previsioni senza che se ne sappia il perché e che si cerchi una legge sottostante».

Si sente spesso dire che i “dati sono il nuovo petrolio”. Incrociando, infatti, i dati di alcune specifiche persone o categorie, siamo in grado di scoprire preferenze, attitudini ecc.

Ma tutto questo è lecito?

Per rispondere, ci rifacciamo al pensiero del teologo Benanti, partendo dal presupposto che il dato sia «…come l’impronta personale», ma allora «il problema da porsi è se si tratti di una proprietà personale, oppure, visto che si trova sui social network, sia un bene disponibile a tutti. A queste domande dobbiamo rispondere sul piano giuridico, se vogliamo resistere alle sfide inedite che la tecnologia solleva a livello globale, altrimenti rischiamo di sconquassare il tessuto sociale».

Big Data = “Big Religion”?

Potremmo chiederci: ma se i Big Data sono destinati a portarci a una inedita forma di “Big Society”, laddove i grandi server controllano miliardi di uomini tramite miriadi di sensori e contatti informatici, la religione dovrà trasformarsi in “Big Religion”?

È evidente che i Big data offrono sempre di più un “controllo” su tutto ciò che accade.

Tuttavia, come molti di noi ben sanno, i problemi dell’uomo, non sono tanto su che cosa accade, ma sul perché quel qualcosa accada.

Di fronte a certe domande esistenziali di fondo, e in fondo, si apre uno spazio di “ulteriorità” e non di meno di mistero/ignoto, e significato che l’attenzione inesorabilmente si sposta dalle correlazioni di dati e annesse interpretazioni, ad una correlazione ben più Alta e cioè a Dio e alle grandi leggi dell’esistenza.

Conclusioni

Una grande occasione o una preoccupante tentazione? Dipende da come si utilizzano le nuove tecnologie che si hanno a disposizione.

Non dimentichiamo che la Chiesa è stata concepita, fin dalla notte dei tempi, come il “sacro luogo” di deposito della rivelazione della fede in Dio, è altrettanto vero che la stessa sia oggi una Organizzazione strutturata di oltre un miliardo di uomini, e fatta da uomini.

In virtù di ciò, essa è chiamata a pronunciarsi in ogni dove pure sul mondo delle tecnologie, e da qui sfruttarle — perché no — anche per evangelizzare.

In questi termini, la evangelizzazione attraverso il mondo digitale può essere è senz’altro una grande opportunità, purché fatta nel modo giusto e con l’intento appropriato.

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