geopolitica

Guerra russo-ucraina: cosa ci insegna il conflitto sul futuro del digitale

La guerra in Ucraina, pur combattuta armi alla mano, illustra anche una serie di evoluzioni dal punto di vista digitale con cui dovremo fare i conti. Dal disaccoppiamento tecnologico a quello delle catene del valore, ecco gli effetti in ambito cyber, dell’informazione, della comunicazione, dell’economia globale

21 Apr 2022
Jean Pierre Darnis

Professore presso l’Université Côte d’Azur e l’Università LUISS Guido Carli

Carolina Polito

Ph.D. Candidate LUISS Guido Carli

Il conflitto in Ucraina sta riportando l’Europa verso uno scenario classico: quello della guerra combattuta armi alla mano per difendersi da un’invasione. Si tratta di un richiamo violento e molto concreto alla necessità di pensare la propria difesa in un modo che sembrava fino a poche settimane fa appartenere alla storia. Ma non si tratta di un puro e semplice ritorno al passato. La guerra in Ucraina illustra anche una serie di evoluzioni dal punto di vista tecnologico e digitale.

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Guerra in Ucraina, non è un Armageddon digitale

La prima constatazione è quella di una dimensione limitata del conflitto cibernetico. Varie fonti insistono sul livello inconsistente degli attaci cibernetici russi. Fatta eccezione per due casi di malware diretti ai ministeri ucraini nelle settimane precedenti l’invasione, la tanto attesa offensiva informatica che potesse paralizzare il comando e il controllo delle forze armate o spegnere i sistemi elettrici e idrici, non si è concretizzata. Successive analisi riveleranno se si tratta di una volontà politica, di un problema di capacità tecnologiche o di un contrasto in atto molto efficiente da parte dell’Ucraina e della Nato. Ciò su cui si può già da ora insistere è quanto, in termini militari, la dimensione cyber di un conflitto abbia ragione di essere quando ci troviamo in uno scontro a bassa intensità. La devastazione prodotta dall’attacco armato russo invece è già talmente massiccia da rendere ininfluente un attacco nel dominio cyber.

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Al di là di questo fenomeno, di per sé molto interessante e che almeno in modo provvisorio smentisce le teorie di Armageddon digitale che avevano preso piede nella letteratura da vari anni, si capisce come la dimensione digitale sia comunque rilevante per il successo delle operazioni belliche: l’inefficienza dell’esercito russo proviene anche dalle sue basse capacità tecnologiche, soprattutto le difficoltà a mantenere la continuità della catena di commando e controllo delle forze. Al contrario, si può costatare come le forze ucraine abbiano sia sviluppato capacità proprie che beneficiato di una serie di risorse digitali fornite da NATO e USA attraverso le quali hanno avuto accesso ai dati di monitoraggio satellitari e radar. Questo ha permesso, tra le altre cose, un monitoraggio in tempo reale dei movimenti delle truppe russe.

Il coinvolgimento di attori privati e l’importanza della comunicazione

Un altro elemento da sottolineare circa la dimensione digitale del conflitto è quello del coinvolgimento di attori privati. Questo è avvenuto sia per ciò che concerne le sanzioni, con ad esempio lo stop del funzionamento di servizi come Google pay, ma anche attraverso l’intervento di Elon Musk, il quale ha dato agli ucraini l’accesso al sistema di comunicazione satellitare Starlink, offrendo l’uso gratuito di una rete digitale globale. Questa operazione, seppur plausibilmente concertata con le autorità US, offre un esempio di mobilitazione privata e illustra una nuova forma di intervenzionismo internazionale.

Occorre inoltre insistere sulla rilevanza della strategia delle comunicazioni del governo ucraino. Il presidente Zelensky e il suo governo hanno usato a pieno regime le capacità di comunicazione digitali inondando i media tradizionali e la rete con i propri messaggi e dimostrando una sostanziale inefficienza della campagna di disinformazione russa, anche e soprattutto nei media occidentali. Il massacro di Bucha sembra essere il primo momento in cui una narrativa russa si fa spazio nei canali di informazione occidentali, ma con poca forza, scarsa convinzione e risultati modesti. Ancora una volta questo ci porta a pensare che davanti alla devastazione del conflitto cinetico, le tecniche cibernetiche, anche quelle legate alla disinformazione, siano inevitabilmente meno efficaci.

Il progressivo decoupling tecnologico tra occidente e oriente

Occorre però, proprio dal punto di vista dell’informazione, sottolineare come questa dimensione sembri il primo dominio in cui la Russia appare realmente sulla difensiva. In quest’ottica si possono leggere i tentativi russi di chiudere il proprio dominio internet separandolo da quello occidentale, ed evitando così che le informazioni provenienti dall’ucraina possano instillare una contro-narrativa rispetto a quella della doxa e delle “operazioni speciali in Ucraina”. Questo tentativo, per il momento abbastanza imperfetto, rivela tuttavia uno spiraglio sul futuro del dominio digitale sul quale occorre interrogarsi: quello di un progressivo decoupling tecnologico tra occidente e oriente.

Abbiamo già assistito a queste tendenze profilarsi nel rapporto tra Usa e Cina, ed è più che plausibile che questo processo si estenda ai rapporti con la Russia. Da molti definito con anche con l’espressione de-globalizzazione, il decoupling si riferisce a quel processo di disaccoppiamento delle economie in sfere autonome di influenza. Il decoupling tecnologico tra Russia e Occidente potrebbe manifestare in diversi settori, tra gli altri, quello del mercato dei software, quello dell’informazione e dell’internet Governance, e quello delle catene del valore.

Le restrizioni al commercio di software e servizi

Sebbene gli Stati Uniti, l’Unione Europea e molte nazioni allineate alla NATO abbiano imposto una vasta gamma di restrizioni commerciali alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, il software, i servizi online e i servizi di media non sono finora esplicitamente soggetti alle sanzioni statunitensi o dell’UE. Le restrizioni al commercio di software e servizi fino ad oggi sono quindi principalmente intraprese volontariamente dalle aziende o sono il risultato di misure imposte dalla Russia stessa, come detto, per ridurre il flusso di informazioni sul proprio territorio. Un’eccezione sono le merci prodotte utilizzando software di origine statunitense che sono state soggette a requisiti di licenza di esportazione.

Come si legge su un articolo pubblicato dal think tank Bruegel,[1] l’Ucraina ha chiesto al governo degli Stati Uniti di imporre un divieto alle società statunitensi di fornire aggiornamenti agli utenti russi per i propri software. Gli Stati Uniti non hanno tuttavia ancora accettato tale richiesta. Un tale divieto potrebbe avere un impatto drammatico a medio e lungo termine sulle capacità delle imprese e dei privati ​​russi, ma non avrebbe necessariamente un impatto immediato. Significherebbe che gli utenti che utilizzano software americani non riceverebbero più patch di sicurezza, il che renderebbe più facile hackerare il software utilizzato dai cittadini russi. Ciò potrebbe sollevare questioni pratiche e morali sul fatto che il danno collaterale che i civili subirebbero sia proporzionato.

La Russia verso un internet separato dal resto del mondo

Il 28 febbraio, il vice primo ministro ucraino Mikhailo Fedorov aveva scritto a Göran Marby, presidente e CEO di Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (ICANN), chiedendo la revoca dei domini di primo livello .ru, .рф e .su come sanzioni alla Russia. Le misure avrebbero effettivamente tagliato fuori la Russia da Internet globale, in qualche modo analogo all’isolamento della Russia dal sistema globale di messaggistica delle transazioni finanziarie SWIFT. Marby ha rifiutato la richiesta sostenendo che ICANN è un organismo tecnico che amministra nomi e numeri di Internet e non si sente incaricato di intraprendere azioni su base geopolitica. A parte questo, continua l’articolo, vi sono buone ragioni per dubitare che le misure proposte sarebbero state efficaci, e, ancora una volta, avrebbero disproporzionatamene colpito la popolazione civile russa.

Dal canto suo è stata proprio la Russia ad avanzare delle azioni per distaccare il proprio spazio cibernetico dall’Internet globale. Facebook è stato costretto a interrompere le operazioni in Russia il 4 marzo, dopo essere già stato precedentemente rallentato. Lo stesso giorno anche la piattaforma di Twitter ha subito una serie di rallentamenti e limitazioni che, seppur non ufficialmente bloccandola, l’hanno portata ad un punto di sostanziale inoperabilità.[2]

Una rete più chiusa e censurata dopo la guerra in Ucraina

Questi passi potrebbero dimostrare i progressi della Russia nella creazione di un Internet separato da quello del resto del mondo ed in cui possa più facilmente controllare informazioni e dissenso. Il gold standard dei digital walled garden è la Cina, che è riuscita a separarsi dal resto del mondo attraverso il suo Golden Shield Project. Per costruire la sua muraglia digitale, tuttavia, secondo alcuni esperti, la Cina ha impiegato un grandissimo numero di tecnici, nonché un investimento di circa 20 miliardi di dollari annui per mantenere in piedi l’infrastruttura.[3] Copiare l’approccio cinese in Russia è qualcosa che si ritiene possa essere al di là della portata del presidente russo Vladimir Putin. La Russia potrebbe infatti non avere la quantità di risorse necessarie a replicare questo modello, senza considerare gli inevitabili problemi tecnici derivanti dal fatto che, al contrario della Cina, il suo Internet è stato per anni relativamente aperto alle comunicazioni con l’Occidente.

Il disaccoppiamento delle catene del valore

Il terreno su cui appare più probabile, almeno nell’immediato, un disaccoppiamento con la Russia, è quello delle catene del valore. Le aziende, in particolare quelle tecnologiche, si pensi al mercato dei chip, stanno già progressivamente mettendo in discussione le ortodossie degli ultimi 50 anni di globalizzazione. Queste ortodossie includevano la ricerca del produttore con il costo più basso, non importa quanto distante. I risultati del cambiamento attualmente in corso potrebbero portare movimento di posti di lavoro e della produzione globale, trasformando centinaia di miliardi di dollari di attività economica dei decenni a venire. Questo è il primo campo in cui potremmo forse davvero osservare queste tendenze alla de-globalizzazione, verso una crescente regionalizzazione delle economie globali. Ancora una volta quindi, forse non come avremmo immaginato, il digitale fa scuola sul mondo che dovremmo imparare a profilarci.

Note

  1. https://www.bruegel.org/2022/03/the-decoupling-of-russia-software-media-and-online-services/
  2. https://www.bbc.com/news/technology-60992373
  3. https://arstechnica.com/tech-policy/2022/04/russia-inches-closer-to-its-splinternet-dream/?comments=1

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