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Direttore responsabile Alessandro Longo

la riflessione

I muri di Apple sono quelli di Trump

16 Mar 2016

16 marzo 2016

Nel conflitto fra voglia di vivere e paura di vivere, la Apple di Tim Cook offre la sicurezza di vivere, anticipa il murofondaio Donald Trump e ricorda al mondo che lo smartphone della sua mela morsicata è inviolabile, che il suo muro è indistruttibile

L’onda lunghissima della crisi economica d’Occidente ha minato fino alle radici psicologiche e sociali più profonde la percezione quotidiana del proprio patrimonio personale di sicurezza. Sicurezza di avere i soldi per la scadenza del mutuo, sicurezza di poter mandare i figli scuola, sicurezza che nessuno stato mi porterà via la pensione, sicurezza che non perderò il posto di lavoro, sicurezza che sarò in grado di pagarmi le cure mediche, sicurezza che non mi rapineranno né in strada né in Internet, sicurezza che le mie certezze e consuetudini “culturali”, la mia “appartenenza”, non saranno messe in discussione dai barbari della contea accanto, della provincia confinante, né dalle ondate di disperati, per guerra o per fame, del continente “sottostante”.
E quando fuori c’è tempesta ci si rifugia nelle quattro mura di casa, se si ha una casa. E se mancano i muri allora si costruiscono.

Nell’immaginario terrestre collettivo e nella memoria storica, pur contemporanea, c’era un vero e solo muro, reale e simbolico, cittadino e globale, il muro di Berlino, il muro della Guerra Fredda, che si estendeva a dividere i due grandi blocchi ideologicamente e geograficamente definiti, con accettabile approssimazione, l’Ovest e l’Est (Asia inclusa), con porzioni di continenti nell’Africa e nell’America Latina. Era comunque un’epoca di “paura sostenibile“.
Era un muro sanguinante ma solido e “condiviso”, dunque perfino rassicurante. Dava sicurezza ai carcerieri e a volte ad alcuni prigionieri. Ora quel muro icona non c’è più. Ma a un quarto di secolo di distanza i muri si sono riprodotti, negli ultimi anni, come una metastasi, con un’accelerazione da malattia terminale.

Spalleggiati dalle mura delle proprie case con la loro inviolabilità (per chi la casa ce l’ha) e dai muri dei NIMBY (“Not In My Back Yard”),  miliardi di muri mentali hanno voluto e edificato migliaia di muri di cemento armato e di filo spinato fra aree, territori, enclave e stati in affanno di sicurezza, a volte solo paranoico, causato da ogni possibile pericolo d’invasione, commistione, confronto, reale o immaginario, ma comunque percepito. Il tutto sbandierando, a torto o a ragione, il vessillo dell’identità, dell’appartenenza e della Storia.
Sono muri che disegnano l’accurata attuale mappa umana della “insostenibilità della paura”.

Sono muri a volte causa a volte effetto, a volte tutte due le cose, che fuoriescono dai nostri pensieri, sensazioni e sentimenti, raziocini e pazzie, produttori inesauribili di ogni possibile percezione di sicurezze e paure. Paure d’ogni tipo e ogni stazza: paure “naturali”, reali, fittizie, indotte, elargite a piene mani, populisticizzate, oppure  consapevoli, ragionate, responsabilizzate, interiormente o collettivamente elaborate, sistematicamente affrontate.
Sono paure che disegnano la storia dell’umanità. Presente, passata e futura. Sono le paure degli abitanti del Pianeta che, interagendo fra loro, creano un reticolo di azioni e reazioni di una complessità totale, infinita, che si sintetizza, si aggrega, si coagula, si materializza, non solo ma anche, ed oggi soprattutto, nei muri e nelle guerre.

Quel reticolo, quella complessità, ha oggi un suo altrettanto complesso “mondo compenetrato” nella Rete, nel Web, in Internet. Un luogo, un’esistenza, che ancora troppi insistono a chiamare “virtuale”, dove invece si costruisce una parte sempre più preponderante di mondo reale.
La rete, più reale del reale, da tempo battistrada e anticipatore del reale stesso, ci offre identità, appartenenze, patrie, comunità, reti sociali, adesioni, iscrizioni, aggregazioni, gruppi, circoli, fratellanze, complicità, segregazioni, apartheid.
È un luogo dove, nonostante le infinite dichiarazioni d’intenti – strepitose quelle originarie, assai affievolite quelle attuali – i muri hanno incominciato ad essere eretti, con una qualche apparentemente plausibile ragione e motivazione, e ora proliferano senza sosta e senza pudore, costruiti sui consumi disintermediati e sui desideri immediati.
Sono i muri invisibili, muri di pedaggio mascherati con la pubblicità, allestiti dagli oligarchi della Rete, protagonisti assoluti di Wall Street, dove hanno superato, stracciato direi, il secolo del petrolio, primi in classifica nella top ten mondiale degli account. Sono i social network che tolgono le paure ma solo dentro le loro mura. Sono le piattaforme che ti legano a loro per soli 9 euro e novanta al mese. Muri verticali che si aggiungono a quelli orizzontali e profondi del Dark Web.
Sono il duplicato digitale e reticolare dei muri delle nazioni murate, dove svetta la Grande Muraglia cinese di mattoni millenari che si accompagna alla Grande Muraglia Digitale. Sono muri che danno sicurezza secondo il modello di business “freemium”, una base gratis, senza filo spinato, il resto a pagamento, con la garanzia di un muro tutto tuo.

Dalle banche online ai social network la sicurezza è a portata di clic. La password personale è la garanzia di un fortino protetto. “Per entrare parola d’ordine, per favore! Si identifichi!”. Milioni di frettolosi usano la stessa e cioè “123456”. Gli altri miliardi di spaventati sono tutt’uno dietro la porta illusoriamente blindata della loro “userID” e di una loro personalissima “parola chiave”.
I popoli del web che cercano sicurezza nella rete ed erigono muri, si muniscono quindi di un obbligatorio lasciapassare. E gli oligarchi del millennio digitale gli offrono roccaforti tascabili dove la sicurezza arriva dalla parola magica “criptaggio“, invitandoli a rimpinzare i loro smartphone con tutta la loro vita.

È un perfetto paradosso di questo millennio il fatto che i capi di stato di mezzo mondo, Europa inclusa, siano stati intercettati registrati, digitalizzati, in una parola “spiati”, da una qualche NSA statunitense, mentre del cellulare di un fanatico e assassino, autore della strage di San Bernardino in California, non si riuscirà, per mesi, ad accedere neppure alla app del meteo, tutto perché il cellulare in oggetto è un iPhone con un ora vecchio sistema operativo.
Nel conflittuale confine fra voglia di vivere e paura di vivere la Apple di Tim Cook vuole offrire infatti la sicurezza di vivere, anticipa il murofondaio Donald Trump e ricorda al mondo, ai concorrenti e al proprio Paese, il più potente e il più abile distruttore di muri (specialmente commerciali) del Pianeta, che lo smartphone della sua mela morsicata è inviolabile. Il suo muro è indistruttibile. Offre la sensazione della sicurezza assoluta. Il marketing della paura globale vince, alla grande.
7,3 miliardi di esseri umani si aggireranno liberi di scorrazzare nelle praterie rigorosamente cintate di mura degli oligarchi della rete, con in mano un aggeggio digitale grande e bello come una squisita tavoletta di cioccolata, ciascuna tavoletta hub totale di sé stessi e scrigno non solo simbolico della propria esistenza. 

  • Luba

    La messa in relazione tra l’ascesa di Trump e la vicenda Apple è senza dubbio fonte di molteplici riflessioni. Oggi come sempre la paura governa il mondo

  • quintero44

    Trovo davvero interessante sottolineare la problematica dell’infrangibilità di questi walls che ci si sta costruendo attorno. La mia conclusione però è che nel momento in cui il mondo va’ avanti così in fretta l’unica soluzione è assecondarlo e fare delle tecnologie e di questi strumenti 2.0 un vantaggio o quantomeno uno scudo.. Le grandi rivoluzioni tecnologiche della storia sono sempre capitate con gli uomini giusti nei momenti sbagliati, chissà se invece questa volta è arrivata l’ora di dimostrare che la storia non è così ciclica… Ma questo forse è solo un sogno innocente (dietro a un muro)!

    Un saluto.

    Q.

  • grandefratello

    Non vedo il problema, ben venga un MIO device inviolabile dagli altri, lo Stato in primis.
    Io amo i muri di casa mia e li voglio inviolabili!
    Chi vuole essere violato è semplicemente un masochista, suddito e schiavo, ed io non lo sono né voglio diventarlo.

  • Attilio A. Romita

    La genesi della paura è certamente l’ignoranza intesa nel suo senso letterale cioè non conoscenza di un fatto, una situazione, lo sviluppo di una azione ed il suo contrario. Il non impedimento di un evento genera la paura che l’evento dannoso si verifichi e d’altra parte affrontare i prodromi di un evento dannoso generano paura e …il gatto della favola continua a girare in tondo all’inseguimento di una coda fuggitiva. Lo struzzo saggiamente non vuole guardare perchè sa che i suoi sforzi per evitare l’evento dannoso potrebbero essere inani. Come uno struzzo impazzito il timoroso si nasconde dietro un muro ad imitazione di Jimmy, il porcellino saggio, che costruisce una casa di mattoni contro un lupo cattivo a corto di fiato dopo aver distrutto le case di paglia e cartone degli altri porcellini. E ad imitazione di Jimmy, non nella saggezza, ma nelle figura il gran Donald vorrebbe che i suoi conterranei erigessero muri in un inutile tentativo di autarchia contro un mondo troppo invadente che vorrebbe contrapporsi alla americanità antica. E quale miglior campione potrebbe scegliere Donald se non gli epigoni del grande Steve Jobs, colui che ha fatto di Apple l’oggetto del desiderio de “li mejo fichi del bigoncio” quelli che “ho c’hai Apple o sei un piccolo uomo grigio”. E quale migliore occasione per l’erede Tim Cook che naviga il rischio di opporsi ad una autorità che vorrebbe mascherare come bene nazionale la voglia di entrare nel piccolo mondo privato del telefonino di un forse terrorista? Ed il mondo dei muri e delle paure si divide, da una parte banali paurosi che difendono il piccolo valore del bene comune e dall’altra tutti quelli con un cuore a mela smozzicata che sono contenti di queste scatolette blindata che occorre mandare in fabbrica anche per cambiare la batteria. E questi fanatici sono disposti a vedere tutti il loro dati a rischio di apocalittica distruzione se qualche estraneo tenta di mordere ancora la loro mela smozzicata ….”Muoia Sansone- Apple con tutti i filistei-Androidi”.
    Spesso non è solo la paura che costruisce un muro!

  • Sergio

    Grazie Fleischner per la tua lettura inquietante dei giochi di potere e del controllo “sociopatico”, nel senso di patologia del sociale, del mondo. Un controllo che si irradia in ogni tipo di comunicazione fin dalla notte dei tempi. Sì, anche oggi, anche attraverso i computer e gli smartphone. Ancor di più oggi attraverso le tante reti in cui ogni soggetto incappa. Per soggetto intendo ogni essere animato e ogni “essere” inanimato, reale e virtuale, singolo e associato. E’ vero, hai ragione, è sempre la paura la bestia nera con cui in ogni istante chiunque non può far a meno di confrontarsi, che lo voglia o no. Tutti dobbiamo morire e questo ci attanaglia da quando veniamo al mondo. Anche al riparo di robuste mura. E’ anche vero, comunque, che con un po’ di scudi, palizzate e altri tipi di difese riusciamo ad avere un po’ meno paura. E questo personaggi come Donald, Mark, Larry, Sergey, Jeff e Bill lo sanno. E ci fanno tanti soldi! Mi domando solo una cosa: che cosa ne starà pensando in questo momento Steve, ora che passata la soglia forse la paura non l’ha più?

  • Sergio Bellucci

    Caro Edoardo,
    i confini sono stati per millenni i luoghi di contatto. Paradossalmente, nella storia, erano quelli i luoghi del confronto e dello scambio. Luoghi vissuti e pensati come l’uscita da e l’ingresso in. Un elemento di transizione ricercato e temuto. Il luogo ove si poteva osservare il passaggio da uno schema all’altro, da una realtà “ufficiale” e “naturale” ad un’altra realtà anch’essa “ufficiale” e “naturale”. Ma diversa. Erano territori sì, ma, in realtà, erano “mondi” diversi. Non credo che ci sia rifugio nei territori della globalità. Essi sono omologati in nuce, devastati dal crollo delle dinamiche sociali che ne differenziavano interessi, culture, aspettative, finalità, storie. Oggi tutto è mosso “dall’industria di senso”, una apparato planetario che avvolge menti e cuori, obbliga alle aspettative e i modelli di vita delle “singolarità qualunque” che camminano sulla superficie di un pianeta che mantiene le nazioni e i popoli più per l’inerzia di una facilitazione di controllo politico-sociale che per indipendenze e autonomie nazionali. Non esiste più popolo o nazione che possano sfuggire alla codifica degli interessi che avvolgono il pianeta come una ragnatela. E il web ha fatto la sua parte nella costruzione di tale filacciosa e melmosa situazione.
    Ma anche il diavolo più capace riesce a fare le pentole… ma non i coperchi!
    Proprio la fase più alta dei processi di controllo, quella del messa a punto della società dei social, il modello 2.0 della rete globale, si fonda sulla “obbligata” partecipazione dal basso, quella della volontaria condivisione delle persone. Qui si ri/apre una questione importante e, forse, decisiva: sviluppare la consapevolezza che sa mettere gli individui insieme non per essere folla ma per diventare una struttura sociale partecipata e consapevole. Lo avevano capito nell’Ottocento e si erano dati come obiettivo quello di costruire le forme dell’organizzazione umana che ridava autonomia agli individui che venivano trasformati in folla. E c’erano anche riusciti, ma non avevano compreso la qualità nuova dei mezzi di comunicazione di massa e, in pochi decenni, la battaglia virò decisamente a favore dei grandi poteri economici-finanziari-mediatici.
    Ora la partita si riapre. A patto che le persone comprendano quale sia lo scopo della loro vita: scegliere se essere dei meri consumatori – che vivono con l’unico scopo di essere le rotelle di un meccanismo economico – o tornare ad essere degli individui che sanno osservare i confini.
    In primo luogo quelli del loro cuore.

  • Nicobenz

    Caro Edoardo,
    le tue visioni sono sempre lucide e così “apri mente” anche quando la vedi “dark” che dovresti essere il “maestro” per eccellenza di tutti coloro che navigano nel digitale, bambini compresi.
    Quindi per prima cosa ti dico grazie.
    Detto questo prendo la tua analisi con le dovute pinze e la giro alla mia indole positiva a tutti costi che non mi abbandona mai, soprattutto nel momento del bisogno.
    Sono assolutamente consapevole delle forze che ci circondano minuto per minuto e che attraverso i loro servigi luccicanti e freemium fanno di noi dei “carcerati del digitale”, ma sono anche fortemente convinto che la vera grande occasione di questa generazione è quella di prendere in mano i “doni incatenanti” che di offrono ogni giorno e di usarli per diventare noi primi costruttori del “tessuto digitale di noi stessi” e in alcuni casi degli altri. La tecnologia è un’amante affascinante quando la guardi e la subisci ma diventa un’arma letale quando la controlli.
    Prendiamo in mano quello che ci danno e sforziamoci a farlo nostro. Sarà il nostro stesso modo di utilizzarlo che farà la differenza.
    Grazie ancora….a te.

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