Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

I muri di Apple sono quelli di Trump

Nel conflitto fra voglia di vivere e paura di vivere, la Apple di Tim Cook offre la sicurezza di vivere, anticipa il murofondaio Donald Trump e ricorda al mondo che lo smartphone della sua mela morsicata è inviolabile, che il suo muro è indistruttibile

16 Mar 2016

L’onda lunghissima della crisi economica d’Occidente ha minato fino alle radici psicologiche e sociali più profonde la percezione quotidiana del proprio patrimonio personale di sicurezza. Sicurezza di avere i soldi per la scadenza del mutuo, sicurezza di poter mandare i figli scuola, sicurezza che nessuno stato mi porterà via la pensione, sicurezza che non perderò il posto di lavoro, sicurezza che sarò in grado di pagarmi le cure mediche, sicurezza che non mi rapineranno né in strada né in Internet, sicurezza che le mie certezze e consuetudini “culturali”, la mia “appartenenza”, non saranno messe in discussione dai barbari della contea accanto, della provincia confinante, né dalle ondate di disperati, per guerra o per fame, del continente “sottostante”.
E quando fuori c’è tempesta ci si rifugia nelle quattro mura di casa, se si ha una casa. E se mancano i muri allora si costruiscono.

Nell’immaginario terrestre collettivo e nella memoria storica, pur contemporanea, c’era un vero e solo muro, reale e simbolico, cittadino e globale, il muro di Berlino, il muro della Guerra Fredda, che si estendeva a dividere i due grandi blocchi ideologicamente e geograficamente definiti, con accettabile approssimazione, l’Ovest e l’Est (Asia inclusa), con porzioni di continenti nell’Africa e nell’America Latina. Era comunque un’epoca di “paura sostenibile“.
Era un muro sanguinante ma solido e “condiviso”, dunque perfino rassicurante. Dava sicurezza ai carcerieri e a volte ad alcuni prigionieri. Ora quel muro icona non c’è più. Ma a un quarto di secolo di distanza i muri si sono riprodotti, negli ultimi anni, come una metastasi, con un’accelerazione da malattia terminale.

Spalleggiati dalle mura delle proprie case con la loro inviolabilità (per chi la casa ce l’ha) e dai muri dei NIMBY (“Not In My Back Yard”), miliardi di muri mentali hanno voluto e edificato migliaia di muri di cemento armato e di filo spinato fra aree, territori, enclave e stati in affanno di sicurezza, a volte solo paranoico, causato da ogni possibile pericolo d’invasione, commistione, confronto, reale o immaginario, ma comunque percepito. Il tutto sbandierando, a torto o a ragione, il vessillo dell’identità, dell’appartenenza e della Storia.
Sono muri che disegnano l’accurata attuale mappa umana della “insostenibilità della paura”.

Sono muri a volte causa a volte effetto, a volte tutte due le cose, che fuoriescono dai nostri pensieri, sensazioni e sentimenti, raziocini e pazzie, produttori inesauribili di ogni possibile percezione di sicurezze e paure. Paure d’ogni tipo e ogni stazza: paure “naturali”, reali, fittizie, indotte, elargite a piene mani, populisticizzate, oppure consapevoli, ragionate, responsabilizzate, interiormente o collettivamente elaborate, sistematicamente affrontate.
Sono paure che disegnano la storia dell’umanità. Presente, passata e futura. Sono le paure degli abitanti del Pianeta che, interagendo fra loro, creano un reticolo di azioni e reazioni di una complessità totale, infinita, che si sintetizza, si aggrega, si coagula, si materializza, non solo ma anche, ed oggi soprattutto, nei muri e nelle guerre.

Quel reticolo, quella complessità, ha oggi un suo altrettanto complesso “mondo compenetrato” nella Rete, nel Web, in Internet. Un luogo, un’esistenza, che ancora troppi insistono a chiamare “virtuale”, dove invece si costruisce una parte sempre più preponderante di mondo reale.
La rete, più reale del reale, da tempo battistrada e anticipatore del reale stesso, ci offre identità, appartenenze, patrie, comunità, reti sociali, adesioni, iscrizioni, aggregazioni, gruppi, circoli, fratellanze, complicità, segregazioni, apartheid.
È un luogo dove, nonostante le infinite dichiarazioni d’intenti – strepitose quelle originarie, assai affievolite quelle attuali – i muri hanno incominciato ad essere eretti, con una qualche apparentemente plausibile ragione e motivazione, e ora proliferano senza sosta e senza pudore, costruiti sui consumi disintermediati e sui desideri immediati.
Sono i muri invisibili, muri di pedaggio mascherati con la pubblicità, allestiti dagli oligarchi della Rete, protagonisti assoluti di Wall Street, dove hanno superato, stracciato direi, il secolo del petrolio, primi in classifica nella top ten mondiale degli account. Sono i social network che tolgono le paure ma solo dentro le loro mura. Sono le piattaforme che ti legano a loro per soli 9 euro e novanta al mese. Muri verticali che si aggiungono a quelli orizzontali e profondi del Dark Web.
Sono il duplicato digitale e reticolare dei muri delle nazioni murate, dove svetta la Grande Muraglia cinese di mattoni millenari che si accompagna alla Grande Muraglia Digitale. Sono muri che danno sicurezza secondo il modello di business “freemium”, una base gratis, senza filo spinato, il resto a pagamento, con la garanzia di un muro tutto tuo.

Dalle banche online ai social network la sicurezza è a portata di clic. La password personale è la garanzia di un fortino protetto. “Per entrare parola d’ordine, per favore! Si identifichi!”. Milioni di frettolosi usano la stessa e cioè “123456”. Gli altri miliardi di spaventati sono tutt’uno dietro la porta illusoriamente blindata della loro “userID” e di una loro personalissima “parola chiave”.
I popoli del web che cercano sicurezza nella rete ed erigono muri, si muniscono quindi di un obbligatorio lasciapassare. E gli oligarchi del millennio digitale gli offrono roccaforti tascabili dove la sicurezza arriva dalla parola magica “criptaggio“, invitandoli a rimpinzare i loro smartphone con tutta la loro vita.

È un perfetto paradosso di questo millennio il fatto che i capi di stato di mezzo mondo, Europa inclusa, siano stati intercettati registrati, digitalizzati, in una parola “spiati”, da una qualche NSA statunitense, mentre del cellulare di un fanatico e assassino, autore della strage di San Bernardino in California, non si riuscirà, per mesi, ad accedere neppure alla app del meteo, tutto perché il cellulare in oggetto è un iPhone con un ora vecchio sistema operativo.
Nel conflittuale confine fra voglia di vivere e paura di vivere la Apple di Tim Cook vuole offrire infatti la sicurezza di vivere, anticipa il murofondaio Donald Trump e ricorda al mondo, ai concorrenti e al proprio Paese, il più potente e il più abile distruttore di muri (specialmente commerciali) del Pianeta, che lo smartphone della sua mela morsicata è inviolabile. Il suo muro è indistruttibile. Offre la sensazione della sicurezza assoluta. Il marketing della paura globale vince, alla grande.
7,3 miliardi di esseri umani si aggireranno liberi di scorrazzare nelle praterie rigorosamente cintate di mura degli oligarchi della rete, con in mano un aggeggio digitale grande e bello come una squisita tavoletta di cioccolata, ciascuna tavoletta hub totale di sé stessi e scrigno non solo simbolico della propria esistenza.

Articolo 1 di 3