lo studio Pew

Il digitale fa male alla democrazia? Timori e speranze degli esperti

Lo strapotere dei dati, la pervasività di internet, l’incedere veloce dell’intelligenza artificiale cambieranno in meglio o in peggio le nostre democrazie? Gli orientamenti interpretativi del rapporto evolutivo tra democrazia e tecnologia sono approfonditi in una serie di studi. Ecco cosa ci dicono

12 Mar 2020
Barbara Calderini

Legal Specialist - Data Protection Officier


Lo sviluppo tecnologico presidiato dai dati, big data in particolare, e dalla capacità di analisi degli stessi, rappresenta un fattore abilitante di notevole impatto per ogni società sia essa liberale che autoritaria.

A seconda dei casi può rivelarsi un alleato prezioso quanto insidioso; può contribuire ad incentivare i processi di responsabilità di uno stato di diritto o viceversa favorire le capacità repressive delle derive dispotiche.

Di fatto, il populismo e la polarizzazione sono i due attributi immanenti che contraddistinguono con sempre maggior enfasi la società come ci appare oggi: troppo spesso asservita a ben note logiche di concentrazione di influenza e ricchezza, come alle tattiche di disturbo e manipolazione delle informazioni espressione di interessi di parte di varia natura.

La capacità di scelta degli individui ne esce fortemente compromessa.

I pericoli legati ai temi quali il riscaldamento globale, i conflitti alimentati a colpi di fake news, i timori per le applicazioni accattivanti di intelligenze artificiali fallaci e discriminatorie, generano sfiducia e distacco dalle Istituzioni eppure anche altrettanta preoccupante assuefazione.

I principi e i processi democratici rischiano una pericolosa fase di recessione. E il malcontento evidente, non si ferma alle sole economie avanzate espandendosi anche a quelle emergenti.

In tale contesto, dove il fatto che la tecnologia abbia un impatto importante sulla società non è più in discussione, si inserisce il dibattito interessante su quanto questo stesso impatto possa essere positivo o negativo e come affrontarne le conseguenze.

Tecnologie, futuro e democrazia: lo studio

Un nuovo ed interessante studio condotto, dal 3 luglio al 5 agosto 2019, dal Pew Research Center e l’Imaging the Internet Center della Elon University, ha raccolto le opinioni di vari esperti in merito ai potenziali effetti dell’uso diffuso della tecnologia rispetto alle istanze dei principi democratici.

Quasi 1.000 esponenti (principalmente statunitensi) tra tecnologi, sviluppatori, leader aziendali e politici, ricercatori e attivisti delle maggiori organizzazioni – tra cui tra cui le università di Oxford, Cambridge, MIT, Stanford e Carnegie Mellon; aziende come Google, Microsoft, Akamai, BT e Cloudflare, e associazioni come Internet Engineering Task Force (IETF), Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (ICANN), Internet Society (ISOC), International Telecommunications Union (ITU), Association of Internet Researchers (AoIR) e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) – hanno risposto ad una domanda precisa:“Between now and 2030, how will use of technology by citizens, civil society groups and governments affect core aspects of democracy and democratic representation? Will they mostly weaken core aspects of democracy and democratic representation, mostly strengthen core aspects of democracy and democratic representation or not much change in core aspects of democracy and democratic representation?”

E cioè “Tra oggi e il 2030 in che modo l’uso della tecnologia da parte dei cittadini, delle organizzazioni della società civile e delle Istituzioni influenzerà gli aspetti fondamentali della democrazia e della rappresentanza democratica? Li Indebolirà, li rafforzerà, o piuttosto non apporterà cambiamenti significativi agli aspetti fondamentali della democrazia e della rappresentanza democratica? Come ti aspetti che evolva la democrazia nel 2030 dal punto di vista dei cittadini? Quali aspetti delle istituzioni democratiche essenziali cambieranno? Quale ruolo avrà la tecnologia? Ritieni improbabile che le istituzioni e i processi democratici possano essere influenzati in modo significativo dalla tecnologia o da altre forze nel prossimo decennio, cosa pensi che significhi per la società?”

Circa la metà degli intervistati, seppure con diverse sfumature, ha ritenuto che tra oggi e il 2030 l’uso della tecnologia non agevolerà lo sviluppo democratico delle società civili e ciò in particolar modo tenuto conto della distorsione della realtà causata dalla scarsa capacità di analisi critica dei fenomeni tecnologici, dall’inquinamento delle informazioni, dal declino del giornalismo e dall’impatto del capitalismo di sorveglianza.

Il 33% degli intervistati, si è rivelato di contrario avviso e si è dichiarato sicuro che l’uso mirato della tecnologia contribuirà piuttosto ad espandere la portata e l’efficacia dei principi democratici e dell’uguaglianza politica. Il restante 18% ha affermato che non vi sarà invece alcun significativo cambiamento nel prossimo decennio.

“Molti esperti temono che l’uso della tecnologia indebolirà la democrazia nel prossimo decennio”, così sintetizza Lee Rainie, direttore dell’Internet and American Life Project del Pew Research Center. “Si preoccupano dei modi in cui cattivi attori potrebbero utilizzare i social media e altre tecnologie digitali per distorcere la realtà. Temono per il futuro del giornalismo. E pensano che il “capitalismo di sorveglianza” basato sui dati rappresenti una minaccia per la libertà delle persone. Quasi ovunque, vedono a rischio istituzioni e processi democratici “.

Le due infografiche precedenti sono tratte dal Report Pew e mirano ad evidenziare in modo schematico quali sono stati i temi maggiormente coinvolti nella trattazione delle risposte e i gap e le preoccupazioni evidenziati dagli intervistati.

È possibile rintracciare una sorta di fil rouge sotteso alle varie interpretazioni: da quelle ad indole ottimista a quelle “apocalittiche o soltanto timorose per il potere disruptive dell’economia digitale”.

Ovvero:

  • Tecnologia e democrazia non sono incompatibili e d’altra parte le posizioni “arrocate” in improbabili fortini analogici oltre che anancronistiche non risultano ragionevolmente sostenibili.
  • L’applicazione della tecnologia non è tuttavia neutrale e l’uso improprio della stessa influisce inevitabilmente sulla fiducia delle persone negli ordinamenti, sul funzionamento dei processi democratici e nello sviluppo digitale in sé. Quello che in origine veniva sentito come un fattore abilitante per la cittadinanza attiva, ora è generalmente visto come un’opportunità riservata a pochi eletti per trarre profitto dai circuiti di una data economy in forte espansione.
  • Emerge con tutta evidenza la necessità di un salto culturale importante, specie per le classi dirigenti tradizionali, che orienti la giusta percezione di quanto “prendersi concretamente cura dell’ecosistema digitale” nell’interesse generale si rivelerà determinante.
  • Le scelte da compiere faranno la differenza in un senso o nell’atro; e certo la scelta più giusta sarà quella che in ogni caso migliorerà la consapevolezza contribuendo a definire i criteri che guideranno il giusto agire di “un contesto evolutivo complesso” che, prima di ogni cosa, dovrà coinvolgere tutti.

Può essere interessante, inoltre, almeno per coloro che sono soliti seguire le analisi del Pew, leggere i suddetti riscontri anche alla luce delle risultanze di un diverso studio condotto nel 2019 sempre da Pew Research Center e Elon University’s Imagining the Internet Center che, in occasione del 50esimo anniversario della rete, chiese a 530 esperti in tecnologia, tra cui Leonard Kleinrock – membro di Internet Hall of Fame e condirettore della prima connessione online host-to-host, nonché professore di informatica all’Università della California – e altri pionieri di Internet, “in che modo la vita delle persone potesse essere influenzata dall’evoluzione di Internet nei prossimi 50 anni” . In quella circostanza il 72% degli intervistati affermò che ci sarebbero stati cambiamenti in positivo, solo il 25%, cambiamenti in peggio e il 3% nessun cambiamento significativo.

“Prevedo che Internet si evolverà in un sistema nervoso globale pervasivo. Internet sarà ovunque, disponibile su base continua e sarà invisibile nel senso che scomparirà nell’infrastruttura, così come l’elettricità è, sotto molti aspetti, invisibile. L’Internet of Things sarà un mondo incorporato nell’Internet of Invisible Things. Saremo in grado di interagire con le sue capacità tramite interfacce a misura d’uomo come linguaggio, gesti, tattili, ologrammi, display e così via. Non saremo più costretti a interfacciarci con minuscole, incompatibili, scomode tastiere, icone e dispositivi portatili e desktop goffi. Queste interfacce saranno altamente personalizzate per ogni individuo e abbinate al loro profilo, preferenze, privilegi e specifiche in modo adattabile. La mia speranza è che la vita si calmi e fornisca una presenza fisico / digitale più equilibrata. Gli schermi diminuiranno considerevolmente, riportandoci a un’interazione uomo-uomo arricchita, nonostante una parte significativa della nostra interazione sarà migliorata con agenti software, avatar e dispositivi di intelligenza artificiale (robot, dispositivi integrati, ecc.). Non ci adegueremo più alle imbarazzanti interfacce software e hardware che attualmente sopportiamo, ma la personalizzazione di queste interfacce sarà meglio abbinata a ciò che desideriamo e ci aspettiamo come individui.” Così Leonard Kleinrock.

Internet diventerà onnipresente, onnisciente e quasi onnipotente. Tutti nel mondo avranno accesso a Internet e Internet avrà accesso a tutti e quasi a tutto. Diventerà il repository di tutti i dati relativi al mondo intero e alla conoscenza umana. Naturalmente, ci saranno cooperazione e concorrenza tra individui, istituzioni, società e paesi sull’uso di questi dati e conoscenze. Potrebbe essere necessario un nuovo insieme di valori e leggi per migliorare la collaborazione e gestire il confronto. Internet 2069 non solo consentirà nuovi tipi di commercio, ma consentirà anche agli esseri umani di affrontare collettivamente problemi apparentemente irrisolvibili come i cambiamenti climatici e il riscaldamento globale. E questo è quanto sostenuto da Ashok Goel, direttore del Ph.D. Human-Centered Computing – Georgia Tech.

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Ma entriamo più nel dettaglio dell’ultimo studio Pew, cominciando dal metodo seguito: non si tratta infatti di un’analisi scientifica calibrata su specifiche aree sociali, bensì di autentiche opinioni personali riconducibili ad altrettanti soggetti legati in vario modo al mondo della tecnologia.

Ogni opinione viene sviluppata attraverso una risposta aperta.

Gli orientamenti che ne sono emersi, al di là delle percentuali, sono lo specchio delle tendenze già riscontrate in altre sedi, anche istituzionali e che alimentano l’attuale dibattito su tecnologia e democrazia. Dalle rivelazioni del 2013 di Snowden, passando per il referendum sulla Brexit e l’elezione di Donald Trump.

Da un lato, si rivelano coloro che considerano la democrazia un bene prezioso quanto fragile e per ciò stesso esposto fatalmente alle insidie delle trasformazioni tecnologiche. Queste ultime ancora irrimediabilmente fuori controllo, in parte fallaci e connotate da meccanismi regolatori nebulosi e responsabilità indefinite.

In mezzo, chi sostiene il valore abilitante della tecnologia e il potenziale offerto dalla stessa a vantaggio dell’umanità e degli istituti democratici specie a partecipazione diretta. Una visione, questa, moderatamente ottimistica sull’efficacia delle prossime strategie di contrasto alle varie tattiche di manipolazione ed abuso delle informazioni e dei dati e fiduciosa circa l’incremento del livello di cultura digitale ed analisi critica degli individui.

E dall’altro, quelli che, sotto l’egida dell’espressione mutatis mutandis, sono convinti che le fasi di profondo cambiamento tecnico e tecnologico portino normalmente a momenti di forte instabilità sociale, politica ed economica, tuttavia, risolvibili sempre alla stregua dello stesso progresso.

Le idee degli esperti

Di seguito, alcune tra le idee espresse.

Gina Neff, è una degli intervistati ed è Senior Research Fellow presso l’Oxford Internet Institute e professore associato presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Oxford. La sua posizione è chiara almeno quanto pessimistica: “semplicemente non c’è motivo di credere che la tecnologia possa agevolare la democrazia. Le democrazie occidentali sono impegnate a contrastare il potere dell’aumento della concentrazione del capitale finanziario e della sua risposta sotto forma di crescita del populismo. Senza dedicare la dovuta attenzione al miglioramento della nostra tecnologia di base e delle nostre infrastrutture di comunicazione, queste forze continueranno a danneggiare i fondamenti democratici”.

Judith Donath, è autrice di “The Social Machine, Designs for Living Online” e docente presso il Berkman-Klein Centre for Internet and Society dell’Università di Harvard. Nell’intervista ha confermato quanto già aveva evidenziato in altre occasioni (tra cui l’ulteriore precedente report Pew), ovvero, come nelle civiltà occidentali, l’apice della libertà individuale, è da tempo culminato nel consumo sconsiderato e dispendioso delle risorse naturali della Terra e quanto, pertanto, si riveli auspicabile un’inversione di tendenza favorita proprio dall’ intelligenza artificiale applicata al governo delle società, programmata per riequilibrare gli uomini e il mondo naturale nel modo più indolore possibile.

La sua risposta è a tratti sfidante e declinata tra due scenari: nel primo, provocatoriamente catastrofico, “la democrazia è a brandelli” e la paura verso l’autoritarismo regna sovrana. L’altro, illuminato e dominato dalla democrazia post-capitalista: “equità e pari opportunità saranno riconosciute a beneficio di tutti. La ricchezza dell’automazione verrà condivisa tra l’intera popolazione. Gli investimenti nell’istruzione promuoveranno il pensiero critico e la creatività artistica, scientifica e tecnologica. … I nuovi metodi di voto saranno sempre più caratterizzati dalla democrazia diretta: l’IA traducrrà le preferenze degli elettori in politiche “.

E prosegue: “What would it take to move seriously in this direction? It’s a revolutionary scenario, one that requires moving beyond capitalism and the assumption that growth is inherently good. Yet this change is arguably necessary: Our exploitive relationship with the world around us has brought us and the other inhabitants of this planet to the brink of extinction. While essential, it would entail tremendous political and social change, which I am doubtful will happen.”

Per Barry Chudakov – Fondatore e direttore di Sertain Research, autore di Metalifestream & The Tool That Tells Story – nel 2030 la democrazia sarà “ancora intrappolata in un dilemma: libertà contro intrusione. Le libertà civili continueranno a essere una zona piena di xenofobi digitali da una parte preoccupati che “altri” cercheranno di danneggiare la democrazia e quindi qualsiasi contromisura sarà giustificata, e gli attivisti delle libertà civili dall’altra parte che sosterranno che lo stato di sorveglianza si è spinto troppo lontano portando la democrazia verso il totalitarismo del Grande Fratello Panopticon.”

E continua: “La tecnologia ha già rivoluzionato il nostro concetto di democrazia: da una persona, un voto a un dispositivo, una voce. Ogni voce verrà ascoltata tramite Twitter, Snap, YouTube, Facebook o Instagram. Le domande che ci porremo nel 2030 saranno: chi è questa persona? In che modo le istituzioni democratiche essenziali raggiungeranno l’autenticazione? La sfida fondamentale per queste istituzioni è – e continuerà ad essere – identità. Cioè, la moltiplicazione e la falsificazione dell’identità, da cui scaturisce la falsificazione e la distorsione delle informazioni. Allo stesso tempo, mentre lottiamo con un’identità confermante, le istituzioni democratiche affrontano la realtà di Internet come una vasta fotocopiatrice, in cui comportamenti e atteggiamenti possono essere imitati e adottati come provare una nuova maglietta. Che cosa facciamo quando questi comportamenti e questi atteggiamenti sono malvagi riprovevoli o totalmente? La fotocopiatrice rimane e ci rimane il nostro sdegno – che non è abbastanza. L’attuale minaccia alla democrazia è il caos organizzato. Questa distrazione strategica dispiega una guerra di informazioni asimmetrica per infiammare le differenze sociali in aspre divisioni partigiane. Allo stesso tempo, poiché i sistemi di intelligenza artificiale progettati per interagire con gli esseri umani raccoglieranno e trasmetteranno quantità crescenti di dati, questi sistemi dovranno essere basati sull’empatia per lo sviluppo etico e lo spiegamento dell’IA. ”

“Se siamo fortunati lavoreremo… verso un’intelligenza non indiretta ma un’intelligenza benefica”. Simile alla deterrenza nucleare derivante dalla distruzione reciprocamente assicurata, l’IA e i relativi sistemi tecnologici costituiscono una forza per un rinascimento morale “.

Un invito dunque a cogliere l’opportunità per valorizzare in chiave etica e morale il potenziale offerto dalla scienza dei dati. Direi molto giusto.

Per Valdeane W. Brown, lo scienziato di fama internazionale esperto di biofeedback e fondatore di NeurOptimal: “La semplice verità è che la tecnologia cambia tutto e gli aspetti negativi del techlash hanno un carattere molto simile a tutti i precedenti progressi tecnologici, specialmente in relazione alla diffusione delle informazioni. Guarda il ruolo svolto da “Common Sense” di Thomas Paine nella Rivoluzione americana, l’uso della radio da parte di FDR per le sue “Fireside Chats” e l’esibizione di Kennedy nei primi dibattiti televisivi e l’uso dei social media da parte di Trump (…). La rivoluzione americana e la sua spinta all’indipendenza furono in realtà sostenute solo da meno del 40% del paese e Thomas Paine e altri scrittori del tempo furono un enorme sostegno a tale sforzo. Dobbiamo farlo almeno adesso e nel futuro. ”

Per Gianluca Demartini, docente senior di data science, all’Università del Queensland: “Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno influenzato la democrazia sin dalla sua esistenza. I giornali, la televisione e successivamente il web come mezzo per ricevere informazioni hanno modellato i nostri processi decisionali. Nel tempo, le informazioni disponibili sono aumentate e i nostri processi decisionali si sono adattati. In futuro, i processi saranno maggiormente interessati poiché saranno disponibili ulteriori informazioni supportate dalla tecnologia. La società si adatterà a questa crescente quantità di informazioni “.

Spostandoci in area democrazie emergenti, secondo un professore di cultura digitale che insegna in Nigeria (un paese questo con appena 20 anni di “sovranità popolare”, quando ad Abuja, i militari nigeriani hanno consegnato il potere a un leader civile eletto): “Le nuove tecnologie dei media stanno gradualmente trasformando le culture politiche e promuovendo alcuni principi del buon governo come responsabilità, trasparenza, democrazia partecipativa e processo elettorale credibile. I miei studi sull’uso della tecnologia nella pratica democratica nigeriana hanno dimostrato che le istituzioni democratiche nel Sud del mondo potrebbero essere significativamente influenzate in modo nuovo dalla tecnologia nei prossimi anni. Ad esempio, l’emergere e l’uso dei nuovi media nei cicli elettorali 2011, 2015 e 2019 in Nigeria sono aumentati in modo significativo. Gli attori politici, i candidati, i partiti politici, gli attori statali, le organizzazioni non governative e i cittadini privati ​​fanno sempre più affidamento su piattaforme di social media e altre tecnologie mobili per amplificare la loro voce, vendere le loro politiche e mobilitare il sostegno e impegnarsi con i leader eletti. L’ufficio di gestione elettorale ha inoltre utilizzato le nuove tecnologie per l’istruzione, l’informazione e la mobilitazione. Naturalmente, questi risultati positivi non sono privi di alcuni svantaggi delle tecnologie nella pratica democratica. Le istanze di falsi allarmi, discorsi d’odio e conversazioni infuocate sono promosse attraverso piattaforme online non moderate. Ma, secondo me, le tecnologie hanno fatto più bene che male allo sviluppo della pratica democratica. ”

E ancora, Frederico Links, giornalista e attivista con sede in Africa, manifesta tendenze ottimistiche: “La tecnologia, in particolare la tecnologia delle comunicazioni, ha già cambiato in modo significativo le pratiche e le istituzioni democratiche, sia in senso positivo che negativo. Questo effetto misto continuerà a manifestarsi solo nel decennio fino al 2030, specialmente nelle democrazie ancora emergenti e nelle società di transizione. In alcuni l’effetto potrebbe essere più buono che cattivo; in altri potrebbe essere più cattivo che buono. Ciò che sta sicuramente accadendo ovunque è che le persone utilizzano sempre più le tecnologie, come le piattaforme dei social media, per trovare la propria voce ed esprimersi. Man mano che la tecnologia diventerà sempre più pervasiva, specialmente nelle società in via di sviluppo, ci saranno interruzioni delle strutture di potere verticali, che potrebbero portare alla destabilizzazione di alcune società e portare ad un aumento della democrazia in altre. Nel complesso, penso che si appoggi maggiormente al positivo, poiché le pressioni sono molte sulle autorità statali di tutto il mondo per diventare più reattive e responsabili, mentre ovunque sembra esserci un risveglio mediato dalla tecnologia della coscienza politica, che non credo saranno respinti o repressi, nonostante i migliori sforzi di molti attori con una mentalità autoritaria che cercano anche di usare la tecnologia per tentare il controllo di massa e la manipolazione “.

Il rapporto evolutivo tra democrazia e tecnologia

Altri studi, oltre a quello del Pew, citato ci consentono di apprendere gli orientamenti interpretativi del rapporto evolutivo tra democrazia e tecnologia.

Tra questi il Rapporto del Bennett Institute for Public Policy dell’Università di Cambridge evidenzia come il 2019 abbia riportato il “più alto livello di malcontento democratico” registrato dal medesimo Istituto negli ultimi 25 anni.

Il risultato è chiaramente una conferma dell’indole disillusa, a sua volta espressione del fatto per cui nel mondo, le democrazie, anche quelle consolidate, sempre più si rivelano pesantemente delegittimate dalle élite al potere e quindi sfiduciate dai cittadini.

Regno Unito, Stati Uniti, Brasile, Messico e Australia hanno mostrato il più alto grado di malcontento.

“In tutto il mondo, la democrazia è in uno stato di malessere”. “Scopriamo che l’insoddisfazione per la democrazia è aumentata nel tempo e sta raggiungendo un massimo globale di tutti i tempi, in particolare nei paesi sviluppati”. “Se la fiducia nella democrazia sta scivolando, è perché si è visto che le istituzioni democratiche non riescono ad affrontare alcune delle principali crisi della nostra era, dagli incidenti economici alla minaccia del riscaldamento globale. Per ripristinare la legittimità democratica, questo deve cambiare”. Così Roberto Foa autore principale e docente universitario in politica e politiche pubbliche presso POLIS Dipartimento di Politica e Studi Internazionali di Cambridge.

Un’interessante espressione di collaborazione internazionale volta ad affrontare le sfide della società nell’era digitale è rappresentata da quello che viene chiamato dai suoi fondatori “Grand Committee internazionale” (CIG).

Il Grand Committee internazionale

In un pub di Washington alcuni esponenti del mondo politico – Damian Collins e Ian Lucas del Regno Unito e Bob Zimmer e Nathaniel Erskine-Smith, canadesi – hanno pensato di coinvolgere altri colleghi in una coalizione il cui obiettivo è analizzare e discutere proattivamente tematiche quali la diffusione della disinformazione, le implicazioni dell’uso distorto ed improprio delle applicazioni digitali, la conseguente minaccia ai diritti umani, e cosa tutto ciò significhi per le democrazie di tutto il mondo.

“In questo momento è l’unico organo internazionale che comprende il capitalismo di sorveglianza e le sue conseguenze come una minaccia critica per il futuro della democrazia” ha detto Shoshana Zuboff, autrice del noto The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power, partecipando alla seconda riunione del Comitato, tenutasi ad Ottawa nel 2019.

Gli incontri sino ad oggi sono stati tre, il primo il 27 novembre 2018 a Londra, il secondo 27–29 maggio 2019 a Ottawa, ed il più recente il 7 novembre 2019 a Dublino.

I risultati degli stessi meritano di essere conosciuti attraverso i riassunti, le testimonianze audio e trascrizioni rese disponibili nella loro pagina web.

Conclusioni

La democrazia va dunque difesa. E certo non ha mancato nel tempo di rivelarci quanto le sue debolezze siano insite nei suoi stessi meccanismi, rivelatisi purtroppo flessibili e facilmente manipolabili a vantaggio di velleità prive di qualsiasi “accountability”.

L’incapacità “tutta democratica” di guardare al futuro interpretando correttamente il presente ha causato la crisi della sostenibilità, i diritti umani vengono piegati all’anarchia delle piattaforme digitali senza che l’attuale stato di diritto possa invertirne il processo; il progresso tecnologico ha potuto sedimentarsi scevro da quadri regolatori adeguati.

Sopra ogni cosa, la conseguente perdita di fiducia e la disillusione dei cittadini nei confronti delle istituzioni democratiche si è tradotto in ciò che, per un assurdo controsenso, ha condotto gli individui ad un inerte adattamento ai condizionamenti della digitalizzazione dei processi sociali, come anche al travaso della fiducia verso forme di governance basate sull’intelligenza artificiale evoluta in contesti di responsabilità ed intelligibilità brumosi.

E’ significativo che secondo un indagine dell’European Tech Insights 2019, da cui è tratta l’immagine sottostante, un cittadino europeo su quattro di Francia, Germania, Irlanda, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Regno Unito, sia risultato favorevole a che fosse un’intelligenza artificiale a prendere decisioni importanti sulla gestione del proprio Paese.

Winston Churchill ha definito la democrazia “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le forme che si sono sperimentate fino ad ora”. Una spiegazione quanto mai efficace.

Trasparenza, comunicazione, accessibilità e responsabilità sono le keywords di un giusto processo di trasformazione digitale della società; ma queste non cercano il favore popolare e non sono fatte per essere ostentate; consistono nei fatti.

In ogni democrazia è necessario che governino le azioni, che mostrino ciò che si deve o non si deve fare, siedano al timone e dirigano la rotta attraverso i pericoli di un mare agitato.

Il potenziale di emancipazione delle nuove tecnologie è chiaro, ora occorre dirigerlo.

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