Il grande business del conformismo digitale: come e perché si alimenta la disinformazione - Agenda Digitale

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Il grande business del conformismo digitale: come e perché si alimenta la disinformazione

I siti pieni zeppi di falsità raccolgono molto traffico, perfino più di molti altri ritenuti affidabili. E con la pubblicità fanno soldi: sulla disinformazione, insomma, ci si guadagna. E anche tanto

01 Nov 2021
Lelio Demichelis

Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria

C’è il populismo digitale e c’è il conformismo digitale. Il peggio della vita reale sembra replicarsi in rete. Non è certo una novità, ma cos’è questa sorta di coazione a ripetere? Una ennesima eterogenesi dei fini? Il fatto che ci crediamo razionali ma siamo ingenui nel profondo? Oppure è business as usual e dunque anche le fake news e il conformismo che inducono e producono in rete sono una fonte di profitto capitalistico, dunque non si butta via niente, neppure il peggio del peggio?

Anche questo è il nuovo/vecchio che avanza – anche le fake news – che non si può e non si deve fermare? Ma poi: il conformismo non è forse ciò che producono anche la moda e il marketing che crea le mode non è forse produzione di conformismo (moda = conformismo = eteronomia), dunque perché scandalizzarsi per il conformismo prodotto dalle fake news se il conformismo è alla base del sistema capitalistico del consumo per il consumo?

Libertà di espressione e lotta alle fake news: alla ricerca di un difficile equilibrio

Cabaret con Liza Minnelli

“Money, money!” – cantava una splendida Liza Minnelli in Cabaret, film musicale (ma anche molto politico e sociologico) del 1972, prodotto e diretto da Bob Fosse e ambientato nella Germania del 1931, in piena implosione della Repubblica di Weimar prima dell’avvento del nazismo che già da tempo stava conquistando – per convinzione e per conformismo – la società tedesca. Un tempo non troppo dissimile dal nostro, con una società e con comportamenti umani vicini a quelli di oggi, anche se allora non c’era la rete, mentre oggi c’è. Ma l’arricchitevi! e “I soldi fanno girare il mondo” – come nella canzone – sono sempre lì, anche oggi, a guidare le nostre vite, semmai oggi potenziati dalla stessa rete, tra fake news e bitcoin, tra profilazione e big data, tra social e deep web e molto altro ancora. Un grande Cabaret, di nuovo. Anche se virtuale.

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Eppure, quando era nata, la rete sembrava libera e democratica in sé e per sé. O almeno, questo era ciò che dovevamo credere, in realtà anche quella era una fake news, vista con gli occhi di oggi. Una fake news – o fake truth o post-verità – che però dovevamo credere vera, credendo appunto non solo in una rete libera e democratica (e gratuita, trasparente, imparziale, disintermediante, partecipativa, orizzontale), ma anche al fatto che grazie alle nuove tecnologie di rete avremmo lavorato meno, fatto meno fatica e avuto più tempo libero da dedicare alle cose belle della vita. In realtà la rete – rimandiamo al sempre attualissimo saggio del Gruppo Ippolita del 2014[1] – non è libera perché ha i suoi pochi ma potentissimi padroni (e dovremmo ricominciare a usare questa parola desueta ma anch’essa sempre più attuale: padroni, non del vapore ma del virtuale, cioè padroni della nostra vita); perché non è democratica e anzi genera anti-democrazia o a-democrazia; perché non è orizzontale (tranne poche eccezioni) ma verticale e centralistica; perché è totalmente opaco chi la controlla mentre siamo noi a dover essere trasparenti per lasciarci felicemente profilare da chi è opaco; perché non è imparziale; perché produce infinite forme di nuova intermediazione e di nuove gerarchie – la più pericolosa: la delega che diamo alla tecnologia per tutto ciò che concerne valutazione e decisione. Mentre lavoriamo di più, H24 e anche il tempo libero è diventato lavoro e consumo; e quei fastidiosi cicli economici che dovevano scomparire grazie alle nuove tecnologie – siamo sempre alle retoriche dominanti negli anni Novanta – avviando una nuova era di crescita infinita, si sono ripresentati sempre più veloci e profondi e la crescita si scontra con la dura realtà di un cambiamento climatico prodotto proprio dalle logiche irrazionali ed ecocide (ecocidio: distruzione deliberata di un ambiente naturale, in questo caso la Terra), della crescita infinita.

Bolle di filtraggio, ovvero bolle di conformismo

Conformismo digitale, dunque. E da una ricerca realizzata dalla New York University e dall’Università francese di Grenoble Alpes “risulta che le fake news su Facebook ricevono sei volte più like, condivisioni e interazioni rispetto alle notizie autentiche perché verificate”[2]. E ancora: “la disinformazione sia di estrema destra che di estrema sinistra si diffonde più velocemente dei fatti reali e veri provenienti da fonti autorevoli. Tuttavia, gli editori di notizie di destra hanno una maggiore propensione a condividere informazioni fuorvianti rispetto a tutte le altre parti politiche. Più una pagina pubblica fake news e più riceve Mi Piace, condivisioni e commenti. Tristemente, la regolarità della disinformazione premia”. E si moltiplica, perché appunto la regolarità e la ripetizione sono una macchina da conformismo.

Ma cosa intendiamo per conformismo? Il conformismo è “la tendenza all’adesione acritica a idee, valori, atteggiamenti, bisogni e aspirazioni dominanti nel gruppo sociale di riferimento. Sono figure del conformismo: a) la compiacenza […]; b) la condiscendenza […]; l’acquiescenza. […] Il conformismo su esprime nelle mode e negli stili di vita collettivi che possono essere assunti spontaneamente, scelti consapevolmente o indotti da condizionamenti più o meni espliciti”[3]. Ed è appunto su compiacenza, condiscendenza o acquiescenza che nasce anche il conformismo digitale, con l’adesione acritica a ciò che offre la rete, il conformista facendosi catturare dalla fake news per come è costruita, per la verità che sembra esprimere, per l’anticonformismo che sembra rappresentare (no, non è un paradosso, ci può essere anche il conformismo dell’anticonformismo a prescindere dal reale e dal vero, e pensiamo appunto ai No-Vax/No-Green Pass di oggi, come ai No-Mask di ieri). E il conformista – che ovviamente non sa di essere un conformista e quindi con-formato a una certa idea o a una certa interpretazione della realtà o a una moda o a uno stile di vita (anche i No-Green Pass sostengono che il loro è uno stile di vita), ma che soprattutto rifiuta di essere considerato un conformista, semmai un difensore della libertà come (di nuovo) i No-Green Pass – cerca la conferma del proprio conformismo in gruppi che a loro volta replicano il conformismo, cioè producono una adesione acritica a quella realtà-non-realtà/moda/stile di vita del gruppo di riferimento.

Il conformismo delle folle

Perché il conformismo e il conformista vivono e si riproducono dentro ad una bolla autoreferenziale che cresce per forza propria, incurante della verità e della realtà. Ed ecco che l’analisi del conformismo rimanda allora inevitabilmente alla psicologia delle folle/masse già analizzate più di un secolo fa da Gustave Le Bon[4] e riprese poi da Freud in “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”. Perché il conformismo è appunto vicino – come comportamento psicosociale – a quell’anima collettiva di cui scriveva Le Bon e che si crea all’interno di una folla: per cui l’individuo si scioglie nella folla e fa/pensa cose che singolarmente e razionalmente non avrebbe mai pensato e fatto. Però le fa con una potenza di fuoco micidiale, capace di abbattere ogni ostacolo, soprattutto capace di abbattere ogni razionalità e ogni consapevolezza del fare e del pensare, oltre al vero e alla verità. E diviene così oggetto delle attenzioni offerte da un io egemone esterno rappresentato dal meneur des foules e dalla sua capacità di organizzare e indirizzare l’energia erogata dalle folle in una certa direzione[5]. E anche le fake news – ma tutta la Silicon Valley, tutte le retoriche sulla rete, tutti i populismi svolgono la medesima funzione – sono dei meneur des foules, avendo la capacità e la potenza di indirizzare le folle in certe direzioni pianificate, che possono essere il No-Vax, il business, l’anti-politica, l’anti-democrazia, il No-Green Pass, la perdita della privacy – e Zuckerberg e Bezos come ieri Jobs incarnano perfettamente il ruolo di meneur des foules, delle folle tecnologiche da integrare nella rete per estrarne profitto, creando per loro un’anima collettiva tecnologica basata sulla condivisione e il dover essere sempre connessi: individui massificati e portati a fare in massa ciò che da singoli mai avrebbero fatto, come rinunciare alla loro privacy e inchinarsi esistenzialmente davanti alla Silicon Valley.

Business e fake news

E ancora: “I ricercatori della New York University hanno scoperto che il 40% delle fonti di estrema destra e il 10% delle fonti di centro o di sinistra promuovono la disinformazione. […] I ricercatori hanno usato le metriche di due organizzazioni no profit, NewsGuard e Media Bias/Fact Check, che hanno classificato migliaia di pagine sulla base delle convinzioni politiche e la propensione a diffondere notizie non affidabili. Stando a Laura Edelson, una delle autrici dello studio, il lavoro non dimostra che gli algoritmi di Facebook favoriscono certe pagine o parti politiche ma la disinformazione viene amplificata perché funziona bene con chi si circonda di utenti e contenuti che postano notizie fuorvianti in maniera regolare. In pratica” – come visto sopra – “si crea un circolo vizioso in cui le persone cercano solo conferme alle proprie opinioni circondandosi di opinioni simili anziché vagliare criticamente più fonti. Gli stessi algoritmi di profilazione e di proposta di contenuti in linea con i propri gusti alimentano questa bolla di filtraggio”[6].

Ovvero, e di nuovo, le bolle di filtraggio, ma anche gli algoritmi predittivi/di accompagnamento/di raccomandazione sono in realtà macchine algoritmiche di conformazione e di moltiplicazione di conformismo. Cioè di omologazione, di standardizzazione, di previsione e di pianificazione: perché l’industria (e anche Facebook, anche Amazon, anche Google sono industria) e tutto il capitalismo si basano appunto non sull’incontro libero tra domanda e offerta (questa è la fake truth del capitale), ma su previsione e pianificazione, quindi i comportamenti umani devono essere prevedibili sulla base dei comportamenti precedenti, quindi standardizzabili perché su standardizzazione e omologazione si basa appunto ogni attività industriale, fisica o digitalizzata che sia, anche quanto si presenta come personalizzazione dei consumi e moltiplicazione dell’offerta.

Il meccanismo è conformistico, produce conformismo e quindi prevedibilità. In fondo noi viviamo nell’anima collettiva del consumare, dell’essere in rete, dell’essere imprenditori di noi stessi, senza accorgerci che esiste un meneur des foules che la produce per noi – che è ciò che noi chiamiamo tecno-capitalismo – che ci fa fare cose che singolarmente mai avremmo fatto. Appunto, dal rinunciare alla privacy al ringraziare gli algoritmi predittivi fino a credere alle fake news.

Importante – per il sistema – è che noi non si abbia mai la consapevolezza e la responsabilità di ciò che facciamo (di ciò che siamo indotti a fare).

Importante – per il sistema – è che noi (riprendiamo una frase di Raniero Panzieri) non si metta mai in discussione il capitale[7].

Torniamo al Cabaret

E questo ci riporta al “Money, money” di Cabaret. Attraverso “un’analisi firmata dagli esperti di NewsGuard con cui si aggiunge se possibile la beffa, oltre al danno dell’infodemia: spesso queste operazioni [di diffusione di fake news sul Covid-19] sono involontariamente finanziate da inserzionisti con i propri annunci pubblicitari. Contribuendo così al consolidamento di un distorto ecosistema pseudo-informativo specializzato nel lucrare su pregiudizi, ignoranza e avvelenamento dei dati scientifici. […] Il problema è che, in certi casi, questi siti pieni zeppi di falsità raccolgono molto traffico, perfino più di molti altri ritenuti affidabili. E con la pubblicità fanno soldi: sulla disinformazione, insomma, ci si guadagna. […] NewsGuard ha pubblicato uno studio, realizzato con Comscore, che evidenzia come le aziende ogni anno involontariamente spendano 2,6 miliardi di dollari in pubblicità su siti che pubblicano disinformazione, compresi i siti che pubblicano contenuti falsi su salute e medicina. […] NewsGuard ha segnalato che oltre 4mila noti marchi hanno finanziato piattaforme che promuovono la disinformazione sul Covid-19[8].

Ovvero, in rete non solo non sappiamo dove finiscono i nostri dati, ma neppure gli inserzionisti sanno dove finiscono le loro pubblicità. Ci sarebbe da sorridere, se non fosse tremendamente serio e preoccupante.

Bibliografia

  1. Ippolita (2014), “La Rete è libera e democratica. Falso!”, Laterza, Roma-Bari
  2. https://www.corrierecomunicazioni.it/media/fake-news-piu-che-redditizie-su-facebook-lengagement-aumenta-di-sei-volte/
  3. U. Galimberti (2018), “Nuovo Dizionario di Psicologia”, Feltrinelli, Milano, pag. 285
  4. G. Le Bon (2004), “Psicologia delle folle”, Tea, Milano
  5. Su questi aspetti rinviamo a un bellissimo libro del filosofo Remo Bodei (1938-2019), “Destini personali. L’età della colonizzazione delle coscienze”, Feltrinelli, Milano
  6. https://www.corrierecomunicazioni.it/media/fake-news-piu-che-redditizie-su-facebook-lengagement-aumenta-di-sei-volte/
  7. R. Panzieri (1994), “Spontaneità e organizzazione. Gli anni dei Quaderni rossi”, 1959-1964, BFS, Pisa, pag. 81
  8. https://www.italian.tech/2021/09/08/news/oltre_500_siti_fanno_affari_con_la_disinformazione_sul_covid-316967163/?__vfz=medium%3Dsharebar
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