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Direttore responsabile Alessandro Longo

la riflessione

Il messaggio è il medium e “il medium è l’odio”

16 Set 2016

16 settembre 2016

Per gli omicidi e i suicidi delle donne, per l’odio dei “foreign fighters”, per la III guerra mondiale in atto, per i complottisti del 9/11, per le rivoluzioni arabe, per i mali e i beni globali, come causa prima, ormai unica e trascendente, è additata la rete, il medium universale. Dunque, il medium, web dicono in tanti, sarebbe ormai il suo stesso messaggio tracimante: l’odio

“Il medium è il messaggio” non vale più. O meglio può convivere e a volte annullarsi, col suo contrario, “Il messaggio è il medium”.

Qualche avvisaglia c’era stata. Erano segnali deboli, perfino con la vecchia immarcescibile radio. Quando la radio era il medium unico e dominante i genitori urlavano ai figli “basta rimbecillirti con la radio”, non dicevano “basta con quelle canzonette”, anche se ancora lo sottintendevano. E il coniuge rinfacciava alla moglie piegata ai lavori domestici perfino “non rimbambirti con quella radio, dovrebbero chiuderle tutte!” Non intendeva più il suo contenuto, il suo messaggio (le commedie, o “soap operas”, usate dalla casalinga come ultimo anestetico) ma il mezzo tout court. Erano piccoli segnali anticipatori di capovolgimento del comandamento mcluhaniano (“Il medium è il messaggio”), dove il contenuto è confezionato, ritmato e “formattato” sul medium.

Questo comandamento, questo lascito di Marshall McLuhan, viene affidato alla Storia in pieno boom televisivo. La televisione non è il messaggio (canzonette, soapoperas, news, quiz, reality show o il far west dei talk show) ma è la televisione, cioè il medium. “La televisione è tutto”. “È il vero unico blob”. La televisione è babysitter per i bimbi, è badante per gli anziani, è una sniffata quotidiana per i politici.
Ma anche nella televisione sono emersi ed emergono, ogni tanto, dei segnali più o meno forti che potrebbero suggerire, almeno per un attimo, una formulazione inversa (“il messaggio è il medium”). Sono segnali che arrivano, per esempio, dal calcio (un contenuto, un messaggio che è un medium), da Piero Angela (super medium) e da Sanremo (“Sanremo è Sanremo!”, più medium di così). 

Poi arriva il World Wide Web. Internet c’era già e senza Sir Timothy John Berners-Lee, poteva rimanere un utile idiota di scambio di contenuti, messaggi, materiali anche multimediali, una “convergenza” di telefono, posta, fax e videoconferenze.

Invece il web, è banale ricordralo, è qualsiasi-cosa-da-molti-a-molti, o meglio, da-tutti-a-tutti. Così il web è il nuovo medium? Forse no. Forse è il suo dato funzionale. Certo il web è il passaparola. Universale. Il medium nella rete potrebbe dunque essere il passaparola a cui tutti ci formattiamo. Potrebbe. Se voglio che un mio messaggio – che può essere anche solo un quadratino flaggato, spuntato – entri nel passaparola planetario, devo pensarlo, scriverlo, confezionarlo ed eseguirlo come passaparola. Questo è vero.
Mi insegnano quindi ad essere breve, incisivo, letteralmente devo avere le zanne. Devo magari sbranare. Ma per “passare parola” devo fare clic, cioè devo fare “invia”.
È in quel momento che tutto si capovolge. Tutto si è capovolto. È conclamato: nella rete sono io l’emittente. Tutti siamo emittenti. Allora quell’invia è il medium. Ogni mio messaggio è confezionato per quell’invia. E loro, gli oligarchi della rete, lo sanno bene. Sono nati per quello. Ma questa è un’altra storia.

Ecco l’epocale rivoluzione dei media. La svolta per l’umanità, “più importante dall’invenzione del libro”. È la rete (chiamata, senza distinguere, Internet oppure Web). Oggi vuole essere la protagonista nei media, nella politica, nell’economia, nelle religioni, nella scuola, nella pubblica amministrazione, nelle vacanze, nel terrorismo, nelle rivolte o rivoluzioni, e via appropiandosi. È la diva assoluta. “Senza rete non ci sarà crescita”. “Pensate se per un solo giorno non ci fosse la rete”. “La rete è il nostro futuro sicuro”. Le magnifiche sorti del web sembrano comporre il coro più forte, più o meno in buona fede, intonato da tutti. Cantano miliardi di invia al secondo.

Dopo poco si affianca però un altro coro, prima nell’ombra, con molte stonature e qualche sgangherato acuto, all’inizio messo quasi sempre a tacere. È un coro di pancia e non di petto, certo di poco cervello. Aumenta il volume col passare del tempo, rinvigorendosi all’unisono con la fama e il protagonismo della rete. La rete cresce a dismisura, raggiunge metà della popolazione mondiale, i suoi oligarchi sono più influenti dei capi di stato e il caino del web prolifera nel suo ventre.

Ora il webcaino si dispiega, senza più alcuna remora, nella sua collezione di macabri trofei, di omicidi, di lapidazioni e gole tagliate virtuali e reali – prediligendo in assoluto le prede donne – di complottismi globali, di sesso come arma di distruzione ad personam, di social splatter come apoteosi di libertà, spalleggiato da ogni possibile pratica perversa e ossessiva, incluso il merceologico clicbait.

E dopo l’ennesimo social splatting dei webcaini, si arriva ad invertire l’ordine dei fattori macluhaniani. “La rete è odio” si proclama in ogni prima pagina digitale e di carta, cioè il messaggio (l’odio) sarebbe diventato il medium (la rete). Dunque limitiamo, circoscriviamo, censuriamo, blindiamo, chiudiamo (?), reprimiamo la rete, cioè l’odio, cioè il medium. Un percorso non raro nell’affannosa e spicciativa necessità di trovare un unico e omnicomprensivo colpevole, tecnologico e non.
I più saggi invocano un percorso pedagogico. “La gente deve imparare a stare in rete, incominciando fin da piccoli”. Sacrosanto. Vale per qualunque tecnologia, da prima della ruota in poi, che inventiamo non a caso e che ci ingaggia e ci trasforma.

Ma la nostra è ormai una consolidata epoca della fatica-ad-arrivare-alla-fine-del-mese; delle percentuali a due cifre della disoccupazione; dello stuolo dei non-studio-non-lavoro; della metastasi terminale e globale delle diseguaglianze; delle appartenenze cieche e feroci che danno un placebo di protezione-da-tutti-gli-altri, che sono diversi, gli altri colpevoli di esserci; della polarizzazione, del conflitto su tutto, in carestia letale di autentica rappresentanza.
In quest’epoca interi popoli di hater sbandano per le strade e le piazze in cerca di guerra, in realtà affamati di pace. E scorribandano nelle vie e nelle piazze del web, forse il più grande ed efficiente sfogatorio, rissatoio (e consolatoio) della storia.

Non è la rete il problema (o la soluzione) e neppure le orde dei sui webcaini. Il problema invece è questa nostra miserevole società, questi miserevoli noi del Terzo Millennio.

edoflei06@gmail.com

  • Attilio A. Romita

    In modo meno sintetico io direi: l’odio può essere uno stimolo, il messaggio può anche essere la mia esplicitazione dell’odio, la rete è il mezzo per comunicare il messaggio. Ma è molto limitativo Mi sembra limitativo pensare che l’odio sia alla base del messaggio a meno di non voler includere in questa espressione negativa tutte le ragioni per le quali si esplicita un interesse a comunicare.
    Ho provato ad una risposta più argomentata in http://www.attilioaromita.com/2016/09/comunicazione-rete-e-odio-riflessioni.html ….ma forse la mia interpretazione va oltre il msg di Fleischner.
    A voi i commenti

  • Fabrix8

    Articolo pieno di spunti, il tuo, ma la sua conclusione era ciò su cui avrei picchiato duro.

    Non è un problema sociologico, è un problema antropologico.
    Non è il mezzo il problema.
    Tutta la scienza è anche un mezzo (Ricordi “L’Ape e l’Architetto” di Marcello Cini?)
    La rete è un mezzo, che fa morti.
    Ma anche il Mediterraneo è diventato un mezzo che fa morti.
    Noi oramai generiamo, produciamo morti.

    Il problema è che la popolazione mondiale, prima della rete, si diceva quelle stesse cose in privato, che ora senza “pudore” si dice in rete, in pubblico, un pubblico potenzialmente mondiale. Ma avendo al sensazione di dirsele ancora in privato, quindi fuori dalla vista dell’Occhio di Dio (mi si passi il termine)

    Ma non è che prima non se le dicesse. L’ortica dilaga in qualsiasi giardino tu vada ad aprire. Ma il problema non è il giardino. E’ l’umano.

    Ed è la mancanza drammatica di creatività, di progettualità, di visione futura. Quella che ci smerciano per tale, è totalmente risibile.

    Solo guardando l’umano a partire dal futuro (che è il compito dell’arte) il passato si liquefa. Altrimenti rimane come veleno corrosivo. Come un macigno che inchioda le formiche.

    Un’umanità senza ideali, senza l’apporto artistico e senza futuro, regredisce rapidamente allo stadio di ominide, non ci sono santi che tengano. Il percorso inverso di Stanley Kubrik in 2001. Iniziato proprio nel 2001 (ground zero)!

    Le altre discussioni girano solo intorno all’argomento. Ma è fuffa.

    Ho provato anche io a scriverci qualcosa sopra, prendendo lo spunto da un film passato quasi sotto silenzio, che invece contiene una “luce” singolare. Te lo segnalo, ma la lettura è ardua e il contraccolpo anche di più.

    http://www.schermaglie.it/una-luce-dalla-suite-francese/

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