Il valore del “rumore”: a cosa rinunciamo con la musica digitale - Agenda Digitale

nostalgia dell'analogico

Il valore del “rumore”: a cosa rinunciamo con la musica digitale

La musica digitale è fatta di suoni puliti, lucidi, centrati. È priva di attrito, ovunque e in nessun luogo. Ogni interferenza è eliminata dall’intervento informatico. Si può avere, di fronte a questa apparente perfezione, nostalgia dell’analogico? Sì, ecco perché

27 Apr 2021
Sabino Di Chio

Docente di Media e Consumi Culturali, Università degli Studi di Bari

I cantanti di Sanremo mostrano felici i dischi di platino ottenuti contando visualizzazioni e stream e, complice la pandemia, la Fimi annuncia il completamento della transizione al digitale del mercato italiano[1]. Si conclude così un lungo viaggio, partito negli anni ’80 con i compact-disc passando per l’irruzione di Napster fino all’era delle piattaforme come Spotify, Deezer, Apple Music. L’ascolto di canzoni si è rivelato l’avamposto della disruption, un laboratorio di sperimentazione e una palestra per i nuovi consumi culturali. Nello scambio di file audio si è rodata la figura dell’utente e avviata la demolizione dei mediatori editoriali.

Cosa ha animato la fame di mp3 e poi di streaming? La gratuità, la comodità, la convergenza tra dispositivi, certo, ma anche la possibilità di sottrarsi alle scelte dell’industria. L’utente libero dalla dittatura del supporto ha avuto accesso immediato a ciò che conta, la canzone, il dato, il prodotto, per restare nel lessico dell’acustica, il segnale. E nell’entusiasmo per il segnale, ha perso tutto il resto.

Il “valore” del rumore

Tutto il resto è il rumore, come spiega Damon Krukowski in “Ascoltare il rumore. La riscoperta dell’analogico nell’era della musica digitale” (BigSur 2019). Il punto di partenza è ovviamente il suono stesso: il rumore è un ostacolo alla ricezione del segnale e il lavoro in tutti i campi della comunicazione è naturalmente orientato a eliminarlo. La musica digitale è dunque fatta di suoni puliti, lucidi, centrati. Ogni interferenza è eliminata dall’intervento informatico, restituendo un flusso nitido intervallato dal silenzio puro del “nero digitale”.

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Non ci sono più i microfoni analogici a catturare un suono-evento per riprodurlo nella sua spazialità, una multidimensionalità fatta di distanze, respiri, sussurri che davano all’ascoltatore in stereofonia la sensazione di condividere la stanza con i musicisti. La storia della musica rock è ricca di errori rimasti impressi sui nastri, rendendoli imperfetti ma unici, testimonianze: John Lennon che urla “bra” in Obladi Oblada, David Bowie che incoraggia il bassista in The Jean Genie con un “Get back on it” e la lista si allunga con Pet Sounds, Sgt. Pepper, Roxanne. Il rumore aiuta a misurare la distanza che separa l’ascoltatore dal segnale, lo immerge in una dimensione parallela nella quale egli si ambienta, esplora, compie un percorso sonoro. La musica digitale è invece priva di attrito, patinata ma piatta, senza direzione d’arrivo e d’uscita, è ovunque e in nessun luogo. Si impone solo nel volume senza marcare differenze, isolando e schiacciando ognuno nel proprio spazio mentale. Al centro dell’universo ma soli nel vuoto.

Nostalgie romantiche da feticisti? Di certo, nessuno tornerà a registrare sull’insidioso nastro e il vinile resta a presidiare una nicchia di mercato esigente ma elitaria. La distinzione segnale/rumore però esula dai meri fattori acustici e, più in generale, con l’essere al centro dell’universo ma soli nel vuoto Krukowski offre un’immagine intrigante per comprendere la condizione ambivalente dell’utente digitale a disruption conclamata.

A un prezzo contenuto che non tiene conto dei costi della filiera, le piattaforme di streaming musicale mettono l’utente di fronte alla vastità dell’intera produzione se si accetta di condividere la definizione di musica come diffusione del solo file audio. Le canzoni si presentano apparentemente identiche nel formato, equidistanti, a un passo dal tasto “cerca”. Un enorme buffet che aspetta di essere aggredito. Tutto è disponibile, un “puro arrivo” avrebbe detto Paul Virilio, senza gerarchie, rendite di posizione e tutte le difficoltà che la materialità implica: chilometri, sudore, fatica. L’obiettivo è abbattere gli ostacoli che separano lo user dal “succo”, il consumo della canzone che si impone nella sua urgenza e compete per l’attenzione. Chi dispone di un capitale socioculturale particolarmente attrezzato per discernere o interpretare trova un piccolo paradiso in cui inventare sentieri diversi a ogni accesso. Chi gode di un talento artistico-espressivo può tentare di scavalcare la barriera dell’anonimato e usufruire di una vetrina, a basso costo per quanto foriera di bassi compensi per la maggior parte degli artisti nel lungo periodo[2]. Per tutti gli altri, c’è la vertigine della scelta con la rassicurazione pronta di una delega agli algoritmi per comporre la playlist al posto di una volontà schiacciata dall’abbondanza.

«La personalizzazione ha la funzione di offrire all’utente contenuti che possano andare incontro ai suoi gusti, ma serve che l’utente faccia lo sforzo di decidere che cosa vuole da Spotify»[3], spiega Lizzy Szabo, autrice di playlist per Spotify. Uno sforzo difficile anche solo da concepire se non c’è album che inserisca la canzone in un concept, non c’è booklet che spieghi chi l’ha scritta, chi vi ha suonato, chi l’ha prodotta, dove è stata registrata, chi va ringraziato per averla tra noi. Non c’è, infine, l’ambiente comunitario del negozio di dischi o in alternativa una content curation competente, che affianchi quella dei pari e quella delle cifre, a volte oggetto di frode[4]. Qualcuno che si manifesti per suggerire percorsi innovativi, permetta di affrontare l’imprevisto, l’esposizione casuale oltre la personalizzazione di preferenze riprodotte in automatico. Tutti “rumori”, che nulla aggiungono all’esperienza fugace del consumo di segnale ma che potrebbero inserire l’ascolto in un contesto di ricerca più ampio, più curioso, più consapevole del tempo e dello spazio condivisi con i propri simili, oltre il comfort claustrofobico delle nicchie. Invertendo la morale del noto proverbio attribuito a Confucio, all’utente si offre il pesce, confiscandogli quella canna da pesca che possa aiutarlo a sfamarsi in altro modo.

Conclusioni

Quando si cerca un indirizzo su Waze o Maps allo stesso modo il risultato è un puro arrivo. Utile, comodo, insostituibile ma i chiari vantaggi non possono impedire di leggere il cambiamento come una cessione di autonomia alle macchine che rende ogni indizio analogico indifferente rispetto al valore rapidità nel raggiungere la meta. Il risveglio è brusco in caso di errore, vicolo cieco o nuova rotatoria, quando si avverte la sensazione di non essere davvero alla guida perché privi della consapevolezza dei luoghi, delle distanze, delle differenze. E lo stesso vale per gli acquisti su Amazon, le mete su Booking, le notizie sui social network, la politica sulle piattaforme di democrazia diretta. Anche in quei casi, l’utente fronteggia segnali senza tempo, immersi in un presente eterno in cui ogni giorno si assomiglia nelle sue emergenze e nelle sue decisioni definitive. Krukowski insegna, allora, che l’analogico non è solo vintage o resistenza. È una tecnologia che deve affiancare il digitale per completarlo e reggere la sfida del non replicabile. Uno strumento per tornare in contatto con la strada e i corpi, sottoporre a prova di sforzo i pregiudizi dell’informazione scremata dall’esperienza, sovrapponendo ad essi lo sguardo sul reale. E cogliere nei difetti di questa sovrapposizione i propri limiti, farsi assalire finalmente dai dubbi.

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  1. https://www.fimi.it/news/mercato-discografico-mondiale-cresce-del-7-4-nel-2020-grazie-alla-spinta-dei-consumi-online.kl
  2. https://www.nytimes.com/2021/03/22/technology/streaming-music-economics.html?searchResultPosition=1
  3. https://www.ilpost.it/2020/08/16/difficile-scoprire-musica-nuova/
  4. https://www.rollingstone.com/pro/features/how-to-fight-spotify-streaming-fraud-850990/

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