la riflessione

Il verde e il blu – per un’etica del nostro secolo

Tra i pensatori e ora anche istituzioni si rafforza l’idea che il binomio sostenibilità e digitale sono la chiave di un futuro migliore per tutti. Un assunto ben chiarito da Floridi (Il Verde e il Blu, 2020). Siamo parti non centrali di una rete, che comprende agenti naturali e artificiali, e ora dobbiamo prenderne cura

09 Giu 2020
Alessandro Longo
Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu

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C’è una corrente sotterranea, che sta prendendo forza – nelle ultime settimane come non mai – nelle idee di autori, pensatori e ora anche nei piani di Governo, istituzioni; almeno in Europa.

La corrente ha i colori del verde e del blu, per dirla con il titolo del libro di Luciano Floridi uscito in questi giorni e che ho appena terminato di leggere. Il verde della sostenibilità e il blu della rivoluzione digitale.

Due paradigmi che la politica italiana ha storicamente trascurato, ma che adesso – complice la trasformazione necessaria indotta dalla pandemia – trovano un’opportunità straordinaria per emergere. Alcuni intellettuali l’avevano intuito prima: il libro di Floridi è stato scritto prima del covid, ovviamente; idem Stefano Epifani, Sostenibilità digitale: Perché la sostenibilità non può prescindere dalla trasformazione digitale (2020). Ma questa convergenza tra sostenibilità e digitale emerge anche nella letteratura scientifica analizzata nel libro che ho scritto con Guido Scorza e ora nelle librerie (Intelligenza artificiale. L’impatto sulle nostre vite, diritti e libertà, Mondadori Università).

La corrente esce dai libri e affiora in politica. Sostenibilità e digitale sono cardini nel piano della task force di Vittorio Colao, appena presentato al premier Conte, che ora comincia a farlo proprio (almeno a parole).

Di Green digital trasformation parla anche un recente rapporto della Commissione europea.

Sostenibilità e digitale

Di fondo, il digitale può (possibilità, non necessità) favorire uno sviluppo sostenibile, rispettoso del Pianeta e della dignità di tutti i suoi abitanti; uno sviluppo inclusivo, quindi. C’è bisogno di digitale per la sostenibilità (Epifani, 2020), perché come dice anche Floridi permette una produzione più efficiente (to do more with less), supporta modelli energetici alternativi, facilita la collaborazione tra individui e gruppi a favore della sostenibilità. Ma come argomentato nel libro mio e di Scorza il rapporto è biunivoco: una rivoluzione digitale che non tenga conto della sostenibilità e della dignità umana sarà un digitale che si ritorcerà contro di noi. E di fatto esaurirà poi il suo potere innovativo, spento dagli oligopoli tecnologici.

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Però, seguendo Floridi, si può dire che il collegamento tra digitale e sostenibilità ha un fondamento profondo, di carattere ontologico – relativo cioè all’essere, alla realtà stessa.

Il verde e il blu (Floridi, 2020)

La rivoluzione digitale ci ha portati nell’infosfera, una nuova realtà (iperstoria dice Floridi) dove il digitale è supporto necessario al nostro esistere; vi viviamo in “simbiosi”. Non è una semplice novità pragmatica, come quella associata all’arrivo dell’elettricità o dei primi computer. Nell’infosfera cambia ciò che siamo e il nostro rapporto con l’Essere. Ad esempio c’è un’inedita sovrapposizione (incollamento, secondo Floridi) tra dati personali e identità degli individui; motivo per cui la privacy è baluardo ora dei nostri diritti e dignità come esseri umani. Altro esempio di Floridi, c’è uno scollamento tra presenza e localizzazione fisica. Certo, radio e telefono hanno già introdotto questo concetto; ma la novità è che sempre più è possibile una presenza a distanza interscambiabile con quella fisica.

L’infosfera è intrinsecamente (ontologicamente) una dimensione “ecologica”: gli individui esistono e agiscono sulla realtà in quanto nodi di una rete, che include anche la natura, gli animali e persino – altra caratteristica “iperstorica” – agenti artificiali che simulano intelligenza e producono informazioni autonomamente.

La società, l’economia adesso riflettono questa natura iperstorica.

Il digitale sta cambiando la concezione che abbiamo di noi stessi. Siamo nel bel mezzo di una quarta rivoluzione (Floridi, 2017), non meno profonda e radicale di quelle a suo tempo avviate da Copernico, Darwin e Freud. In seguito alla rivoluzione copernicana, la cosmologia eliocentrica tolse alla Terra e all’umanità il privilegio che le collocava al centro dell’universo. La rivoluzione darwiniana mise in luce come tutte le specie viventi siano evolute nel tempo da progenitori comuni attraverso la selezione naturale, mettendo così in discussione la centralità dell’umanità nel regno biologico. Grazie a Freud, possiamo riconoscere che la mente è fatta anche di inconscio. A ben vedere, non siamo nemmeno più al centro della nostra stessa sfera mentale. Oggi la scienza informatica e le tecnologie digitali sono gli agenti di una quarta rivoluzione, che ancora una volta modifica radicalmente il nostro modo di concepire chi siamo e mina la nostra presunzione di “centralità eccezionale”.

Cominciamo a renderci conto di non essere più al centro neppure dell’infosfera. Di non essere entità indipendenti, Il verde e il blu 78 ma piuttosto agenti o nodi interconnessi produttori e consumatori di informazione, che condividono con altri agenti biologici e artificiali, cioè altri nodi, un ambiente globale (una rete), fatto sostanzialmente di informazioni, quell’infosfera incontrata nei precedenti capitoli. Il digitale ci ha scollato dalla centralità nell’infosfera (Floridi, 2020).

Siamo nodi in una rete

Si potrebbe dire che molti filosofi e culture, persino pre-industriali, avevano colto il nostro essere parte di una rete, invece che monadi con un’identità “aristotelica” (si pensi al buddismo, che ha influenzato non a caso già il pensiero del digitale di Matrix nel 1999). Forse i filosofi pre-digitali che l’avevano intuito con maggiore forza sono J.Deleuze e F.Guattari, nei Millepiani (1980), già indicati da alcuni come i primi pensatori di internet ante-litteram.

Si può dire però che il digitale ci mette di fronte a questa realtà ontologica incontrovertibile, facendola emergere (anche pragmaticamente). Non so insomma se si tratti di una trasformazione ontologica (come dice Floridi) o più di una trasformazione espressiva (o manifestativa) di un’ontologia pre-esistente, che però nell’era pre-digitale e cosale (basata su cose invece che relazioni) ci era nascosta, mistificata a volte dalla religione monoteistica, a volte dal mito del progresso o del liberismo.

L’etica per il nostro secolo

Certo però condivido le conclusioni (e le raccomandazioni) di Floridi; il suo afflato etico, che discende dalla constatazione di essere tutti parte di una rete, senza nemmeno esserne al centro.

Un punto di vista “eccentrico” ed “ecologico” sulla realtà conduce infatti a ripensare i nostri valori, priorità e politiche. Non conta più l’accumulo di cose e denaro (modello ottocentesco), il loro sfrenato consumo e la produzione (modello novecentesco) capitalistica, ma il supporto di questa rete, ossia delle relazioni tra i nodi che la compongono.

Se la realtà è nodale, basata su relazioni in una rete dove nessuno è al centro, ne discende logicamente che solo nella salute dell’ecosistema c’è la chiave del nostro benessere.

Qui c’è l’eco del filosofo tedesco novecentesco Heidegger, che tra i primi aveva intuito la necessità di abitare “l’apertura dell’Essere” (non illuderci di poterlo forzare ai nostri voleri, come fa il capitalista o il tecnocrate); fino ad arrivare a dire che dovremmo mettere la “cura dell’Essere” al centro nelle nostre esistenze.

La cura è altro concetto mutuato da Floridi, ma forse direttamente da Agostino (filosofo cristiano, considerato Santo dalla Chiesa, 354-430 dc), citato molte volte nel libro.

Di qui il collegamento tra digitale e sostenibilità. Collegamento che, sebbene addirittura dotato di cifra ontologica da Floridi, non è deterministico (probabilmente perché questa ontologia ecologica è di per sé mobile e pluriforme, come la stessa ontologia umana secondo Floridi).

In altre parole: essere in una infosfera non comporta necessariamente il rispetto di tutti i suoi nodi; il digitale non è necessariamente alleato della sostenibilità. Può anzi essere anche suo nemico, aumentando diseguaglianze (come già sta facendo) e incidendo sull’ambiente.

Non si sfugge insomma all’imperativo etico, all’impegno e alla responsabilità umana. La politica in Europa sta cominciando a percepirne l’urgenza; non negli Stati Uniti (vittima di una politica anti-ecologista e, più in generale, anti-ecologica).

Il debito che lasceremo a chi verrà dopo di noi sarà tanto inferiore quanto migliore sarà il matrimonio tra il verde dell’ambientalismo,dell’economia circolare e della condivisione, con il blu delle tecnologie digitali a servizio dell’umanità e del pianeta. Attraverso il digitale, dobbiamo passare da un capitalismo consumistico a un capitalismo della cura. Non sarà facile, ma è il progetto umano per il nostro secolo (Floridi, 2020)

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