Intelligenza artificiale, all'Italia servono governance e sinergie | Agenda Digitale

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Intelligenza artificiale, all’Italia servono governance e sinergie

Con la strategia nazionale per l’AI quasi pronta, l’obiettivo è restare uniti per poter sfruttare al meglio le occasioni fornite dall’Europa e rendere l’intelligenza artificiale un’infrastruttura di riferimento per il benessere di cittadini e ambiente

30 Ott 2020
Gianpiero Ruggiero

Esperto in valutazione e processi di innovazione del CNR

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Sul fronte dell’Intelligenza artificiale, l’Italia deve creare le giuste sinergie per essere rappresentata sui tavoli internazionali. Solo guardando questa innovazione nel contesto più ampio delle altre tecnologie sarà possibile puntare sull’infrastruttura digitale per il benessere delle persone e dell’ambiente. Per questo occorre avviare un’azione di coordinamento e un forum di discussione per non disperdere le forze e farsi trovare pronti a impegnare bene le risorse messe a disposizione dell’Unione europea.

L’iter verso la strategia nazionale per l’IA

In questi giorni si concluderà la consultazione pubblica sulla “Strategia Nazionale per l’Intelligenza Artificiale”, predisposta dal MiSE sulla base del lavoro del gruppo di esperti selezionati due anni fa. L’Italia sconta un ritardo nell’invio del documento alle istituzioni europee. Sarà la volta buona? Il documento appare ridotto rispetto al lavoro fatto dagli esperti e molto sintetico, tant’è che potrebbe non essere idoneo a rappresentare una strategia complessiva. Sarebbe da chiarire perciò se il documento rappresenti solo la posizione del MiSE o dell’intero Governo. Eppure le novità non mancano. L’idea di avviare i dottorati di ricerca sull’intelligenza artificiale è apprezzabile, così come l’annuncio del Governo di voler istituire a Torino l’Istituto italiano per l’Intelligenza artificiale.

Riassumendo, a luglio 2020 il Ministero dello Sviluppo Economico ha pubblicato un primo documento con le proposte per laStrategia italiana per l’Intelligenza Artificiale. Il documento si componeva di 120 pagine, frutto del lavoro del gruppo di esperti selezionati dal MiSE che avevano recepito le osservazioni pervenute a seguito di una prima consultazione pubblica conclusa lo scorso anno. La strategia era strutturata in tre parti: la prima è dedicata all’analisi del mercato globale, europeo e nazionale dell’Intelligenza Artificiale. La seconda parte descrive gli elementi fondamentali della strategia, mentre la terza approfondisce la governance proposta per l’AI italiana e propone alcune raccomandazioni per l’implementazione, il monitoraggio e la comunicazione della strategia. Una visione – quella proposta – con una chiara impronta antropocentrica e orientata verso lo sviluppo sostenibile. Veniva specificato che il documento sarebbe stato alla base della definizione della strategia italiana nell’ambito del Piano Coordinato europeo. Il primo ottobre 2020, come anticipato, il MiSE ha dato avvio a una seconda consultazione pubblica sul documento, elaborato dallo stesso MiSE, denominato Strategia Nazionale per l’Intelligenza Artificiale.

La consultazione pubblica è in corso, per terminare il 31 ottobre. Questo nuovo documento, che si compone di 20 pagine, sebbene appaia a grandi linee in continuità con il precedente, si presenta in una versione molto più schematica e semplificata. Un documento “lieve”, a fronte del lavoro svolto dagli esperti, che sicuramente non è in grado rappresentare il testo definitivo da inviare alle istituzioni europee come rappresentativo della strategia nazionale. L’Italia sconta un ritardo nell’invio all’UE della propria strategia nazionale, quindi, occorrerebbe valutare bene, dopo circa due anni di lavoro, se sia opportuno o meno esporsi con un documento così troppo schematizzato. Sarebbe anche da chiarire il grado di coinvolgimento degli esperti MiSE nell’elaborazione di questo secondo documento e se questo rappresenti la posizione del solo MiSE o dell’intero Governo.

L’Istituto italiano per l’Intelligenza artificiale

L’annuncio del Governo di voler istituire l’Istituto italiano per l’Intelligenza artificiale, con sede a Torino, è apprezzabile. Una scelta che risponde all’esigenza di incrementare l’offerta di alta formazione, la ricerca e il trasferimento tecnologico. Dal punto di vista operativo, l’Istituto Nazionale dovrebbe contare, a regime, su un organico di un migliaio di persone e su un budget annuale pari a circa 80 milioni di euro. In questo sistema Torino sarà hub di riferimento con laboratori centrali e un organico di 600 addetti; sono previsti anche 7 centri, specializzati nei settori prioritari individuati[1], che lavoreranno in connessione con centri di ricerca e università già attivi. Anche il Dottorato nazionale in Intelligenza artificiale è una decisione lodevole, anch’essa in ottica di ampliamento dell’offerta di alta formazione specialistica. Nato sotto il coordinamento del Cnr e dell’Università di Pisa, il Dottorato (PhD-Ai.it) si articolerà in cinque corsi, promossi sul territorio nazionale da raggruppamenti di università ed enti pubblici di ricerca, ciascuno coordinato da un’università capofila.

Sarà cruciale individuare sinergie e forme di coordinamento per rafforzare la qualità dei percorsi di studio di alta formazione (MiSE, MUR, Fondazioni e Università) e creare network collaborativi di filiera, per aumentare le esperienze di apprendistato sul campo; così come trasferire l’IA al mondo produttivo e portarla sul terreno delle PMI e delle pubbliche amministrazioni. Mettere insieme tutte queste realtà e riuscire a trovare una governance comune è uno dei principali compiti che andrebbe assegnato al nuovo Istituto. L’auspicio, infatti, è che la nascente struttura abbia effettivamente una rete di istituti satellite, ramificati territorialmente, in grado di creare sinergie, un vero e proprio network, con l’obiettivo di coordinare le diverse attività di ricerca in questo campo. Solo così, l’Istituto nazionale potrà rappresentare l’Italia sui tavoli internazionali e parlare a nome del Paese in qualità di portavoce unico dell’intera comunità di riferimento.

Il digitale per il benessere equo e sostenibile

L’Intelligenza artificiale è un’opportunità di sviluppo del Paese che va colta in connessione con altri trend tecnologici (5G, Industria 4.0, Blockchain, sicurezza dello spazio cibernetico, IoT, strutture di supercalcolo). Tutte insieme queste tecnologie rappresentano un’unica e speciale “infrastruttura digitale” del Paese, il suo sistema nervoso. Utilizzata in un nuovo modello economico e sociale, questo sistema infrastrutturale sarebbe in grado di garantire uno sviluppo equo e sostenibile. L’Europa sta facendo passi avanti in questa direzione: spingendo verso un’economia circolare, definendo una serie di indicatori misurabili e condivisi per superare il PIL e ricercando una strategia di evoluzione delle nuove tecnologie e dell’IA in particolare, che eviti effetti negativi e generi un aumento del benessere per le persone e l’ambiente. In questo senso, gli investimenti nell’IA sono uno dei principali pilastri dei progetti da sviluppare grazie al Next Generation EU.

In questa cornice, la Strategia italiana per l’Intelligenza Artificiale elaborata dal MiSE ha un forte ancoraggio ai principi dell’antropocentrismo, dell’affidabilità e della sostenibilità. Nel documento è riportato che “L’IA deve essere al servizio delle persone, garantendo una supervisione umana, prevenendo i rischi di inasprimento degli squilibri sociali e territoriali potenzialmente derivanti da un suo utilizzo inconsapevole o inappropriato. L’IA deve essere progettata e realizzata in modo affidabile e trasparente, per una sua accettabilità consapevole e una intrinseca robustezza affinché sia adottabile in ogni ambito produttivo e capace di rispondere alle sfide sociali del nostro Paese. L’IA deve generare opportunità di crescita e di benessere per tutti gli individui, in linea con i principi contenuti nell’articolo 3 della Costituzione italiana”.

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Rendere le infrastrutture digitali al servizio del benessere, in tal senso, vuol dire accrescere la quantità e la qualità dei servizi ottenibili, in particolare dalle amministrazioni pubbliche. A tale scopo nel Rapporto “Il Digitale in Italia 2020”, curato da Anitec-Assinform, si possono trovare utili suggerimenti operativi, per la ragione che secondo l’Associazione di Confindustria che raggruppa le principali aziende dell’ICT “è urgente rafforzare il sostegno della trasformazione digitale della PA, almeno in tre direzioni: qualità e completamento delle infrastrutture di connettività; continuità degli investimenti nel digitale; governance coerente e organizzazione amministrativa sburocratizzata e semplificata”.

Gestione coordinata e Forum di discussione

Se il digitale è la leva prioritaria per recuperare produttività e crescita nel 2021, sostenuto da un incremento degli investimenti pubblici[2], allora diventa cruciale individuare il luogo, a livello interministeriale, non solo per studiare gli impatti dell’IA, ma soprattutto come luogo di coordinamento delle politiche per la trasformazione digitale del Paese e di riflessione sulle scelte di policy nel percorso di attuazione della strategia nazionale per il digitale. Una gestione coordinata aiuterebbe senz’altro l’innovazione digitale della PA, come rilevato recentemente anche dalla Corte di Conti nel suo rapporto sull’informatizzazione nella pubblica amministrazione. In esso ha sottolineato come, ad oggi, i risultati delle azioni di coordinamento appaiano limitati, con evidenti frammentazioni degli interventi, duplicazioni, scarsa interoperabilità e integrazione dei servizi sviluppati; e come sia carente il monitoraggio della spesa, dell’attività contrattuale, dei risultati conseguiti e dei servizi resi.

Questi ultimi aspetti vanno anche visti in relazione alle lungaggini delle procedure di gara (da 11 a 24 mesi), a cui sono da ascrivere gli scarsi risultati nella razionalizzazione dei data center, con ricadute proprio sull’interoperabilità e le duplicazioni. In riferimento a questo è da ricordare l’articolo 36 del decreto legge “Misure per la semplificazione e l’innovazione digitale”, divenuto legge[3] poche settimane fa, che ha l’obiettivo di consentire alle imprese, alle università, ai centri di ricerca, alle start up che vogliano avviare la sperimentazione di un loro progetto innovativo, di farlo, per un periodo limitato di tempo, chiedendo una semplice autorizzazione in sostituzione di tutti gli ordinari regimi amministrativi e obblighi di legge[4]. C’è una ragione in più, dunque, per introdurre ulteriori semplificazioni nelle procedure amministrative nei settori chiave per il rilancio degli investimenti digitali nella PA.

Data la necessità di recuperare il ritardo sul digitale e in previsione di impegnare quanto prima le risorse europee, andrebbe avviato un Forum di discussione per definire al meglio la strategia futura, per stabilire modalità di dialogo tra i soggetti, forme di coordinamento tra i progetti, tempi di attuazione degli obiettivi e dei programmi in comune, definire indicatori da utilizzare per il monitoraggio e la valutazione della strategia nazionale. Al Forum potrebbero aderire i Ministeri, le amministrazioni pubbliche maggiormente coinvolte, i principali stakeholder del settore. Sarebbe anche il terreno per promuovere l’accordo “A Call for an AI Ethics” che la Pontificia Accademia per la Vita, Microsoft, IBM, la FAO e il Governo italiano, hanno firmato il 28 febbraio scorso, per sostenere un approccio etico all’IA e promuovere tra organizzazioni, governi e istituzioni un senso di responsabilità condivisa con l’obiettivo di garantire un futuro in cui l’innovazione digitale e il progresso tecnologico siano al servizio della creatività umana e della lotta alle disuguaglianze.

Una politica nazionale per il digitale

Incertezza, mancanza di una strategia forte per il digitale, disponibilità di fondi esigua rispetto ai Paesi leader, creano un contesto che rischia di rallentare ulteriormente i processi di innovazione e digitalizzazione nella nostra economia. Questo non deve avvenire, perché se si ferma la digitalizzazione non solo si ferma il settore ICT ma si ferma lo sviluppo del Paese[5]. I processi di digitalizzazione in atto nel Paese prima della pandemia riprenderanno e accelereranno tanto quanto le aziende ICT avranno il supporto finanziario per realizzare progetti innovativi e tanto quanto imprese e Amministrazioni li richiederanno. Ci vuole una vera e propria politica industriale per il digitale. La crisi conseguente la pandemia e la prospettiva di fondi straordinari europei devono essere di stimolo a una nuova fase di investimenti nel digitale che permetta di accelerare i tempi del recupero e di colmare il gap con le economie più dinamiche.

Non solo l’Italia, ma l’intera Europa soffre di investimenti frammentari in infrastrutture e tecnologie abilitanti, e anche di lentezze nell’innovazione digitale che cominciano ad evidenziare una debolezza di fondo dell’ecosistema digitale europeo. In particolare, il sostegno alla catena di valore del digitale richiede investimenti in diversi ambiti. La quota principale dovrebbe andare alle infrastrutture di telecomunicazione[6], le uniche in grado di garantire il raggiungimento dei target dell’Agenda Digitale Europea.

Investimenti ancora necessari in UE (stimati come gap degli investimenti digitali UE27 rispetto a Usa/Cina) per realizzare gli obiettivi di trasformazione digitale EU27

Miliardi Euro/Anno
Reti di Comunicazione42
HPC, Grafene e Quantum Computing6
Cloud11
Intelligenza Artificiale e Blockchain23
Tecnologie Digital Green6
Cybersecurity3
Innovazioni Digitali/Dati e Next Generation Internet5
Semiconduttori/Fotonica17
Competenze Digitali9
Spazi Comuni Dati Europei3
Totale125

Fonte: Stime DG CNECT, 2 Maggio 2020

Investimenti addizionali sono necessari anche in altri ambiti altrettanto importanti, dai 23 miliardi l’anno in AI e Blockchain agli 11 miliardi nel Cloud[7], ai 9 miliardi per le competenze digitali.

Conclusione

La piena realizzazione del potenziale delle infrastrutture digitali a beneficio di cittadini e ambiente richiede una collaborazione costante, sia a livello nazionale che internazionale. L’Italia è chiamata a uno sforzo collettivo per individuare e attuare le principali tappe della strategia nazionale per il digitale. Una “Italia pronta per il digitale” deve mirare a una strategia trasversale che riguardi imprese, scuola, università, ricerca, lavoro, pubblica amministrazione. Dalla capacità delle imprese di saper intercettare il cambio di paradigma tecnologico, organizzativo e culturale, derivante dal digitale, dipenderà il sentiero di crescita del nostro Paese nei prossimi anni e decenni. Come in tutti i passaggi fondamentali, è però cruciale l’azione delle istituzioni pubbliche nell’accelerare e favorire, da un lato, il percorso di trasformazione e, dall’altro, gestirne gli effetti più critici per la società nel suo complesso. Occorre perciò attrezzarsi al meglio per affrontarne queste sfide cruciali. Anche grazie alla cooperazione con i nostri partner europei e con le istituzioni comunitarie, sfruttando al meglio l’opportunità che ci viene data dal Next Generation EU.

Il digitale è essenziale per la nostra ripresa economica e qualsiasi progetto per il futuro richiede attenzione all’etica e ai diritti dell’essere umano, che oggi possono essere preservati grazie anche alla tecnologia. Un approccio condiviso e una gestione coordinata, evitando che ciascun Ministero elabori la propria strategia di digitalizzazione in solitaria, senza studiare le implicazioni di essa sulle altre politiche settoriali, aiuterà sicuramente l’innovazione in tanti settori e il rafforzamento di una politica digitale nazionale più orientata allo sviluppo sostenibile, ambientale e sociale del Paese.

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Note

  1. Tra i settori coinvolti ci saranno manifattura e robotica, IoT, sanità, mobilità, agrifood ed energia, Pubblica amministrazione, cultura e discipline umanistiche digitali, aerospazio.
  2. Secondo il MiSE l’obiettivo per il quinquennio 2021-2025 è di un investimento pubblico di 2,5 miliardi di euro, con fondi per interventi volti a favorire lo sviluppo delle tecnologie e delle applicazioni di IA.
  3. Si tratta della Legge 11 settembre 20202, n. 120, di conversione con modifiche del decreto-legge 16 luglio 2020, n. 76 (c.d. Decreto Semplificazioni)
  4. Al termine della sperimentazione, in caso di esito positivo, il Governo promuoverà le modifiche normative e regolamentari per consentire a regime lo svolgimento dell’attività sperimentata.
  5. Secondo le stime di Anitec-Assinform, per il 2020 gli effetti dell’attuale emergenza lasciano intravedere un calo complessivo del mercato digitale in Italia del 3,1%, che si prevede possa essere recuperato nel 2021 con una crescita del 3,7%, trainato dalle sue componenti più innovative, a partire dal Cloud, dalla Cybersecurity, dall’IoT e dalle piattaforme di lavoro collaborative e da remoto (smartworking incluso).
  6. Secondo la BEI, gli investimenti per realizzare i target di diffusione dell’infrastruttura di telecomunicazione toccano i 345-360 miliardi di Euro per il perimetro EU27, e i finanziamenti privati (stimati prima dell’impatto COVID) saranno appena sufficienti a coprirne un terzo, se non una quota inferiore.
  7. Il progetto denominato GAIA-X, sostenuto dalla Commissione europea, vuole offrire, già da inizio 2021, una piattaforma Cloud alle aziende europee per poter amministrare i dati in autonomia e con standard di sicurezza garantiti dal sistema istituzionale europeo.
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