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Intelligenza artificiale: l’Italia deve imparare a fare squadra

Nell’ambito dell’intelligenza artificiale, l’Italia vanta eccellenze sul lato della ricerca e dell’industria. Quello che manca è la cultura della collaborazione e del fare squadra. Una lacuna che ci impedisce di competere con le altre potenze mondiali pur avendone le capacità. Ecco il ruolo di ricerca, aziende e Governo

24 Lug 2019
Piero Poccianti

Presidente dell’Associazione Italiana per L’Intelligenza Artificiale (AIxIA)

intelligenza artificiale

A livello mondiale, si respira un nuovo, grande entusiasmo per l’Intelligenza Artificiale. Le singole nazioni, i singoli laboratori e ricercatori mettono in atto strategie volte ad emergere in un terreno estremamente competitivo. Accanto a queste azioni, stanno però nascendo strategie di collaborazione attraverso le quali varie entità si aggregano e uniscono le forze per raggiungere l’obiettivo.

Anche il mondo della ricerca italiano deve unire le forze: smettere di competere e cominciare a collaborare. Il nostro Paese può infatti vantare potenzialità elevate e di grande qualità, ma per emergere ed essere davvero competitivi abbiamo bisogno di un significativo gioco di squadra.

Solo così potremo affermare e confermare il nostro ruolo nel mondo della ricerca e mostrare quella creatività a livello imprenditoriale che ci ha sempre contraddistinto.

Evoluzione e rivoluzione simbiotica

«La conservazione delle differenze e variazioni individuali favorevoli e la distruzione di quelle nocive sono state da me chiamate “selezione naturale” o “sopravvivenza del più adatto”. Le variazioni che non sono né utili né nocive non saranno influenzate dalla selezione naturale, e rimarranno allo stato di elementi fluttuanti, come si può osservare in certe specie polimorfe, o infine, si fisseranno, per cause dipendenti dalla natura dell’organismo e da quella delle condizioni»
Charles Darwin, L’origine delle specie, 1869 (V edizione)

L’evoluzione è guidata quindi da due forze: la competizione che seleziona i più adatti e la cooperazione che spinge organismi diversi ad unirsi e creare entità più forti capaci di sopravvivere in condizioni avverse, dove il singolo non avrebbe avuto possibilità di resistere. La rivoluzione simbiotica, raccontata da Lynn Margulis (biologa americana famosa per aver formulato la teoria dell’endosimbiosi, particolare forma di simbiosi nella quale un organismo (di solito unicellulare) vive all’interno di un altro organismo), definisce la simbiosi come: “vivere insieme in una condizione di reciproco beneficio mediante la condivisione permanente di cellule e corpi”.

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Una collaborazione che deve crearsi non solo nel mondo stesso della ricerca, ma anche e soprattutto tra la ricerca e le aziende.

Esaminando con attenzione la prima aggregazione necessaria, ossia all’interno della ricerca stessa, si può constatare già una presenza attiva e in continuo divenire sul nostro territorio. Troviamo infatti delle significative collaborazioni tra:

  1. Le università e gli enti di ricerca, è di recente istituzione il Laboratorio Nazionale di Artificial Intelligence and Intelligent Systems che ha proprio l’obiettivo di riunione tutti i laboratori e gli enti di ricerca italiani in modo da permettere una sinergia fra i suoi nodi;
  2. I laboratori e le università. Molti corsi universitari sono associati ad un laboratorio di ricerca e a tal proposito l’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale (AIxIA) ha realizzato una mappa, in costante aggiornamento, dei corsi di IA che vengono svolti sul territorio italiano;
  3. Le associazioni. Oltre ad AIxIA, in Italia sono attive una serie di associazioni che si occupano di singoli paradigmi di IA o di discipline informatiche collegate in qualche forma all’Intelligenza Artificiale. Tali associazioni collaborano fra di loro realizzando eventi in comune e promuovendo l’interscambio di conoscenze e di esperienze.

Aggregazioni però non solo nazionali, ma anche internazionali. AIxIA ad esempio è anche il membro italiano di Eurai (European Association for Artificial Intelligence), l’associazione europea che riunisce tutte le associazioni presenti nel Vecchio Continente. Ma non solo Eurai.

A livello internazionale, troviamo anche AAAI (Association for the Advancement of Artificial Intelligence precedentemente nota come American Association of Artificial Intelligence) o recenti iniziative come ELLIS (European Lab for Learning and Artificial Intelligence) e CLAIRE (Confederation of Laboratories for Aritificial Intelligence Research in Europe) nate sempre con lo scopo di aumentare la collaborazione tra i laboratori a livello europeo. Entrambe i movimenti cercano infatti di aggregare risorse, ottenere finanziamenti e creare una infrastruttura di cooperazione.

La frattura tra ricerca e imprese in Italia

Analizzando invece la seconda forma di aggregazione possibile e assolutamente imprescindibile, ossia la collaborazione tra il mondo della ricerca e il tessuto imprenditoriale, è evidente e palese una profonda e allarmante lacuna.

Nel nostro Paese esiste una frattura tra il mondo della ricerca e quello delle imprese, manca un linguaggio comune che permetta di condividere metodologie, obiettivi e conoscenze. A nostro avviso questo è un problema che abbiamo l’obbligo di superare se vogliamo competere in un panorama estremamente agguerrito.

Noi, come Associazione, abbiamo voluto lanciare un primo segnale organizzando a Milano lo scorso 12 aprile l’AI Forum – Intelligenza Artificiale per le imprese. Un evento pensato e realizzato proprio con l’obiettivo di illustrare le più concrete soluzioni AI per le imprese e creare un’intelligente e proficua sinergia tra il mondo della ricerca e quello imprenditoriale.

Siamo infatti consapevoli dell’importanza di questo ponte per la sopravvivenza e l’evoluzione del Paese, una stretta collaborazione fondamentale non da ora, ma da sempre come dimostra anche la Storia.

Cosa può fare il Governo per la ricerca

Cito ad esempio la lettera che il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt inviò al proprio consigliere scientifico Vannevar Bush, nel novembre del 1944. Scritto in cui sollecitava la realizzazione di uno studio che permettesse di rendere pubblici i risultati prodotti dalla scienza nel periodo bellico e “che cosa può fare il Governo da qui in avanti per favorire la ricerca scientifica tramite organizzazioni pubbliche e private? Occorre considerare attentamente il ruolo della ricerca pubblica e privata, analizzando il rapporto fra le due realtà. È possibile proporre un programma efficace volto a individuare e sviluppare il talento scientifico nei giovani americani, per garantire la continuità della ricerca scientifica in questo Paese a livelli comparabili con quelli raggiunti nel periodo bellico?”. Nel luglio del 1945, in risposta, Vannevar Bush consegnò al presidente un rapporto di 70 pagine redatto da una commissione di esperti con le raccomandazioni economiche, politiche e scientifiche. Il rapporto si intitolava “Scienza: la frontiera senza confini” e in estrema sintesi recitava così:

“Caro Presidente,

è iniziata la sfida per il futuro. Dobbiamo decidere il ruolo che avrà il nostro Paese nel nuovo ordine mondiale. Se vogliamo che sia di primo piano, come ci compete, dobbiamo puntare sulla scienza, che è la leva per lo sviluppo economico, oltre che per la sicurezza sanitaria e militare delle nazioni.

Noi non abbiamo un programma nazionale di sviluppo scientifico. Nel nostro Paese la scienza è rimasta dietro le quinte, mentre andrebbe portata al centro dell’attenzione, perché ad essa si legano le speranze per il futuro. Non possiamo attenderci che questa lacuna venga colmata dall’industria privata. L’industria si occupa di altro. L’impulso alla ricerca può venire solo dal Governo. È il Governo che deve investire molto di più e molto meglio se vogliamo vincere la sfida del futuro”.

Oggi come allora, la ricerca, in particolare quella di base, dovrebbe essere portata avanti dagli enti accademici e finanziata dallo Stato, senza pensare ad un ritorno e obiettivi immediati. Così viene finanziata, ad esempio, la ricerca sulla fisica delle particelle elementari al CERN. E dal trasferimento dei risultati della ricerca di base dovrebbe poi nascere la ricerca applicata con il contributo sia delle aziende che degli enti accademici.

Il ruolo delle aziende

Lo strumento che suggeriamo per realizzare questo ponte è quello dei dottorati di ricerca svolti e supportati dalle aziende. Questa modalità di trasferimento di conoscenze è adottata in molti paesi europei, mentre è quasi ignorata nel nostro. Il costo di un dottorato è molto basso rispetto ad un corso avanzato o ad una consulenza (per fornire un ordine di grandezza possiamo pensare a 70.000 per un dottorato triennale) e, spesso, porta a risultati migliori. Il dottorato dovrebbe essere indirizzato a risolvere un problema aziendale tangibile, ma anche a trasferire e ad acquisire conoscenze.

Difficilmente questo trasferimento porterà però a realizzazioni complete. Esiste quindi la necessità di inserire nel processo, aziende che realizzino sistema di integrazione fra il sistema informativo dell’azienda e le nuove funzioni di IA, che mantengano il sistema negli anni, e raffinino quanto creato in laboratorio per arrivare ad un progetto finito. L’università e il mondo della ricerca possono produrre sperimentazioni, trasferire conoscenze, costruire prototipi, ma il prodotto finito, con le esigenze di evoluzione e manutenzione è competenza di altre realtà industriali che devono essere inserite nel circuito virtuoso fin da subito.

Non dimentichiamo poi che il nostro Paese, più di altri, è connotato da un terreno industriale fatto di PMI e artigiani. Anche a questo livello è necessaria una maggior coesione e aggregazione di forze attraverso il ricorso alle associazioni di categoria o modelli di aggregazione variegati (pensate ai distretti industriali che hanno avuto, in passato, un momento di entusiasmo e successo).

Ricerca: dalla competizione alla collaborazione

Come già accennato anche il mondo della ricerca deve unire le proprie forze. Bisogna passare da un mondo competitivo ad uno collaborativo. E per farlo è necessaria la creazione di una mappa delle competenze condivisa e trasparente che permetta un interscambio di conoscenze e l’aggregazione dei vari paradigmi. Questa mappa permetterebbe anche alle aziende di individuare il o i partner adatti alle proprie esigenze non basandosi solo su conoscenze locali o individuali.

L’Italia ha punti di forza ed eccellenze sul lato della ricerca e dell’industria, quello che manca è proprio quella cultura della collaborazione e del fare squadra che invece è diffusa nei Paesi anglosassoni.

Se riuscissimo a coniugare eccellenze e creatività con collaborazione e sinergia, avremo tutte le carte in regola per aggregare le nostre risorse con quelle che auspichiamo emergano in Europa e competere con Usa e Cina che in questo momento rischiano di divenire le uniche realtà dominanti sul terreno della rivoluzione dell’IA.

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