Cultura e nuove tecnologie

La nuova vita dei musei, con i tablet

Quella che un tempo era intesa come una virtualizzazione del museo e della sua visita è stata sostituita da una ricerca di immersività nella materia che si rimette in gioco e che permette di avere una esperienza piena del contenuto esposto. Sia dal punto di vista concettuale e di conoscenza sia da un punto di vista più dell’esperienza e dell’intrattenimento

05 Dic 2013
Fabio Fornasari

architetto, museologo e Membro ICOM

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Sotto il cielo dei musei c’è tanto movimento, tanta aria di cambiamento.

In questo articolo certo non si potrà esaurire questo dibattito ma forse si può suggerire qualche chiave di lettura per intendere meglio come collocare ciò che sta accadendo in relazione all’impiego delle nuove tecnologie e dei nuovi media. Non si spiegheranno neppure le tecnologie e le tecniche in corso che sono di giorno in giorno in costruzione, evoluzione. Si dice però perché sono buona cosa se fatte in un certo modo, se invece di sostituirsi alle opere esposte costruiscono una relazione che rende tangibile qualcosa che va oltre la semplice esperienza di un intrattenimento.

Apparentemente siamo di fronte a una vera rivoluzione.

Ma se la si osserva da vicino il modo di intendere il museo oggi ha qualcosa che ci riconnette alla sua origine: la camera delle meraviglie o Wunderkammer e le sue cose raccolte ed esposte pazientemente dal collezionista.

Infatti fianco dell’esperienza legata all’aura museale si ricerca oggi una dimensione di esperienza della meraviglia che è legata non più e solo al sapere esposto da intercettare ma a una dimensione legata a un intrattenimento costruttivo, educativo, che pone l’osservatore all’interno di un discorso che lo contiene, di un racconto che si costruisce a partire dall’esposizione ma che si arricchisce dei contributi di chi non si limita più solo a visitare.

La società cambia e si muove e si dota di nuovi strumenti per dialogare, conoscere, divertirsi.

E’ come una marea che si porta dietro tutto quanto abbiamo conosciuto, che ci piaccia o no.

E non si fermerà mai.

Da almeno trent’anni è in corso una grande quantità di discussioni su cosa devono essere, cosa dovranno essere i musei nel futuro, su come e cosa si deve fare per rendere i musei maggiormente interattivi, immersivi, aperti alle nuove tecnologie. Negli anni ottanta la principale forma di “apertura” della scatola museale fu l’ingresso di una dimensione commerciale: la “boutique” del museo dove si possono incontrare, scegliere e raccogliere le reliquie dell’esperienza museale.

Con le nuove tecnologie e l’impiego di queste sono stati suggeriti modi differenti di intendere l’idea stessa di museo. Ogni nuovo dispositivo dopotutto comporta una sperimentazione che normalmente apre a un futuro differente.

L’impiego del dispositivo “futuro” è sicuramente una retorica che ci permette di dire cose a volte anche sopra le righe ma sicuramente ci permette anche di sperimentare e di guardare alle cose in una modalità più libera, di sperimentarne nuove forme.

I musei hanno sempre avuto in sé due tratti fondamentale legati al fatto che sottraggono le cose al flusso quotidiano del tempo. Con questo si potrebbe intendere in modo riduttivo che vengono “congelati” per preservarne una caducità, che vengono salvati dalla normale vita delle cose che sono destinate come noi d’altro canto a perire sotto la tirannia del tempo. In realtà una più corretta interpretazione ci suggerisce che le cose vengono in realtà sottratte dalla loro vita per essere introdotte all’interno di una nuova.

Un tempo le funzioni del museo erano prevalentemente tre: ordinare una collezione, conservare e mostrare la collezione facendo con questa ultima operazione anche comunicazione sui contenuti. Era questa una idea di museo, direttamente collegata alla Enciclopedie, un luogo dove raccogliere pezzi di mondo da studiare prima ancora che da guardare, vedere, toccare.

In fondo nei musei si mostrano forme che in quanto presenze interne a un percorso giocano una nuova prospettiva temporale.

La marea che stiamo osservando da tempo e che si porta dietro il cambiamento di tutte le cose credo abbia ormai superato almeno due idee: l’idea di un museo virtuale e l’ideologia dell’hands on (inteso come dispositivo azione reazione programmata).

E’ possibile capire questo se si osserva che con le nuove tecnologie quello che è cambiato è il tipo di partecipazione che queste permettono e di cosa ormai abbiamo appreso attraverso di esse.

Quella che un tempo era intesa come una virtualizzazione del museo e della sua visita è stata sostituita piuttosto da una ricerca di immersività nella materia che si rimette in gioco e che permette piuttosto di avere una esperienza piena del contenuto esposto: sia dal punto di vista concettuale e di conoscenza che da un punto di vista più dell’esperienza e dell’intrattenimento.

Non solo: ci permettono di entrare nel discorso allargato alla società, di parlarne e di entrare nel racconto esposto.

Dopotutto con l’interaction design si tende a personalizzare l’esperienza museale che permettere di riconoscere la risposta non più data in assoluto uguale per tutti ma mirata, misurata sul visitatore.

André Malraux con la sua idea di “Museo senza muri” aveva anticipato qualcosa di una ricaduta della disponibilità delle immagini sul collezionismo. Il tema della collezione è più importante del possesso e dell’originale. Le collezioni comportano una attrazione che parla di come guardiamo e di cosa facciamo quando vediamo le cose.

Le nuove tecnologie risvegliano in noi questa attrazione che le collezioni esercitano verso di noi: si collezionano sguardi e se ne possono portare a casa tracce attraverso atti semplici come il commento o altro tipici dei social network (penso a Pinterest dove ogni galleria di immagini è potenzialmente un percorso visivo).

Collezionare implica un processo che passa dall’atto di vedere, dal selezionare allo staccare e al prendere. Le nuove tecnologie permettono con maggiore semplicità di evocare questo processo semplice che parla di noi e del nostro modo di appartenere e di condividere il mondo. Il museo dopotutto è un apparato che si misura sulla capacità evocativa dei processi mentali di chi guarda, sull’uomo e l’opera d’arte o altro oggetto esposto: chi vede e chi è visto; due posizioni che non sembrano intercambiabili. Ma l’esperienza dell’arte contemporanea ci ha insegnato che è proprio così e l’impiego delle nuove tecnologie all’interno dei musei e dei percorsi di visita possono proprio servire a risvegliare questa attitudine.

Dopotutto quel che conserviamo ha valore, ci colpisce ci parla perché ci riguarda.

E se questo è vero come considerare come pensare oggi le implicazioni estetiche, psicologiche etiche dell’atto di guardare senza pensare che oggi la maggior parte delle cose le guardiamo attraverso delle tecnologie.

Ma se un tempo guardare comportava il semplice vedere le cose, con le applicazioni per tablet e smartphone si riconnette l’idea che ogni visibile è ricavato dal tangibile, ogni essere tattile è promesso in un certo qual modo alla visibilità e che c’è sconfinamento non solo tra il toccante e il toccato ma anche tra il visibile e il tangibile che è incrostato in esso.

Guardare e toccare l’immagine di un’opera su un tablet in qualche modo risveglia la doppia natura dell’esperienza museale e ne risveglia i suoi atteggiamenti: uno come davanti alle reliquie, come essere davanti a una parte di un Santo, l’altro ancorato all’evidenza che “ciò che si vede è ciò che si vede” e basta, ma sul tablet lo tocco e attraverso questo semplice atto che è una esperienza diventa parte di me in quanto lo possiamo conservare scaricandolo. Quel che conserviamo ha valore, ci colpisce ci parla perché ci riguarda. E se questo è vero come considerare come pensare oggi le implicazioni estetiche, psicologiche etiche dell’atto di guardare attraverso le nuove tecnologie.

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