cultura digitale

La moda dei selfie brutti non esiste: il problema è il giornalismo “analogico” nell’era digitale

Sostenere che esista una moda dei selfie brutti perché è possibile trovare alcune foto di volti fatte col grandangolo è una forzatura, che dovrebbe piuttosto farci riflettere su quanto poco sappiamo interpretare i trend del mondo digitale e su quanto, alla fine, non abbia molto senso farlo con le logiche “analogiche”

31 Ago 2022
Davide Bennato

professore di Sociologia dei media digitali all’Università di Catania

selfie - generazione Z

Se siamo abituati a leggere gli articoli sulle nuove tendenze legate alla Generazione Z, magari con un riferimento relativo alle culture digitali, sicuramente ci saremo imbattuti sulla presunta moda dei selfie “brutti”. Secondo questa tendenza, scoperta nientemeno che dal New York Times, ragazzi e ragazze nati tra il 1997 e il 2010 (GenZ, appunto) avrebbero scoperto un modo nuovo di fare i selfie che sfruttando l’obiettivo grandangolare del proprio telefonino, avrebbero inaugurato una nuova estetica di selfie fatta di volti deformati, visi oblunghi, facce aliene e tutto quanto viene catturato da un obiettivo nato per i panorami e usato per i primi piani.

Selfie 0.5: cosa c’è dietro la nuova tendenza della generazione Z

Se però andiamo ad indagare più approfonditamente sulla questione, sorge il sospetto che non siamo davanti ad una tendenza giovanile, ma ad una presunta moda in realtà frutto del mix di giornalismo estivo, sudditanza psicologica verso i media americani e improvvida esterofilia in salsa statunitense.

L’ascesa del selfie 0.5 e il rapporto tra giornalismo e rete

La testata che avrebbe identificato l’esistenza di questa moda, il NYT, è un giornale piuttosto blasonato nel panorama mediale USA e internazionale, i cui articoli e reportage vengono considerati fonti data la fama di cui gode il quotidiano. Secondo l’articolo pubblicato il 23 giugno 2022, questa tendenza sarebbe stata etichettata come ascesa del selfie 0.5 – dal nome della funzione di iPhone per il grandangolo – e le fonti utilizzate a sostegno dell’esistenza di questa nuova tendenza sono un paio di interviste a generici utenti Instagram (rigorosamente americani) e qualche osservazione sui selfie “eccentrici” di celebrità e modelle-influencer di Instagram.

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L’articolo del New York Times è sicuramente curioso, ma rivela anche una serie di cose molto interessanti non tanto sulle mode della Gen Z, ma sul rapporto del giornalismo con il mondo della rete.

Frammentazione e consumo mediale

In primo luogo, la possibilità di identificare una tendenza. Per quanto possa sembrare strano, il secolo che stiamo vivendo ha dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che la possibilità di identificare un trend non solo è un’impresa difficile, ma sicuramente è un’impresa che non ha molto senso. La società contemporanea è dominata dalla caratteristica della frammentazione: ovvero le persone possono condividere le stesse coordinate spazio-temporali, ma questo non significa che condividano le stesse esperienze o le stesse forme di significazione del mondo. Facciamo un esempio. Se noi ad un gruppo di amici in pizzeria chiediamo cosa hanno visto in televisione il giorno prima, ci sentiremo rispondere tante cose diverse per ognuna delle persone a cui avremo fatto la domanda: chi il film su digitale terrestre, chi la trasmissione di intrattenimento comica, chi la propria serie preferita Netflix, chi un film scelto tra “i consigliati” da un catalogo streaming, per non dire chi invece ha preferito leggere, videogiocare o fare infinite scrolling sui social. La società contemporanea è frammentata e il consumo mediale è rivelatore di questa assenza di esperienza condivisa: una volta erano mass media, adesso sono solo media.

Il “popolo della rete” non esiste

In secondo luogo, la possibilità di identificare una tendenza nel mondo digitale. Se il mondo contemporaneo è frammentato, la frammentazione negli spazi digitali è assolutamente radicalizzata a causa di un mix frutto di: logica degli algoritmi, polarizzazione delle interazioni sociali, strategie di marketing delle piattaforme social. La possibilità di identificare una tendenza (una moda, un comportamento virale, eccetera) all’interno degli spazi digitali è l’adattamento di un genere giornalistico che potremmo chiamare “dal nostro inviato dal popolo della rete”. Applicare le logiche del giornalismo classico – l’inviato – ad una presunta uniformità di chi vive gli spazi digitali – il popolo della rete – è una forzatura da due punti di vista.

Primo perché non si può applicare la logica del giornalista inviato alla rete, perché internet non è uno spazio da cartografare, ma un sistema di flussi sociali da comprendere: un posto dove le persone agiscono non dove le persone abitano. In caso contrario si corre il rischio di fare esotismo sociale, cioè parlare di ciò che accade in rete come l’atto di inviare cartoline da un luogo esotico – nella migliore delle ipotesi – o comportarsi da turisti con un atteggiamento neocolonialista – nella peggiore delle ipotesi. Non esiste il popolo della rete, non esiste il giornalista che racconta il popolo della rete: esiste la possibilità di calarsi in porzioni finite di spazi digitali identificando gruppi circoscritti appartenenti a subculture con sistemi di valori che sono da comprendere e poi – se va tutto bene – da raccontare.

I selfie non sono fotografie

In terzo luogo, considerare il selfie come un prodotto mediale che può essere interpretato con le logiche della fotografia. I selfie non sono fotografie, sono forme della narrazione della propria identità che assumono la forma di una fotografia condivisa nelle piattaforme social. È questo che rende il selfie una cosa completamente diversa da un autoscatto, anche se sembrerebbero cose molto simili. Messo in questi termini, dire che esiste un trend “selfie brutti” o dei selfie 0.5 – inventando una definizione tecnica per legittimare una presunta tendenza – è fuori luogo da diversi punti di vista.

Per esempio, i selfie non sono mai stati degli scatti genericamente “belli”, bensì sono sempre stati degli scatti che servono per congelare il concetto di gradevolezza condivisa frutto dell’identità di chi fa il selfie, del modello culturale posseduto da colui che scatta, con le caratteristiche tecniche degli smartphone usati, con l’uso delle opportunità di editing delle piattaforme di condivisione di foto. Ad ognuno di questi elementi si sovrappone un livello che rende la foto un oggetto complesso. Perché alcuni scatti ci sembrano tremendamente kitsch? Perché esistono estetiche come “Buongiornissimo caffè”? Perché le foto modificate da uno o più filtri sono percepite patinate e trendy da alcuni e profondamente finte da altri? La risposta sta nell’analisi delle interazioni dei diversi livelli che identificano una foto pensata per i social: l’identità di chi scatta, il suo modello culturale, la tecnologia dello smartphone, l’editing delle piattaforme social.

Conclusioni

Da quanto fin qui detto, sostenere che esistono selfie brutti perché è possibile trovare alcune foto di volti fatte con la funzione grandangolo è quantomeno una forzatura. Verrebbe da chiedersi perché nessuno hai mai trasformato in trend il fatto che la GenZ (e non solo lei) inserisce gif animate nelle stories Instagram, quando è più facile essersi imbattuto in questo linguaggio delle stories che non nei selfie grandangolari.

La rete è nata come estensione dei processi sociali del mondo analogico, fino a trasformarsi in uno spazio sociale che consente processi individuali e collettivi frutto di dinamiche condivise e tecnologie digitali. Comprendere questo mondo è un passaggio necessario per capire la società in cui viviamo, senza ridurla a una versione aggiornata del XX secolo.

Va bene leggere sotto il caldo sole estivo la nuova tendenza digitale della Generazione Z, basta non crederci troppo perché per comprendere questo mondo ci vuole qualcosa di più che due interviste e un paio di celebrità usate come case studies.

Con buona pace delle testate d’oltreoceano.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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