La riflessione

La ricerca è narrazione. Una mappa continua e incompiuta

Il digitale, il cloud hanno rivoluzionato l’idea di conoscenza e di oggetti fisici. Tutto diventa collettivo, in via di aggiornamento, fondato sulla relazione. Fino a poco tempo fa partivano da una visione sintetica per entrare in un approfondimento analitico. Ora siamo come gli antichi navigatori alla ricerca del Polo Nord: sappiamo che c’è ma non ne abbiamo ancora una mappa

11 Giu 2013
Fabio Fornasari

architetto, museologo e Membro ICOM

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C’è come una ossessione che ci accompagna e che si chiama futuro.

Come un fiume che scorre si porta dietro di tutto e nel suo corso spazza via ciò che non serve più.

Tutti i giorni ci esercitiamo al nuovo attraverso l’impiego della tecnologia: è un grande campo di gioco per la nostra mente. Lì sperimentiamo linguaggi. Per la maggior parte delle persone non è obiettivo ma strumento, attrezzo da palestra per cambiare il nostro ambiente migliorandolo. La sua natura in continua evoluzione ci sta portando a rivedere non solo le nostre abitudini ma anche gli spazi di vita. Che siano metafore o che siano reali gli spazi e la loro organizzazione risente di continuo di questo cambiamento in corso, di questo fiume governato in questa fase dalle tecnologie di varia natura.

La ricerca scientifica è cambiata. Sono cambiati i supporti utilizzati e con questo gli spazi e le relazioni con la città.

I risultati delle ricerche, le riviste scientifiche, non sono più necessariamente luoghi fisici.

Pure il tema della condivisione dei risultati nel momento in cui questi nascono e si riproducono su supporti digitali cambiano: come collocarli all’interno degli archivi e come consultarli? Quali chiavi lasciare di pubblico dominio all’interno della rete? Quanto pubblicare delle proprie idee e come rendere accessibile gli approfondimenti?

La conoscenza che diventa collettiva attraverso la pubblicazione, nel momento in cui questa diventa disponibile attraverso una ricerca pubblica in una forma tanto esposta – la rete digitale – cambia le sue strategie. Cambia il modo di esporsi, di mostrarsi. Si condivide diversamente il risultato.

La nostra conoscenza si è consolidata nel tempo partendo da visioni generali, da modelli a prima vista semplici che poi si organizzano all’interno di elementi sempre più complessi.

Lo vediamo ogniqualvolta iniziamo a studiare qualche disciplina che non conosciamo. Passiamo da riassunti che ci offrono una immagine/paesaggio lineare per entrare successivamente a osservare i dettagli di quel paesaggio. Fino a poco tempo fa le informazioni sono state organizzate in modo da venirci incontro secondo mappe consolidate che hanno dato forma alla costruzione della nostra conoscenza. Si parte da una visione sintetica per entrare in un approfondimento analitico.

Ora stiamo vivendo qualcosa di molto diverso: siamo come gli antichi navigatori alla ricerca del Polo Nord: sappiamo che c’è ma non ne abbiamo ancora una mappa. Stiamo cercando di scriverla e riscriverla data la velocità di cambiamento. Navighiamo a vista e la mappa della nostra conoscenza si riproduce in funzione della nostra esperienza diretta sul frammento di ambiente. Le informazioni si incrociamo e vengono elaborate in forma analitica per produrre in sintesi una visione generale.

Si perde qualcosa per conquistare qualcosa di altro. E’ vero che è più difficile riconoscere una visione di insieme ma è anche vero che è più semplice recuperare contenuti all’interno del mare magnum dei nostri record. Siamo all’interno di una continua riorganizzazione dei contenuti, della conoscenza che sta all’interno di una elaborazione continua. Il content curator sa che l’interesse del lettore va verso la navigazione, verso i contenuti anche più vecchi, quelli che si sono persi: se l’archivio è ben conservato (Google e gli altri motori di ricerca esistono con questo scopo) il vecchio sopravvive (pensiamo al milione di turisti che “naviga a cielo aperto” ogni anno il Foro Romano) affiancandosi al nuovo e questo potrebbe rassicurare chi ha paura che qualcosa possa andare perso.

Sappiamo che il valore dei contenuti sarà sempre più legato con la sua capacità di costruire delle relazioni intorno a sé. Sia i contenuti vecchi che quelli nuovi. Così come gli oggetti. Chi fa ricerca, chi “colleziona” contenuti all’interno di una determinata disciplina non compie semplicemente una somma di parti ma costruisce una dimensione narrativa per spiegare e spiegarsi la natura delle cose che affronta.

Il mondo degli oggetti fisici sta cambiando proprio intorno a questa idea che si è formata progettando gli oggetti immateriali del WEB. Il processo di sviluppo dell’oggetto non si esaurisce più nella sua produzione, nel suo essere messo in commercio ma si sviluppa attraverso il rinnovamento per release, attraverso versioni sempre più aggiornate. A questo ci ha abituato l’uso del digitale: a un mondo in continuo aggiornamento che ripensa le proprie cose osservandone l’uso da parte degli utenti.

Adobe ad esempio con la sua Cloud sta cambiando il suo “pubblico” da cliente di un prodotto acquistato una volta tanto a un pubblico abbonato a un servizio: utenti di un prodotto molto sofisticato e come tali sempre aggiornato. C’è un continuo flusso di informazioni tra chi usa gli oggetti e chi li produce all’interno di una nuova empatia che permette a tutti gli attori – progettisti, sviluppatori, produttori, utilizzatori – di ripensare l’ambiente in cui viviamo all’interno di una grande continuità

Stiamo creando il mondo che abitiamo stiamo creando e costruendo i mondi e le mappe per orientarci al suo interno. Tutto iquesto in maniera di poterle cambiare di continuo: sono nuovi paesaggi per la conoscenza umane.

L’augmented reality – realtà aumentata – lavora in questa direzione: completare l’oggetto di alcune informazioni immateriali per collocarlo all’interno di qualche mappa utile all’orientamento di questo nuovo “viaggio a vista” nella realtà.

Il padiglione russo alla Biennale di Venezia ci ha mostrato cosa può essere un edificio che costruisce la sua visibilità attraverso la sua “navigabilità” non più solo fisica.

Questa chiave, l’informazione che diventa spazio è nuovamente la chiave che sta cambiando il nostro spazio: la possibilità che alcuni spazi della ricerca possano essere differenti, non fisici, collegati da cordono di informazione invisibili all’occhio ma collegati tra loro in qualsiasi luogo e per questo diffusi. Ciò che resta iportante è la politica e la gestione dei contenuti.

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