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CULTURA DIGITALE

La trappola dell’odio sui social: quando scatta e perché

In un mondo iperconnesso l’hating online è un fenomeno dilagante. Ma mentre la formazione può svolgere un ruolo positivo per arginarlo, le strategie che puntano al suo “annientamento” rischiano di non funzionare. Un’analisi dello scenario e i motivi alla radice della “varichina della coscienza” che ci autoinganna

13 Feb 2020
Vera Gheno

sociolinguista specializzata in comunicazione digitale e traduttrice dall'ungherese. Docente a contratto presso l'Università di Firenze, collaboratrice Zanichelli


La guerra all’hating online sta occupando sempre più la scena di istituzioni e organizzazioni mondiali che puntano a contenere un fenomeno in rapida ascesa e che mette a rischio la cultura digitale. Una cosa è certa: l’odio non si combatte con l’odio. Perché anche i “giusti” rischiano di rimanere intrappolati in un circolo vizioso senza fine.

Etica social: la metafora del bar

Da un quarto di secolo, da quando vivo la mia onlife, osservo e studio le interazioni in rete. Fino all’incirca al 2008, i proto-social network erano appannaggio esclusivo di pochi fortunati che avevano le risorse tecniche ed economiche per andare in rete. Di conseguenza, gli spazi di discussione erano meno affollati e, in un certo senso, meno chiassosi: a un numero contenuto di iscritti corrispondeva una maggior possibilità di tenere tali spazi in ordine. I nuovi arrivati erano caldamente invitati a leggere le FAQ, o frequently asked questions, e a confrontarsi con gli altri iscritti in modo educato, pena l’ostracismo da parte della comunità di iscritti, che ci teneva a difendere i propri spazi. Non è un caso se sui newsgroup, all’epoca, girasse un brano scritto da un anonimo utente, menzionato solitamente come La metafora del bar:

“Il vecchio paragone del bar funziona sempre. Se provi a guardare questo NG come un bar capirai quasi tutto: il bar è un locale aperto al pubblico, in cui c’è gente che passa una volta soltanto per un caffè o per fare una telefonata urgente; ma ci sono anche frequentatori abituali, gente del quartiere, compagnie fisse, e qualcuno che addirittura vive quasi lì, seduto al suo tavolino di sempre davanti a una birretta piccola.

La gente nuova è guardata con interesse e curiosità, gli abitueè commentano e pettegolano, e se qualcuno appena entrato si mette a sbraitare perchè nessuno lo serve all’istante, e magari picchia un pugno sul tavolo e sputa per terra, bè…quelli di sempre borbottano. E qualche testa calda, con tre grappe di troppo nello stomaco e su per la testa, magari lo prende a parolacce, lo afferra per la collottola e gli pianta un bel calcio in culo.

Ma c’è anche tanta gente che entra, si siede tranquillamente, guarda lo sbronzo di turno che pontifica, ascolta le chiacchiere, abbozza un commentino sorridente, offre un giro di bianchi ai presenti. E diventa quasi subito uno di quelli di sempre”.

Per una persona nata nel contesto social, oppure entrata da adulta e di recente in rete, direttamente su Facebook e successivi, senza avere assistito al passaggio dall’analogico al digitale, questo brano descrive una realtà pressoché sconosciuta.

I social oggi non sono percepiti in questo modo, e anzi, molti faticano a vederli con quella idea di “spazio” che invece hanno coloro che si sono trovati a vivere la fase pionieristica della rete, quando si “entrava nel cyberspazio” tramite ingombranti computer fissi. E uno degli evidenti effetti collaterali del passaggio a una rete “tutta intorno a te” e disponibile per chiunque è stato l’aumento dei problemi di “ordine pubblico”, se così vogliamo chiamarli, dato che spesso i frequentatori di un social non sentono alcuna responsabilità comunitaria nei confronti dell’ambiente online in cui agiscono.

Le misure contro l’odio online

Di pari passo con l’aumento della popolazione connessa e presente sui social (ricordiamo che il Global Digital Report 2019 di We are social ci dice che in Italia i social hanno 35 milioni di utenti) e dei deragliamenti della comunicazione, è aumentata anche l’attenzione per il problema rappresentato da questi ultimi: negli anni si sono moltiplicate le iniziative atte a studiare, contrastare e sanzionare l’odio, tra cui ricordiamo, per fare qualche esempio, Parole Ostili, GalateoLinkedIn, la task force contro lo hate speech di Amnesty International, la campagna #odiareticosta, l’iniziativa No hate speech Italia della Presidenza del consiglio dei Ministri, il regolamento contro lo hate speech di AGcom e altre ancora. Sono tutte ottime campagne di sensibilizzazione, molte delle quali portate anche nelle scuole di ogni ordine e grado, nelle quali si parla ovviamente molto anche di cyberbullismo.

Ritengo estremamente importante l’informazione e la formazione sui discorsi d’odio, mentre ho qualche perplessità quando si parla di fare qualcosa per combattere i medesimi, magari per “far sparire” l’odio. Finisce sempre infatti che, quando si fa una lezione o una conferenza su hate speech o cyberbullismo, tra i presenti non ci siano mai hater né cyberbulli: si parla sempre dell’odio perpetrato ed esibito dagli altri, come se gli hater abitassero in un paese lontano e fossero quasi degli alieni rispetto al nostro tessuto sociale e al nostro milieu (come scrivevamo Bruno Mastroianni e io in Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello, 2018, Longanesi, p. 27); in questo modo, “combattere l’odio” coincide con il “combattere gli hater”: silenziando questi ultimi, si risolve il problema della comunicazione ostile.

Primo step: normalizzare l'”odio”

Se è pur vero che dà sollievo pensare agli hater come “gli altri”, a mio avviso occorre invece, a questo punto, tentare di “normalizzare l’odio”: non nel senso di accettarlo come inevitabile, ma di prendersene cura come qualcosa che fa parte di tutti noi. In altre parole, i “malvagi assoluti” sono una rarità, come penso che siano pochi gli hater di professione, gli agit-prop che lavorano appositamente per creare delle ondate di opinioni pubbliche polarizzate ostili verso questo o quello; mentre molto più alto è il numero di coloro che in circostanze normali sono persone tranquille e socialmente ineccepibili che, per una serie di motivi, occasionalmente perdono la testa e danno in escandescenze, soprattutto online.

In questo ultimo caso, le esplosioni sono favorite dal fatto che la comunicazione mediata ci permette di non vedere in faccia coloro verso i quali esprimiamo odio e ci fa avere meno remore a esprimerlo. Si pensi a com’è diverso odiare “i migranti” in modo astratto, come categoria, e odiare allo stesso modo il corpo esanime del piccolo A(y)lan Kurdi.

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Per verificare l’effetto della mediatezza, d’altro canto, non occorre andare sui social: basta osservare come anche la persona più mite perda la pazienza mentre guida, quando un’altra macchina le fa una scorrettezza. Anche in quel caso, la reazione spesso esagerata è aumentata dal fatto di non vedere in faccia l’altro guidatore (si odia il guidatore come categoria astratta, non esattamente quel guidatore che non possiamo nemmeno vedere); tanto è vero che di solito poi succede che, nel momento in cui ci si “riconnette” con l’umanità dell’altro conducente, la carica di aggressività si riduce enormemente.

Se l’odio, insomma, è una naturale “parte cattiva” insita in ognuno di noi, più che eliminarlo dobbiamo impegnarci per gestirlo, canalizzarlo, ad esempio rendendoci conto che ognuno di noi è titolato ad avere “idee impresentabili”, ma non altrettanto a “portarle in società”: finché rimangono nel proprio bagno, o nel proprio tinello, possono rimanere, entro certi limiti, lecite, seppure non accettabili. Diventano riprovevoli nel momento in cui vengono esposte in pubblico senza alcun pudore né alcuna remora. E allora ben vengano l’educazione al contenimento dell’odio e le sanzioni nei confronti di chi sbaglia comportamento in pubblico, ma ricordandoci, sempre, che quella sorte può toccare a ognuno di noi.

L’odio dei “giusti” e la gogna social

Vorrei accennare a un tipo particolare di odio, al momento meno trattato nei discorsi pubblici: quello “dei giusti”, quello di chi “ha ragione” rispetto a chi “ha sbagliato”. Ne abbiamo sott’occhio innumerevoli esempi, basta fare un giro su Google. Ultimamente, mi hanno colpito due notizie: la prima è quella del professore “anti-sardine” di Fiorenzuola D’Arda, reo di avere minacciato di bocciatura i suoi studenti che avessero eventualmente scelto di scendere in piazza a manifestare; la seconda è la vicenda del professore universitario di Siena e del suo tweet dalle simpatie naziste.

Va da sé che sono entrambe vicende da condannare senza alcun dubbio: i professori hanno professato idee riprovevoli, dato che il primo ha minacciato gli studenti usando la bocciatura come ritorsione, il secondo, invece, ha abbinato a una foto di Adolf Hitler in compagnia del suo cane la frase “Vi hanno detto che sono stato un mostro per non farvi sapere che ho combattuto contro i veri mostri che oggi vi governano dominando il mondo”.

Più che gli eventi in sé, che mi paiono incontestabili (entrambe sono, per me, affermazioni insostenibili), vorrei analizzare un attimo le reazioni successive. In entrambi i casi, i docenti sono stati ricoperti di insulti, minacce, manifestazioni di indignazione, vibranti richieste di licenziamento in tronco. All’indirizzo di entrambi è stata messa in atto una vera e propria gogna social (e non solo), una lapidazione pubblica estremamente violenta da parte di chi ha ritenuto inaccettabili le esternazioni dei due docenti.

È la stessa violenza, soprattutto verbale, che viene indirizzata contro chiunque commetta crimini: un qualsiasi assassino catturato dalla polizia (“in galera e buttare via la chiave, subito!”) o contro la donna colpevole dell’omicidio dell’amica (“Maledetta buttana perché non ti briciavi tu e quel vagabondo? Spero che troverai qualcuno che ti fa la vita un calvaro la dentro. Troiaaaa. Ti auguro di non avere mai Pace nella tua vita”, commento dal profilo Facebook della donna, riprodotto senza modifiche).

Odio online, un rituale collettivo

Assistiamo alle stesse esternazioni violentissime (seppure “giuste” nel merito) contro chiunque abbia commesso, agli occhi dell’opinione pubblica, un errore imperdonabile, qualcosa che genera indignazione per stessa natura dell’atto. Prendiamo un caso recente che ha calamitato l’attenzione del dibattito pubblico: quello della giovane donna nigeriana che ha tragicamente perso la figlioletta di cinque mesi in un ospedale di Sondrio. La notizia, appena uscita, diceva che gli astanti in sala d’aspetto avevano reagito alle urla disperate della donna commentando con frasi razziste tra le quali spicca “fate tacere quella scimmia”.

È ovviamente un fatto che non lascia indifferenti, con tutti gli ingredienti per smuovere l’indignazione pubblica: razzisti che se la prendono con una donna che ha appena perso il figlio. Non a caso, le reazioni bipartisan non si sono fatte attendere, e la discussione è infuriata anche sui social. In tutto questo, al momento ci sono dubbi sulla dinamica dei fatti, ma questo particolare sembra irrilevante di fronte alla necessità di indignarsi di fronte all’orrendo episodio di razzismo, distanziandosene. Una sorta di rituale collettivo che permette, per un secondo, di sentirsi migliori.

Lievemente diverso, ma non meno interessante, un caso di cronaca avvenuto a Firenze: una giovane donna investita da un convoglio del tram in circostanze non del tutto chiare, tanto da dare adito, in una prima fase, alla convinzione che fosse stata volontariamente spinta da qualcuno giù dalla banchina. E proprio attorno a questo particolare si è di nuovo scatenata la vox populi: contro le bestie che commettono atti di questo genere, contro i mancati controlli di sicurezza sulle pensiline, contro la tramvia stessa, da sempre contestata da una parte dei fiorentini. Successivamente, si è saputo che la donna ha probabilmente tentato il suicidio, e che quindi nessun mostro ha tentato di ucciderla. Però per almeno ventiquattr’ore si è di nuovo gridato alla mancanza di umanità e di empatia del presunto perpetratore.

Apparentemente ho messo insieme episodi molto diversi; c’è, tuttavia, un denominatore comune: in tutti questi casi, l’opinione pubblica si solleva in un’ondata quasi incontenibile di feroce indignazione e condanna; l’ondata dura qualche tempo, durante il quale si dibatte sulla questione in maniera molto veemente, per poi acquietarsi molto spesso senza nemmeno considerare i casi nei quali nel frattempo la notizia è stata – in parte o del tutto – rettificata. Collettivamente, come società, è come se ci sottoponessimo a un rito quasi tribale di “esercizio d’odio verso chi sbaglia”. Con quale vantaggio?

Giudichiamo spesso le persone in base a un unico evento, dipingendole come dei mostri: nulla sappiamo della carriera precedente del professore di Fiorenzuola, o di come e perché sia arrivato a pubblicare su Facebook una simile idiozia che gli avrebbe stroncato la carriera; del professore di Siena sappiamo che da sempre professava idee opinabili, ma che questo non gli ha mai impedito di tenere la sua cattedra (finché “il bubbone” non è scoppiato sulla piazza pubblica, inguaiando anche il Senato Accademico). Un assassinio è evidentemente un atto da condannare senza indugi, ma per farlo abbiamo da tempo un sistema giudiziario che evita di dover tornare alla legge del taglione. Negli ultimi due casi citati in precedenza, la riprovazione pubblica riguarda soggetti indistinti, degli “essi” che non hanno volto, e quindi ancora più facili da condannare e da odiare.

Una dinamica che punta “alla pancia”

A mio avviso, uno dei problemi di questi moti collettivi è che catalizzano l’attenzione pubblica su un evento tutto sommato circoscritto, allontanando la questione dal sé e dalla propria quotidianità. Manifestare tutti assieme, pubblicamente, odio e indignazione per il comportamento di qualcun altro è una sorta di “candeggina della coscienza”, che ci permette, il giorno dopo, di tornare alle nostre faccende quotidiane senza ripercussioni. Abbiamo odiato l’odiatore, e ci sentiamo, per qualche tempo, un po’ più giusti. Siamo soddisfatti dall’aver dimostrato a tutti che noi siamo quelli che hanno le idee corrette, quelli che stanno dalla parte dei retti, delle persone perbene.

La questione, per me, è che non esiste un “odio giusto”. Esiste l’odio e basta, che, come dicevamo all’inizio, è parte strutturale di tutti noi. Viviamo una società che ha già molti strumenti per combattere i comportamenti antisociali senza ricorrere alle lapidazioni, alle gogne, alle vendette personali. Penso che come collettività dobbiamo ricordarci la differenza tra agire in maniera legale (per esempio, segnalando odio, xenofobia, comportamenti socialmente pericolosi) e “farsi giustizia da soli”, fosse anche solo andare sul profilo social del malfattore per augurargli la morte o lente torture o condividere lo screenshot di un messaggio d’odio invitando i propri follower a prenderne di mira l’autore. Eppure, questa procedura è ed è stata messa in atto numerose volte, anche a livelli molto alti, anche istituzionali.

Odio contro odio: perché non funziona

Io lo trovo un metodo fallace per svariati motivi.

Il primo è che si finisce per condannare la persona in toto, senza sfumature, in base a un atto da essa commesso; anche quando poi si dovesse dimostrare, in un secondo momento, che l’accusa magari era falsa, l’opinione pubblica difficilmente viene modificata a posteriori.

Il secondo è che molti atti di odio sono compiuti in maniera poco consapevole, senza avere riflettuto a sufficienza sulla portata del gesto, e che questo spesso è causato dall’incompetenza della persona nel vivere una vita nell’iperconnessione. Per quanto la legge non ammetta ignoranza, non dovremmo forse prima di tutto contrastare l’ignoranza, piuttosto che distruggere la persona macchiatasi del gesto d’odio per via della sua incompetenza?

Il terzo è che abbiamo a disposizione numerosi mezzi, dalla segnalazione alla piattaforma social alla denuncia alle autorità competenti, senza diventare noi stessi i giustizieri della situazione.

C’è anche un quarto motivo: poiché l’odio e la reazione indignata generano traffico, succede che i mezzi di comunicazione di massa diano le notizie in un determinato modo proprio per stimolare la risposta quasi pavloviana delle masse. Che dietro ci sia o meno la volontà di distrarre da altre questioni, magari più cogenti, non è davvero rilevante.

Quello che forse conta di più è che dovremmo iniziare a emanciparci da questo tipo di manipolazioni più o meno esplicite della “gente”. Se non possiamo evitare che vengano compiuti atti di manipolazione pubblica tramite i mezzi di comunicazione (perché da quando esiste la comunicazione umana la si è potuta usare per raggiungere determinati scopi), possiamo pensare a diventare noi stessi una moltitudine meno manipolabile, più resistente a sollecitazioni che vanno a colpire la pancia e il cuore, organi di indubbia rilevanza, ma da affiancare sempre all’uso corretto del cervello.

In breve, io penso che non si debba mai combattere l’odio con l’odio. Ogni volta che “i giusti” (e anche su questa etichetta ci sarebbe da discutere) cadono nella tentazione di odiare gli odiatori, si infilano in un circolo vizioso dal quale, a mio avviso, non verrà mai fuori nulla di davvero generativo.

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