il punto

L’intelligenza artificiale ha bisogno di cultura: gli strumenti per comprenderla davvero

L’AI non arriva improvvisamente da chissà dove, non la porta la cicogna e non nasce sotto i cavoli. Come tutto ciò che è umano è un fatto di cultura, ovvero è il risultato dell’attività propria dell’uomo. Ma per comprenderla davvero servono gli strumenti adatti, o non sarà mai davvero accettata

01 Lug 2021
Luciano Franchin

Docente di filosofia, già vicepresidente del Comitato di Bioetica dell’Ulss 9 di Treviso e assessore alla cultura di Treviso

Luca Sambucci

Esperto di intelligenza artificiale, Head of Artificial Intelligence presso SNGLR Group

algoritmi

Contrariamente ad altri segmenti tecnologici percepiti come “innocui” (con l’ovvia e curiosa eccezione del 5G), l’adozione di tecnologie di intelligenza artificiale da parte del pubblico è tutt’altro che scontata. Perché possa essere adoperata l’AI richiede la necessaria ed esplicita accettazione da parte dei futuri utilizzatori, che siano utenti finali o semplici osservatori passivi, che oggi chiamiamo stakeholder.

E perché vi sia questa accettazione, c’è bisogno di cultura: un binomio non proprio scontato.

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Tecnologia e cultura, accoppiata non scontata

Non sempre, infatti, il campo della tecnologia offre volentieri la propria collaborazione “concettuale” a iniziative culturali e artistiche. I due mondi si incrociano raramente, il tempo necessario allo scambio di servizi, e ancor più raramente si apprezzano. Uno dei motivi principali è la diffidenza dimostrata da chi fa tecnologia verso le interpretazioni spesso troppo fantasiose partorite dalla mente degli artisti, che tendono a estremizzare alcuni concetti tecnici, ignorando o banalizzandone altri. Non è raro per chi si occupa di tecnologia ridicolizzare gli espedienti narrativi utilizzati dagli autori di film o libri per superare un’impasse tecnologica. Computer che risolvono tutto premendo un singolo tasto, inutili giochi di luci, improbabili interfacce uomo-macchina, notebook che si collegano ad astronavi aliene. Scappatoie narrative di tale livello lasciano trasparire fin troppo bene una incomunicabilità di base fra arte (o almeno parte di essa) e tecnologia.

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Un altro motivo fondamentale è da ricercarsi nella solitaria tranquillità di chi lavora nel campo della tecnologia, ben conscio che prima o poi tutti i settori dovranno questuare alla sua porta. Il mondo della tecnologia non ha bisogno di convincere nessuno, basta rilasciare nuovi prodotti, invenzioni innovative, dispositivi che semplificano la vita, e prima o poi tutti si metteranno in fila per comprarli e sottoscrivere servizi. Dagli smartphone sempre aggiornati ai robot che puliscono casa, dagli acquisti on-line alla messaggistica tramite app, che sostituisce molte desuete forme di comunicazione. L’impressione di chi opera e lavora nei settori dell’innovazione tecnologica è che il resto del mondo verrà sempre ad abbeverarsi alla loro fonte.

Un lungo periodo di vacche grasse che non accenna minimamente a rallentare, e che rassicura il tecnologo medio di trovarsi sempre nella squadra vincente, poiché l’adozione continua delle ultime innovazioni da parte di tutti i settori e di tutte le fasce sociali è ormai crescente e inarrestabile.

L’unica eccezione a questo automatismo è, paradossalmente, l’intelligenza artificiale.

L’AI va accettata, pena il rigetto

Non possiamo pensare di imporre dall’alto tecnologie AI dirompenti. Ci ritroveremmo movimenti di resistenza o perfino rigetto anche molto determinati. Lo abbiamo visto con il riconoscimento facciale, si veda la posizione della Commissione Europea in merito, lo vedremo fra qualche anno quando le auto a guida autonoma saranno coinvolte nei primi incidenti mortali sulle nostre strade. In quei casi sarà molto difficile far passare la narrazione – statistiche alla mano – che la guida autonoma causa molti meno incidenti rispetto ai conducenti umani. I numeri e le statistiche contano poco quando la paura prende in ostaggio il buon senso (lo abbiamo visto con le discussioni sui vaccini anti-Covid): quello che spaventa l’essere umano è la mancanza di controllo, e quando si ha paura le statistiche vanno a farsi benedire. Irrazionalmente, la gente preferirà 1.300.000 morti sulle strade (tanti sono ogni anno i decessi nel mondo [1]) causati dalla guida umana piuttosto che numeri dieci o venti volte inferiori, ma causati dalle macchine.

Un’auto a guida autonoma che compie un errore e fa schiantare una famiglia innocente contro un albero sarà per giorni su tutti i giornali. Dieci ubriachi al volante che sterminano altrettante famiglie non riceveranno che trafiletti nei quotidiani locali, con conseguente alzata di spalle da parte dei lettori (in Italia, secondo i dati ufficiali, c’è un morto stradale ogni tre ore [2]). Gli errori umani, perfino quelli con conseguenze terribili, vengono perdonati perché alla fine siamo tutti umani, e assolvendo gli altri cerchiamo di creare una società più benevola verso le nostre colpe, presenti, passate e future. Gli errori delle macchine non godranno mai della stessa interessata indulgenza.

A ogni modo, quali che siano le ragioni che portano a un rigetto della tecnologia, gli esseri umani hanno ancora il dito molto vicino al tasto “off”, e non hanno paura di usarlo. Se quindi vogliamo che l’AI entri nella nostra vita (personale, lavorativa e sociale) con l’obiettivo di migliorarla, essa dovrà venire esplicitamente accettata dalla società civile. Per arrivare a questo dovremo assicurarci che le persone si fidino dell’intelligenza artificiale, e per fidarsi devono conoscerla.

Piacere, sono l’AI

La realtà però è che le persone oggi non conoscono minimamente l’intelligenza artificiale. Persino quelli che ci lavorano non sono pienamente al corrente di tutte le sue ramificazioni, dei suoi limiti e delle sue possibilità. Una delle cause principali è la differenza di velocità alla quale si muovono la ricerca scientifica e l’acquisizione di nuovi concetti da parte della società.

Da una parte la ricerca procede spedita: il livello di sofisticatezza dei modelli AI aumenta di anno in anno, gli investimenti sempre più consistenti diminuiscono il tempo fra scoperta scientifica e applicazione nel mercato. Qualcosa solo teorizzato qualche anno fa, domani ce lo ritroveremo in un’app sul cellulare o magari nella Smart TV.

Dall’altra parte invece la società acquisisce e “digerisce” le novità a ritmi molto più lenti e da fonti eterogenee. Film, libri, serie TV, fumetti, sono i veicoli che usiamo per dare forma a concetti lenti da metabolizzare. Riviste tecniche, convegni e opere di divulgazione scientifica purtroppo raggiungono solo una minima parte della popolazione, e sono anni-luce lontani dall’incantare l’amigdala così come potrebbe fare la scena di un bel film.

Nel frattempo però il settore dell’AI diventa sempre più grande e pervasivo, cosa che come ovvia conseguenza attira l’interesse di chi è occupato in altri ambiti: legale, normativo, politico, sociale, economico, etico, religioso, psicologico, eccetera. Tante persone da tanti settori diversi sono chiamate a cercare di governare e decidere le strade che prenderanno le tecnologie di intelligenza artificiale nella nostra società. Persone che non parlano la stessa lingua di chi ha creato e sa come far funzionare quelle tecnologie.

Intelligenza artificiale, un fatto di cultura

L’AI non arriva improvvisamente da chissà dove, non la porta la cicogna e non nasce sotto i cavoli. Come tutto ciò che è umano è un fatto di cultura, ovvero è il risultato dell’attività propria dell’uomo: la costruzione del proprio mondo.

Arnold Gehlen [3] chiarisce bene che mentre l’animale abita l’Umwelt, l’uomo abita il Welt.

L’animale abita il “suo” ambiente e solo quello: non troviamo giraffe al Polo Nord o pinguini nel deserto. L’animale sta nell’ambiente che gli è proprio e in generale vi si adatta, più o meno. L’uomo abita il Welt, il mondo intero; non si adatta al mondo ma adatta il mondo a se stesso, lo modifica a piacimento mettendo in gioco le sue facoltà. Questo è cultura: il processo complesso di costruzione/interpretazione del mondo da parte dell’uomo. Lo può fare e lo fa perché ha la “strumentazione” per poterlo fare: neuroni in abbondanza, plasticità cerebrale, sistema sensoriale attrezzato.

In questo senso l’intelligenza artificiale è un fatto di cultura, come tutto il resto. Il processo complesso di costruzione/interpretazione del mondo da parte dell’uomo, la cultura, va compreso con l’uso di strumenti adatti, anch’essi tutti espressione di processi culturali. La spiegazione del passaggio dalle architetture gotiche a quelle rinascimentali richiede l’utilizzo di saperi molteplici: le tecniche costruttive, i nuovi materiali, la filosofia, l’arte, il sistema del potere ecc. Strumenti di lettura insomma: se non utilizziamo tutto questo e altro ancora, non capiamo niente e il massimo che possiamo provare è meraviglia, stupore o anche inquietudine per il nuovo che è apparso.

Dunque la domanda che dobbiamo farci è: quali sono gli strumenti culturali che ci servono o che scegliamo di utilizzare per comprendere ciò che è l’AI?

Per fare un esempio, c’è chi pensa davvero che le tre leggi della robotica di Asimov si possano applicare all’intelligenza artificiale contemporanea (abbiamo una notizia per quelli che lo pensano: non si può [4]) ma a volte è arduo convincerli del contrario. Poi ovviamente quando si parla di AI in ambito militare alla fine tutti – nessuno escluso – penseranno ai film di Terminator. Per le forze dell’ordine citeranno Robocop, gli androidi che si ribellano ricorderanno Westworld o Blade Runner.

Prima di andare avanti dovremo decidere se sono questi gli strumenti (culturali) adatti per comprendere ciò che è l’AI o se ce ne servono altri. La presenza sempre più pervasiva dell’AI nella vita del nostro mondo conferma ciò che sappiamo da tempo ma che ogni tanto dimentichiamo e cioè che la comprensione di un fatto culturale richiede (impone) un approccio multidisciplinare. È difficile? È faticoso? Certamente, ma è l’unica strada per sfuggire alla superficialità e “al sentito dire”.

Chi proviene da altre discipline comincerà ad ascoltare gli ingegneri di machine learning che spiegano come funzionano le convoluzioni in una rete neurale. Chi proviene da altre discipline si siederà al tavolo dell’AI portando con sé, ma in modo consapevole, un bagaglio di nozioni influenzate dai prodotti culturali che ha consumato. Film, libri (saggistica e narrativa), serie TV. Non sono cose che metti nel curriculum, ma di sicuro ce le hai in testa quando si inizia a parlare di algoritmi e del loro impatto sulla vita delle persone. Niente di male: basta sapere che le abbiamo in testa per non confonderle con i veri strumenti utili per capire.

La cultura è la lingua franca

È evidente che un messaggio sapientemente veicolato attraverso libri e film può essere più potente di mille pubblicazioni scientifiche. La cultura è la “lingua franca” per eccellenza, perché parla a tutti e raggiunge tutti. Per questo chi fa AI non può ignorare questo importante veicolo di dibattito sociale. Attraverso la cultura si trasmettono concetti e si esorcizzano paure, ci si incontra e se serve ci si scontra. Con un libro, un film, un brano musicale o un fumetto una persona creativa ha la possibilità di comunicare come vedrà il futuro e l’AI nelle nostre vite, raccogliendo l’appoggio di altre persone che provano le stesse sensazioni. Da parte sua, chi fa AI ha il dovere di registrare questi input, perché vi troverà elementi utili a capire come potrebbero essere ricevute le sue prossime creazioni. E magari dovrà ingegnarsi per rispondere, sempre attraverso veicoli culturali, per far comprendere a tutti le intenzioni della ricerca, gli obiettivi che il mondo scientifico sta cercando di raggiungere, il modo in cui gli scienziati si immaginano il futuro della nostra società.

Certamente le suggestioni di film iconici come “2001: Odissea nello spazio”, serie come “Star Trek”, i libri di Asimov, Gibson, Dick, Heinlein appaiono frequentemente fra le principali motivazioni che hanno spinto scienziati, ingegneri o informatici a innamorarsi della loro professione ben prima di iniziarla. Ma appunto sono suggestioni che comunque possono essere utili a convincerci del fatto che dovremmo iniziare a curare più attentamente l’intersezione fra AI e cultura. Come viene rappresentata l’intelligenza artificiale? Quali sono gli aspetti maggiormente enfatizzati? Quali quelli ignorati? E come impattano i nuovi prodotti e servizi AI sulla nostra cultura?

Sarà bene passare dalle suggestioni alla consapevolezza di ciò che sta accadendo: vi è un settore dell’AI che sta prendendo piede, ovvero l’intelligenza artificiale generativa. Quadri, immagini, musica, testi creati da modelli AI sempre meno distinguibili dalle creazioni umane. Significa che l’arte creata dall’intelligenza artificiale entrerà a far parte del nostro patrimonio? Si affrontano sempre gli aspetti giuridici della questione, ma bisognerà cominciare ad affrontare davvero quelli dell’arte e della creatività in generale.

Il fatto è che l’AI non è un corpo estraneo che “da fuori” si insinua nella nostra vita: è, come si diceva, un fatto di cultura, di costruzione/interpretazione del mondo. Da qui in avanti lo sforzo si riassume in questo: dotiamoci degli strumenti adatti per capire.

Note

  1. OMS, “Global status report on road safety 2018”, 17 giugno 2018, https://www.who.int/publications/i/item/9789241565684
  2. ISTAT, “Incidenti stradali in Italia”, 8 ottobre 2020, https://www.istat.it/it/archivio/245757
  3. Arnold Gehlen, “L’uomo”, Mimesis 2010
  4. George Dvorsky, “Why Asimov’s Three Laws Of Robotics Can’t Protect Us”, 28 marzo 2014, https://gizmodo.com/why-asimovs-three-laws-of-robotics-cant-protect-us-1553665410
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