il cortocircuito

La disinformazione sta vincendo, ecco perché tutti i rimedi falliscono

La disinformazione e la misinformation dilagano online e le misure di contrasto non danno risultati. Appare allora necessario – se non imprescindibile – ricostruire un rapporto di fiducia fra gli esperti e i cittadini-internauti. L’impegno potrebbe venire in primis dalla politica, che deve ritrovare la sua dimensione etica

18 Nov 2020
Matteo Monti

dottore di ricerca in diritto pubblico comparato

disinformazione

Il German Marshall Fund Digital ha individuato una crescita esponenziale in prossimità delle elezioni statunitensi dei siti Internet che hanno creato disinformazione, simulando di essere siti di giornalismo.

La crescita del fenomeno sulle piattaforme digitali – malgrado i tentativi dei social network di contenere la disinformazione – è infatti evidente anche rispetto al 2016: “We found that the level of engagement with articles from outlets that repeatedly publish verifiably false content has increased 102 percent since the run-up to the 2016 election”.

Questo dato è stato ripreso anche da uno studio condotto da Avaaz che, nelle anteprime disponibili, sembra delineare un trend simile di aumento della disinformazione e un contemporaneo fallimento degli strumenti di contrasto sviluppati dai social network.

Contrasto alla disinformazione: gli approcci di Ue e Usa

In questo senso, serve rilevare che la disinformazione sta aumentando sia nella forma che, nel nostro ordinamento, definiremmo con la categoria delle notizie tendenziose (come da lettera codicistica dell’art. 656 cp) sia in quella delle tradizionali notizie false, da intendersi come notizie inventate di sana pianta.

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In questa categoria di tendenziosità (Manipulators) viene peraltro inserita da NewsGuard anche Fox News, gettando così un’ombra lunga e inquietante sulle trasformazioni del giornalismo professionista negli Stati Uniti.

In aggiunta a questo problema, sia negli Usa che in Europa, si può assistere al fenomeno delle influenze estere (Russia in primis) che, con vari strumenti digitali, stanno alterando il discorso pubblico sulle piattaforme Internet, motori di ricerca e social networks. Sono, infatti, sempre pronti “mercenari” da essere impiegati in queste “guerre dell’informazione”.

Sicuramente si sono spese già molte parole sulla necessità di bloccare e contrastare la disinformazione online, è sufficiente segnalare che, se negli USA la democrazia appare ostaggio della volontà degli attori privati – le piattaforme Internet, social network in primis – di contrastare le distorsioni informative create ad hoc per alterare il discorso pubblico, in Europa si è tentato di agire sia a livello di singoli stati che di Unione Europea.

Tuttavia, se negli Stati Uniti i tentativi di fact-checking delle piattaforme sembrano essersi rivelati inefficaci, essi hanno anche generato una reazione da parte di Donald Trump che con l’Executive Order on Preventing Online Censorship ha minacciato la rimozione dell’immunità ex art 230 CDA ai social.

Al contrario, nell’Unione Europea, il Code of practice on disinformation sembra solo lo step iniziale di una più efficace e futura azione. Quello che c’è da auspicarsi, tuttavia, è che la futura azione europea non lasci alle piattaforme internet gli stessi ampi margini di gestione, attualmente presenti, dei contenuti informativi, che altrimenti rischierebbero di incrementare la privatizzazione della censura.

Alle radici della disinformazione

Andando alle radici della disinformazione non si può non rilevare – come si è fatto in passato – che questo fiorire di false notizie abbia sia ragioni economiche – che non si sono ancora recise e disinnescate – sia ragioni politiche: è evidente che vi sia, infatti, un collegamento profondo fra populismi e disinformazione/minsinformation.

Questo collegamento sembra da correlarsi a due diversi fenomeni.

Il primo è che i movimenti populisti sono stati i primi utilizzatori delle nuove piattaforme internet non regolamentate facendo uso di una nuova arma di comunicazione politica – nell’information disorder e infodemia che caratterizzano la Rete – la disinformazione online, spesso creando e/o sfruttando informazioni false con cui (dis)orientare il discorso pubblico.

D’altronde come evidenziato (qui) da Cristopher Cepernich già dalla dichiarazione di ricorso alla Corte Suprema contro i brogli elettorali la strategia comunicativa di Trump si è basata sulla costruzione di fatti alternativi, nel tentativo di poter creare una realtà alternativa scollegata dal mondo reale mediante l’utilizzo di una comunicazione politica aggressiva.

Questo problema, connesso a quello della creazione e diffusione in mala fede di contenuti falsi, piaga odierna di quasi tutte le democrazie liberali, è in realtà il livello meno complesso e più facilmente affrontabile della questione della circolazione di informazioni false.

La crisi del rapporto fra pubblico ed esperti

Il secondo fenomeno, assai più complesso, è, invece, quello della crisi del rapporto fra pubblico ed esperti che si esterna nella cosiddetta misinformation (o almeno in una sua sotto categoria).

La misinformation derivante da questa crisi appare, oggi, la problematica più grossa, solo parzialmente connessa all’avvento dei populisti digitali o, meglio, correlata ad una mentalità populista.

Nella categoria della misinformation, possiamo trovare sia l’azione in buona fede degli utenti online che condividono notizie false ritenendole affidabili poiché ingannati da siti che si spacciano per portali giornalistici, ma troviamo anche una misinformation basata sullo scetticismo verso i media tradizionali, la scienza, la medicina, la storia e qualsiasi conoscenza complessa, frutto della produzione dei cosiddetti esperti.

Questo approccio “scettico” è tipico di quella posizione populista che tende a ritenere che non vi sia forma alcuna di verità e che, anzi, sussista una contrapposizione fra la verità del popolo e la verità delle Élite.

Questo fenomeno risulta anch’esso amplificato dalla presenza delle piattaforme internet, sfruttate dai soggetti che fanno manipolazione:

“Their content, especially that of Manipulators, is clearly designed to be interesting and argumentative, often oppositional to “mainstream media” and so-called elite or conventional wisdom, so that audiences are intrigued by it, like it and want to share it—including to groups. Algorithms further amplify already engaging content.” (qui)

Tuttavia questo stesso fenomeno esprime anche un disagio e un cambiamento sistemico delle democrazie liberali, che registrano lo sgretolarsi di una serie di strutture mediali, ma anche sociali, che dividevano gli esperti dai non esperti: si assiste ad una crisi di fiducia profondissima fra pubblico ed esperti, destinata ad avere un impatto importante sulla natura del dibattito pubblico.

Covid-19, disinformazione e misinformation online

Abbiamo, infatti, avuto i primi assaggi di questa crisi con il Covid-19 e la disinformazione e misinformation online di negazionisti e di minimalisti.

Ecco che allora risolvere e contenere il fenomeno distorsivo della disinformazione potrebbe non bastare più, stante la strisciante crisi del rapporto fra i classici produttori di conoscenza e quelli che ne sono stati tradizionalmente i fruitori e che oggi assumono spesso il ruolo di produttori: Pierluigi Sacco, a questo proposito, parlava di “transformation of audiences (…) into practicioners” (Sacco, Culture 3.0).

In questo scenario, anche pensare a forme di rettifica per le notizie false online – con tutti i limiti tecnici di questa strategia – potrebbe risultare del tutto inutile, in un clima di sfiducia per le fonti di “correzione”. Soprattutto nel caso, non improbabile, in cui anche le suddette fonti di correzione fossero “inquadrate” come frutto del sistema degli esperti “corrotti”, nella dicotomia populista che vede contrapposto popolo ed elite.

Ecco dunque che, oltre a cercare di sviluppare strumenti in grado di contrastare la disinformazione e la misinformation, appare necessario – se non imprescindibile – ricostruire un rapporto di fiducia fra esperti e i cittadini-internauti. In questo senso, la citizens science o la post-normal science hanno tracciato interessanti prospettive di sviluppo di un rapporto pubblico-esperti che coinvolga i cittadini nel lavoro degli esperti, indicando una possibile via per ricostruire la fiducia fra i produttori di sapere e i fruitori.

Questo approccio risulterebbe tuttavia più difficile nell’ambito della politica e delle notizie politiche.

Risulta allora evidente che, nel più complesso settore delle notizie giornalistiche e politiche, l’impegno potrebbe venire in primis dalla stessa politica (e dai giornalisti/opinionisti) per ricostruire un discorso pubblico e un dibattito scevro, perlomeno, dai contenuti inventati di sana pianta. Servirebbe, infatti, ritrovare quella dimensione etica della politica che ponga dei limiti all’utilizzo di una dialettica e di una comunicazione politica priva di ogni scrupolo nell’utilizzare disinformazione. Cosa in realtà abbastanza utopica in questo periodo storico.

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