La diffusione endemica del ritiro sociale nei giovani viene frequentemente attribuita alla digitalizzazione delle nuove generazioni. Le ragazze e i ragazzi di oggi sarebbero portati dalla perenne disponibilità dei dispositivi digitali a stare insieme rimanendo tuttavia soli: sempre connessi ma ciascuno nella solitudine delle proprie stanze, davanti allo schermo e alla tastiera, senza l’incontro dei corpi. Gli esempi più eclatanti di ritiro sociale sono quelli degli hikikomori e dei NEET (Not in Education, Employment or Training). Le due problematiche, spesso accomunate, andrebbero tuttavia distinte in quanto non presentano le stesse matrici.
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Insieme ma soli
Per citare il titolo di un celebre libro della studiosa statunitense Sherry Turkle, i giovani dei nostri tempi sarebbero “Insieme ma soli”. Connessi 24 ore al giorno, sempre in contatto con altre persone spesso coetanee, anche nottetempo; tuttavia, questa apparente reperibilità immediata e totale non corrisponderebbe a dei veri legami di amicizia tanto da lasciare ognuno in una condizione di fondamentale solitudine. Se viene posta come una legge assoluta e universale, questa affermazione pare discutibile: probabilmente si tratta di una sorta di pregiudizio che impedisce di sviscerare dinamiche ben più complesse. Di sicuro attribuire caratteristiche comuni a persone del tutto diverse fra loro lascia insoluta la questione della singolarità di ciascuno, delle esperienze di ognuno. Vediamolo in riferimento a queste due categorie di giovani che presentano senza dubbio delle difficoltà rilevanti: gli hikikomori e i NEET. Li consideriamo a giusto titolo dei soggetti in condizioni complicate in quanto, in linea con diversi indirizzi della psicoanalisi attuale, crediamo che l’assenza o l’estrema carenza di legami sociali e affettivi sia indice di una probabile psicopatologia. Quando incontriamo una persona di giovane età che non è inserita in nessun legame né familiare né di coppia né di amicizia né scolastico né formativo troviamo probabile avere dinanzi a noi un soggetto con importanti disagi psichici. Qual è però la caratura di questi disagi? Etichette universali come quella giapponese di hikikomori o quella inglese di NEET non forniscono alcun chiarimento in questi termini.
Alcuni recenti dati scolastici
La fascia d’età nella quale si situano tanto gli hikikomori quanto i NEET è quella della giovinezza: dai 15 anni in poi. Circoscrivendo i dati all’età adolescenziale e al contesto scolastico, il Gruppo Abele Onlus di Torino insieme all’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR, nel 2021, ha raccolto questi dati attraverso 12.237 questionari. Una cifra colpisce: il 9% degli studenti riferisce di essere rimasto nella propria dimora per almeno 6 mesi, a prescindere dal periodo delle restrizioni relative alla pandemia di Covid, uscendo soltanto per recarsi a scuola. Tale dato sale a un 11% fra i maschi. Riferiscono di aver trascorso il tempo soprattutto ascoltando musica e videogiocando, frequentando i social network oltre che dormendo moltissimo. I maschi provano talvolta a mantenere dei contatti con amici tramite telefonate e videochiamate, le ragazze soprattutto interagendo sui social network. Fra i motivi per cui circa il 20% non ha neppure provato a conservare contatti con coetanei vi è l’idea di non sentirsi capiti e l’avvertire ansia nelle varie forme di socializzazione, anche da remoto.
Nella Relazione Annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze presentata a giugno 2026, ancora il CNR riporta dei dati rilevanti. Vi è un 1,7% pari a circa 44.000 studenti in età adolescenziale che si autodefinisce e presenta caratteristiche sovrapponibili alla definizione di hikikomori con un isolamento sociale continuativo protratto da almeno 6 mesi. Altri 67.000 studenti hanno manifestato delle fasi di ritiro sociale più brevi: appaiono dunque a rischio di un’evoluzione verso la condizione di NEET se non addirittura verso quella di hikikomori.
Le cifre relative ai NEET
Prendendo ISTAT come fonte, relativamente al 2025, i giovani NEET in Italia erano il 13% della popolazione (lievemente meno dell’anno precedente) dinanzi a una media dell’11% nell’Unione Europea. Si riscontrano percentuali più elevate soltanto in Romania, Bulgaria e Grecia: perciò la nostra penisola si colloca al quarto posto in questa ben poco meritevole graduatoria. All’altro polo è la situazione in Olanda e Svezia dove soltanto il 5% dei giovani rientra nel novero dei NEET. La città italiana nella quale risultano più NEET è Catania, con il 35% della popolazione giovanile, seguita da Palermo e Napoli. Questi dati mostrano inoltre un’elevata correlazione con l’abbandono scolastico: l’assenza di un diploma o di un attestato professionalizzante si conferma fra i fattori predisponenti la deriva verso questa condizione. Stando ai vocaboli inglesi, si passa spesso da teen a neet ovvero da teenager a non occupati in termini scolastici, professionali e formativi. I dati relativi ai NEET sono dunque davvero ragguardevoli per quanto si tratti di aver presente che talvolta in questa fascia d’età si svolgono attività professionali non formalizzate con contratti: si pensi al lavoro in bar e pizzerie o a quello di baby-sitter.
Risulta più arduo quantificare le percentuali relative alla posizione di hikikomori, termine di origine giapponese ormai radicato anche nel vocabolario italiano per indicare forme estreme di chiusura nella propria abitazione a fronte di un eventuale mantenimento di relazioni attraverso i dispositivi digitali. Delineare con certezza l’appartenenza alla categoria degli hikikomori non risulta così semplice; si faccia riferimento ai casi di persone che restano praticamente sempre nella loro stanza ma svolgono in smartworking dei lavoretti poco retribuiti o che traggono degli esigui guadagni dai videogiochi oppure ancora a chi esce di casa molto raramente senza alcuna interazione umana: rimangono nella zona degli hikikomori oppure non del tutto? L’Associazione Hikikomori Italia, presieduta da Marco Crepaldi, evidenzia un’evoluzione del fenomeno dell’isolamento totale che in passato era quasi esclusivamente maschile con un 87% di maschi hikikomori mentre attualmente vi è anche un 20% di ragazze fra i soggetti in questa situazione. Dunque, nel range fra i 15 e i 30 anni, quasi 200.000 giovani vale a dire circa il 2% delle persone sono di fatto ascrivibili alla problematica hikikomori.
I NEET non sono gli hikikomori
Una cosa ci sembra chiara: vanno differenziati i NEET e gli hikikomori, rispetto ai quali abbiamo meno esperienza clinica perché pongono raramente domande di cura negando di provare sofferenza per il loro isolamento. Attenendoci ai criteri nipponici, gli hikikomori rappresentano un sottogruppo dei NEET che ne estremizza i tratti. Notiamo come i NEET vivano sovente la loro inattività con disagio, imbarazzo, finanche con vergogna nei confronti di coetanei e adulti; si accorgono con amarezza di non rispondere a quello che la società si aspetta da persone della loro età. Per questo si sottraggono alle domande degli altri evitando di parlare della loro situazione se non con gli amici più cari. Dicono ripetutamente di essere motivati a rientrare a scuola, sostengono dei colloqui di lavoro ma non riescono ad attuare i loro buoni propositi nel momento di ricominciare la frequenza delle lezioni o di recarsi al primo giorno di lavoro in quanto soverchiati dall’inquietudine quando non dal panico e dal terrore. Questo li rende profondamente scontenti e può essere alla base di una richiesta d’aiuto clinico.
Il mondo online come trattamento della solitudine
Gli hikikomori optano volontariamente per un ritiro totale dal mondo offline chiudendosi in casa o addirittura nella propria cameretta dove intrattengono contatti con persone di varie parti del mondo soltanto tramite la connessione a Internet, per esempio mentre videogiocano. Ben diversa è la posizione dei NEET: ripiegano anch’essi spesso sul mondo online, soprattutto dedicandosi alla pornografia e allo scrolling sui social network oltre che appunto ai videogiochi; agiscono così per sopperire alla carenza di legami sociali che non disdegnerebbero affatto. Restare ore e ore online diventa così un trattamento della solitudine. Non a caso, in orari pomeridiani o serali, quando possono incontrare coetanei reduci dalla giornata lavorativa o scolastica, i NEET non di rado escono di casa e instaurano dei contatti, delle relazioni intersoggettive. Manifestano invece frequentemente un problema nei legami sociali formali, strutturati, che implicano risultati, verifiche, valutazioni come previsto in ambito scolastico, universitario o professionale.
Ansia sociale, giudizio e valutazione
Abbiamo seguito diversi casi di NEET, spesso collocati in una zona grigia, in un’area di sovrapposizione fra il ritrarsi a domicilio, la fobia sociale che li porta a evitare certi ambienti collettivi e gli attacchi di panico: temono gli scambi interpersonali soprattutto in posti nei quali viene messo in gioco un giudizio, una valutazione. Siamo del resto in un’epoca di valutazione pervasiva, nella quale tutti valutano tutti; si pensi al meccanismo delle recensioni, vere o fasulle che esse siano, delle quali non riusciamo mai a fare del tutto a meno. Si crede alla democraticità della valutazione, in base alla quale gli studenti universitari valutano i docenti oltre a venire valutati da loro e grazie alla quale ci si costruisce un’idea circa ristoranti e hotel, ma tale dinamica si ripercuote spesso contro di noi in una sorta di boomerang, in una specie di Grande Fratello dove si è tutti sottoposti allo sguardo soverchiante e giudicante. Bisogna studiare, lavorare, performare nello sport, tenersi in forma, divertirsi: si è sempre valutati per come lo si fa.
I giovani NEET reagiscono con sfiducia, sconforto a certi insuccessi scolastici e lavorativi; anziché venire spronati dagli ostacoli incontrati, tendono a sentirsi avviliti e demotivati. Hanno difficoltà a mettersi in gioco sia per un’accentuata ansia sociale sia per una malcelata tristezza. Questo corrobora una loro tendenza all’isolamento, non senza dei tratti depressivi, con un progressivo disinvestimento dei desideri progettuali. Rende sempre più impervio il rientro in luoghi sociali strutturati in modo formale rispetto ai quali si vivono come in imbarazzo, come estranei, inadatti, inadeguati in quanto tali luoghi non sarebbero a misura di giovani.
Un accenno al trattamento
Nella clinica, la cura di questi casi si dimostra perlopiù molto complessa. Ribadiamo di avere maggior esperienza con i NEET rispetto a cui due sono le operazioni fondamentali da compiere: la prima sta nel lenire l’angoscia, la seconda nel ridare vita a una progettualità per il futuro. Per quanto concerne la prima operazione, risulta più semplice svolgere degli incontri preliminari online con questi soggetti che hanno peraltro molta dimestichezza con i dispositivi digitali; se non è ancora fattibile farli uscire di casa, è ottimo incontrarli nel loro domicilio dove avvertono meno ansia. Gli appuntamenti sono volti a instaurare un legame di fiducia e a rassicurare, a tranquillizzare. La seconda operazione sta nel rilanciare il desiderio del soggetto, nel ravvivarne la curiosità, il volerne sapere, il voler costruire qualcosa puntando a superare quel veder nero il proprio futuro nel quale spesso i NEET sprofondano. Grande è l’energia sprigionata da questi giovani quando riescono invece a reinvestire in un’attività perché si tratta di ragazzi che si risvegliano e riscoprono una vita vivibile.
La presa in carico della famiglia
Un soggetto NEET mette ripetutamente in scacco i propri genitori. Di solito, essi passano dalla prima fase nella quale si adirano e credono di imporre con veemenza delle regole come quelle di condurre a forza i figli negli edifici scolastici alla seconda fase in cui si sentono allarmati, preoccupati, angosciati per le conseguenze sul futuro dei loro ragazzi che vanno alla deriva sino alla terza fase di impotenza rassegnata nella quale giungono a disinteressarsi dei figli non senza un carsico rancore nei loro confronti. Per questo è fondamentale una presa in carico a livello familiare soprattutto con incontri nei quali accogliere la frustrazione dei genitori, che trapela ovunque, tanto quanto l’inventare con loro delle modalità di supporto ai figli senza lasciarli cadere e abbandonare.


















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