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Nell’IA “antropocentrica”, l’umano dov’è? Qualche risposta

Abbiamo speso dieci miliardi di dollari per mandare nello spazio un nuovo telescopio per vedere chiaro nel nostro passato remoto, e abbiamo fatto bene. Ma quanto siamo disposti a spendere perché l’uomo non usi semplicemente dei sistemi di AI, ma usandoli diventi più italiano, più europeo, più umano?

11 Feb 2022
Don Luca Peyron

Teologo Università Cattolica, Apostolato digitale Diocesi di Torino

Dopo 30 anni di lavori, ripensamenti e rinvii, il più grande telescopio della storia, il James Webb, ha preso il volo il 25 dicembre 2021 alla volta dello spazio profondo. Uno strumento che ci permetterà di vedere il nostro passato stellare con la lente dell’infrarosso.

Abbiamo speso dieci miliardi di dollari per mandare nello spazio un nuovo telescopio per vedere chiaro nel nostro passato remoto, e abbiamo fatto bene. Ma, a questo punto, dobbiamo porci, finalmente, una domanda cruciale, scientifica, tecnica e politica: cosa davvero significa evocare – come sempre più si sta facendo – l’umano nella corsa alle nuove tecnologie? Un’intelligenza artificiale antropocentrica, rispettosa dell’umano, congruente con i suoi scopi, cosa significa?

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L’essere umano e l’artificialità

La corsa allo spazio nacque come prova muscolare ai tempi della guerra fredda, ed ancora oggi essa rappresenta per alcuni aspetti una prova muscolare di carattere geopolitico ed economico, ma resta ugualmente una corsa avvincente vero il cuore di noi stessi. In “Oralità e Scrittura” Walter Ong scrisse: “Le tecnologie sono artificiali, ma – di nuovo il paradosso – l’artificialità è naturale per gli esseri umani”. L’artificialità è uno dei modi con cui ci diciamo umani e di tanto in tanto fa bene ricordarci che essa ha come scopo primario uscire da noi stessi per poter meglio guardare, anche da fuori, chi davvero siamo. Usiamo la tecnologia per non farci schiacciare dalla natura, e il covid ci ricorda che la partita non è mai finita, ma la usiamo anche per guardare nella natura e scoprirla sempre nuova, avvincente, misteriosa. Soprattutto la nostra natura, quella umana.

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La strategia italiana per l’intelligenza artificiale

Anche in questa prospettiva il “Programma Strategico Intelligenza Artificiale 2022-2024” del Governo italiano, di cui molto si è scritto in queste pagine, è una buona notizia. Il tema dell’umano torna a più riprese, posto sostanzialmente a salvaguardia della tecnica, come limite, argine, orizzonte. Ma, come abbiamo già detto, questo cosa vuol dire, in concreto?

I due grandi vettori di senso del programma italiano

Il programma del governo ha due grandi vettori di senso: la ricerca fondazionale e lo scivolo concreto ed industrializzabile della tecnologia inventata e prodotta. Sul tema dell’umano al centro, affinché non sia una delle tante etichette che usiamo per non dire nulla se non tranquillizzare il cittadino/elettore/investitore, cosa pensiamo di poter e voler fare? Nel programma non ci sono indicazioni più precise, ma devono essere trovate nel suo sviluppo. Devono essere trovate in termini di ricerca fondazionale innanzitutto. In regime di risorse scarse la ricerca è purtroppo perennemente in lotta con sé stessa. Non è una novità che nei nostri dipartimenti universitari si giri con la colt carica sotto il tavolo o, se preferite, con il coltello tra i denti. Gli accademici sono belle e non brutte persone, ma sono spesso costretti a mendicare fondi e a doverli difendere dai predatori, che altri non sono che altri accademici ugualmente affamati. Mi si perdonerà l’immagine alla Kipling, ma con un sorriso credo che tutti noi la possiamo condividere. Aleggia il rischio, dunque, di dover dire: figuriamoci se possiamo e dobbiamo trovare dei soldi per fare filosofia, teologia, antropologia sull’Ai!

AI antropocentirca, ma l’umano dove lo mettiamo?

Codice, codice, mica codici, miti, letteratura. Sul versante produttivo valgono uguali considerazioni: di fatto compriamo AI dall’estero, compriamo semilavorati che poi finalizziamo noi. Non è del tutto vero, ma resta evidente il divario tra l’Europa, non solo il nostro Paese, ed il resto del mondo. Non mi dilungo, ne abbiamo tutti contezza. Il programma, dunque, non può che andare in questa direzione mettendo in filiera università, fabbrica e mercato. Giusto, auspicabile. Ma nuovamente fatemi fare la domanda da grillo parlante: l’umano dove lo mettiamo? Al fondo del processo? Ci accontentiamo di un codice dei consumi? Ci concentriamo sui dati? Privacy, trattamento, conservazione e basta? Ci affanniamo per i bias puntando i riflettori su quelli razziali o di genere e così “facciamo pace” con la coscienza? Ovviamente sono temi decisivi, ma non esauriscono il tema, perché sono problemi, alcuni tra i molti, tra quelli che conosciamo, aspettando di scoprire quelli che ancora non conosciamo, non abbiamo visto. Ma sono problemi, non opportunità!

Un sistema preventivo anche per l’AI

La tecnica emergente ci dà l’occasione di conoscere di più noi stessi, di aggiornare la nostra capacità di responsabilità, di essere pienamente umani e sempre meno strumenti ed utensili della nostra semplice sopravvivenza. Don Bosco per far fiorire tutto questo usava un’espressione meravigliosa: sistema preventivo. Ha salvato, e vivendo nei suoi successori, salva e fa fiorire migliaia di giovani, in tutto il mondo, con questa semplice ma decisiva locuzione su cui è stata costruita tutta una pedagogia. Ci vuole un sistema preventivo anche per l’ai. Non una briglia, il sistema preventivo non è un codice di regole e procedure. Per don Bosco il sistema preventivo è che al giovane viene offerto un ambiente nel quale è incoraggiato a dare il meglio di sé, nel riconoscimento dei propri talenti e dei propri limiti, nel rispetto degli altri e scoprendo la propria vocazione. L’ai è una manifestazione del fare umano e gli dà una forma precisa a cui il sistema preventivo è applicabile!

Gli elementi essenziali del sistema sono: l’accoglienza incondizionata dell’altro come dono di Dio; la presenza effettiva dell’educatore tra i giovani e la condivisione di parte della loro vita quotidiana e di qualche loro interesse; la certezza che «in ogni giovane c’è un punto accessibile al bene»; l’uso costante della ragione, che significa ragionevolezza delle richieste e delle norme e personalizzazione del rapporto educativo; il riferimento alla religione, condividendo con i giovani l’annuncio di Gesù e del suo messaggio di salvezza, attraverso azioni, parole e proposte concrete; il tratto della amorevolezza, che si esprime nell’attenzione ai bisogni reali delle persone e nella cura di un ambiente accogliente; il coinvolgimento del giovane come primo responsabile e protagonista della propria formazione.

Conclusioni

Quanto siamo disposti a spendere per mandare nel futuro questo paese in un modo tale che ciascuno dei suoi cittadini non usi semplicemente dei sistemi di AI, ma usandoli diventi più italiano, più europeo, più umano? Abbiamo davvero di meglio a cui pensare? Un budget, un paper, un prodotto? Per chi? Torniamo a riveder le stelle?

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