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antitrust

Nuovi monopoli digitali, quali soluzioni contro la “datification” del mondo

I colossi del web continuano a fare enormi profitti coi nostri dati e a farsi beffe della concorrenza, mentre le autorità cercano di limitarne lo strapotere con strumenti inadatti a questo mondo nuovo. Ci sono però due possibili traiettorie (non facili) da seguire per uscire da questa “cartellizzazione” del mondo. Vediamole

27 Giu 2019

Mauro Lombardi

Scienze per l’Economia e l’Impresa, Università di Firenze


Le Autorità antitrust europee (e non solo) stanno cercando di contenere lo strapotere dei colossi del web e ci stanno provando, tra le altre cose, infliggendo multe miliardarie nel tentativo di ripristinare, quanto meno, accettabili condizioni concorrenziali (come la Commissione europea con Google).

C’è però un problema di fondo, ed è che il mercato o i mercati basati sulla datification non sono come il mercato del pesce e le autorità corrono il rischio di affrontare una questione decisiva con strumenti non appropriati.

Anche se, però, nell’immediato si continua a pensare secondo paradigmi tradizionali, c’è ancora spazio per fare qualcosa di radicalmente diverso, seguendo –  come vedremo alla fine di questo mio ragionamento – due promettenti e tutt’altro che facili traiettorie di ricerca teorica ed operativa proposte da due studiosi.

Il mercato del lavoro non è come il mercato del pesce

Partiamo però dal dibattito teorico e politico in corso a livello internazionale sui provvedimenti che la Commissione Europea ha preso contro Google, alla quale ha recentemente inflitto (marzo 2019) una multa pari a circa un miliardo e mezzo di euro per comportamenti contrari alla disciplina antitrust in vigore in Europa.

La questione è trattata da differenti punti di vista e approcci disciplinari: economisti, giuristi e operatori del diritto in genere, tecnologi, politologi e sociologi cercano di proporre domande e avanzano risposte a interrogativi concernenti quale tipologia di mercato (o mercati) esiste sul web. E come regolamentare il rispetto di condizioni competitive, soprattutto alla luce del fatto che emergono protagonisti peculiari di un “mondo nuovo”, il quale pervade e avvolge i comportamenti di consumatori, produttori, entità istituzionali e organismi di varia natura e dimensione.

Prima di entrare nel merito, sembra utile rievocare una delle più acute e stimolanti riflessioni di Robert Solow, Premio Nobel per l’Economia e uno degli economisti che ha dato contributi fondamentali all’economia mainstream nella seconda metà del secolo scorso. In un libro originale e analiticamente pregevole (Il mercato del lavoro come istituzione sociale, Il Mulino, 1994) egli dimostra che il mercato del lavoro non è come il mercato del pesce.

Il primo è infatti “un’istituzione sociale”, la cui analisi richiede di “prendere in considerazione un insieme di motivazioni e interazioni in gran parte assenti dagli abituali modelli che troviamo nella manualistica” (p. 41). Né tale mercato può essere interpretato in termini di semplice “bilanciamento di domanda e offerta” come avviene appunto nel mercato del pesce (p. 39). In breve “le ragioni che determinano il comportamento sul mercato del lavoro non sono le stesse che governano il mercato del pesce quando una flotta di pescherecci rientra in porto e vende al migliore offerente l’intera pescata” (p. 61).

Com’è cambiato il mercato

I motivi di questa digressione sono presto spiegati: ciò che sta accadendo nell’universo informativo, che tra poco sarà denominato in modo diverso, richiede un profondo cambiamento delle coordinate teoriche ed operative. Riprendiamo proprio per l’esempio del mercato del pesce per comprendere aspetti basilari delle grandi trasformazioni in corso e delle sfide insorte.

Fino a qualche decennio fa i pescherecci uscivano per gettare e controllare le reti, intraprendevano una ricerca casuale di banchi di pesci verso zone dove l’esperienza accumulata generava aspettative promettenti di raccolta. I viaggi potevano durare giorni e settimane, il cui esito era il deposito in porto del pescato, poi venduto sul mercato locale o a grossisti, che successivamente si sono trasformati in catene di approvvigionamento sempre più grandi.

Attualmente il quadro è del tutto cambiato: le barche escono con dotazioni strumentali molto sofisticate in grado di valutare condizioni climatiche, individuare da satellite i flussi e le concentrazioni dei banchi di pesci, le migrazioni di grandi mammiferi marini, e così via. Il pescato può essere immediatamente venduto su mercati internazionali in base alle quotazioni delle differenti tipologie di prodotto e delle relative quotazioni, quindi lavorato a bordo e, all’arrivo in porto, immediatamente spedito tramite global networks in grado raggiungere per via aerea Paesi e, a seconda della capacità di spesa dei consumatori, anche singoli alberghi e ristoranti.

E’ a questo punto chiara la discontinuità strutturale multiscala, avvenuta grazie a infrastrutture materiali e immateriali (hardware, software, modelli di management), che permeano l’intero spazio fisico e una molteplicità di contesti socio-economici. Da questo esempio si evince che non siamo solo in presenza di un universo informativo in continua espansione, bensì soprattutto di un insieme di processi fisici e informativi, che interagiscono e determinano le condizioni per l’esercizio di poteri di controllo su una molteplicità di processi e attività.

In sintesi, se proiettiamo su tutta la società e a livello globale ciò che è stato sinteticamente descritto per la pesca, possiamo arguire che siamo entrati in un universo fisico-cibernetico, come prefigurato in termini generali da Wiener nel definire la Cibernetica (Cybernetics or control and communication in the animal and the machine, 1948; The Human Use of Human Beings, 1989).

Cambiamenti sostanziali nell’ontologia dei mercati

In questo universo muta radicalmente l’ontologia degli attori ad ogni livello (dal microscopico al globale), dove per ontologia si intende la definizione di “concetti, relazioni e altre distinzioni rilevanti” (Gruber, Ontology, 2009: 1964, in L. Liu, M.T. Ozsu (eds), Encyclopedia of Database Systems, Springer), cioè la rappresentazione del contesto in cui si agisce e nel quale possono esservi opportunità e potenzialità.

La rappresentazione dinamica del contesto è essenziale per l’evoluzione di qualsiasi entità che deve misurarsi con le sfide poste da un ambiente in continuo mutamento. Lo spazio di azione degli agenti dipende, infatti, dall’Umwelt (J. Von Uexküll, The Theory of Meaning, 1940: 30-31).

L’Umwelt è definibile come l’universo soggettivo in cui noi interagiamo con altri essere.

Gli agenti riescono a definirlo attraverso le capacità percettive, quelle di concettualizzazione e individuazione dei fattori rilevanti per la decisione e la strutturazione dei processi reali in cui interagiscono.

L’Umwelt ora è su scala globale. Ed è proprio il suo controllo che assicura il dominio delle grandi piattaforme. Umwelt è quindi al tempo stesso prodotto nostro e delle singole piattaforme.

Sulla base di quanto appena indicato (ontologia, umwelt degli agenti, strutturazione dei processi) si può comprendere come uno degli aspetti fondamentali di ciò che viene correntemente definito web, ma la denominazione è riduttiva e fuorviante perché espunge dalla rappresentazione elementi essenziali, sia il seguente: l’emergere di quella che Benkler (Wealth of Networks, Yale University Press, 2006) ha definito una “radicalmente decentralizzata produzione non di mercato in generale e peer producer in particolare” (p. 138) che muta profondamente l’ontologia degli agenti economico-sociali e istituzionali.

Si apre infatti uno spazio enorme per l’autonomia individuale, che però paradossalmente accentua una delle sue connotazioni basilari: la sua “nebulosità” di definizione e l’ambiguità/permeabilità della sua delimitazione rispetto al concetto di libertà. Autonomia individuale e collettiva -nei gruppi che si possono più facilmente formare e dissolvere-, indefinibilità a priori degli spazi di azione in un territorio come quello fisico-digitale, portano all’emergere di nuovi protagonisti in uno scenario iper-globalizzato, dove dinamiche di auto-organizzazione multiscala possono trovare condizioni idonee per il loro consolidamento, grazie a cicli ripetuti di feedback, rendimenti crescenti di adozione e di strumenti per risoluzione di problemi.

La formazione di global business networks

Ecco allora che nell’universo fisico-cibernetico si verifica una seconda discontinuità strutturale, perché l’ontologia degli attori si arricchisce, è proprio il caso di dire, con la formazione di global business networks (GBN)¸che attraversano barriere giuridico-istituzionali, economico-sociali e culturali. Anzi, paradossalmente i GBN utilizzano a proprio vantaggio le asimmetrie normative, fiscali, tecnico- scientifiche, strutturali, alla continua scoperta di varchi per potenziali benefici da conseguire. Avviene così un fenomeno solo apparentemente paradossale: sono i GBN ad estrarre gli Umwelt dai singoli e dalle collettività, per poi comunque influenzarli in modo potente interagendo con essi.

Per cercare di chiarire meglio queste affermazioni sottolineiamo tre elementi cruciali:

  • nell’universo fisico-cibernetico i GBN emergono dagli oceani di dati auto-prodotti e auto-organizzati con impulsi top-down combinati con pressioni convergenti dal basso.
  • L’autonomia individuale e collettiva nei comportamenti e nell’elaborazione del pensiero tende a rafforzare il consolidamento dei GBN e la loro capacità di generare feedback ripetuti da cui estrarre motivi di business.
  • Tutti sembrano beneficiare della cosiddetta “datification” delle vite e dei processi economico-produttivi: libertà di espressione, amplificazione della propria autonomia, creazione di valore attraverso l’information processing ad ogni livello, risoluzione di molti problemi che affliggono l’umanità, diffuse opportunità di profitto anche in territori (reali e virtuali-reali) finora inesplorati, perché ritenuti inesistenti.

Nessun problema allora? Un mondo dove tutti vincono? Contesti Win-win, come recita un meme assai popolare? Non proprio, se riflettiamo su una serie di punti, che ci accingiamo a indicare. Il sistema fisico-cibernetico si basa sull’economia delle piattaforme, ancora una espressione estremamente riduttiva dell’ontologia innovativa con cui l’umanità si deve misurare.

Tali piattaforme esistono perché vi è la disponibilità di infrastrutture materiali, cioè di reti transoceaniche e satellitari, create per ragioni strategiche da Stati nazionali, ma utilizzate pagando “prelievi fiscali” scelti autonomamente dai GBN grazie a giochi di destrezza tra le molteplici asimmetrie precedentemente indicate.

La “cartellizazione” del mondo

Dato questo scenario, esaminiamo gli obiettivi della multa comminata a Google dalla Commissione Europea, che intende colpire non la posizione dominante bensì l’abuso di essa, ad esempio nell’impiego ripetuto di strumenti distorsivi della concorrenza, quali:

  • cambiamenti di modalità contrattuali per ovviare a precedenti rilievi della stessa Commissione (nel corso di questo decennio).
  • Clausole contrattuali con diritti di esclusiva.
  • Condizioni imposte per attribuire posizioni di privilegio nella collocazione della pubblicità.
  • Meccanismi contrattuali per rendere quasi esclusiva l’attribuzione di posizioni pubblicitarie sul web, con restrizioni molto forti sulle possibilità per altri competitori di proporre offerte remunerative.

Occorre peraltro segnalare come Google abbia costantemente aggiornato il suo motore di ricerca, come mostra in modo dettagliato Buttà (Google search shopping an overview of the European Commission, Italian Antitrust Review, 2018, n. 1), il quale individua tre “generazioni di motori di ricerca”. Siamo difatti in presenza di un’evoluzione non darwiniana per mutazione e selezione da parte del mercato, bensì di una traiettoria orientata in base a strategie globali: dalla black box iniziale, con algoritmi e regole di classificazione e selezione dei siti rilevanti ai fini delle domande degli utenti (I generazione) ai “servizi di ricerca specializzati” (vertical specialised services) mediante algoritmi di identificazione ottimizzati per individuare informazioni rilevanti e quindi inviare link ai siti (II generazione), alla terza, basata su informazioni generali sulla base delle richieste senza link specifici.

Dal quadro tracciato e dalla vicenda Google si evince che vi sono problemi di fondo, relativi alla definizione del/i mercato/i per un universo dove GBN quali Faangs (acronimo per Facebook, Apple, Amazon, Netflix, Google) (Rana Foroohar, Googles’s abuse of power reveals the modern disease of oligopolies, 2018), per non parlare di Alibaba e della sua piattaforma Taobao, in forte crescita nella Cina rurale e urbana (Buckup S., A new course for economic liberalism, “Project Syndicate”, 2017, July).

In un mondo dove operano GBN l’affermazione di Larry Page “competition is one click away” (Forbes.com, 14-10-2019) è quantomeno riduttiva, perché sono potenzialmente infiniti gli strumenti e le modalità con cui si possono influenzare “motivazioni e interazioni” tra gli agenti economico-sociali, per riprendere le parole di Solow da cui siamo partiti.

I Technogiants che agiscono nell’universo fisico-cibernetico incidono costantemente sulla morfologia e i contenuti delle relazioni che ivi si sviluppano attraverso asimmetrie informative, economiche, culturali e soprattutto di potere. Tali asimmetrie sono endogenamente generate senza sosta, mentre la concentrazione di potere è evidente se solo si pensa agli enormi profitti e alle capitalizzazioni di borsa dei Technogiants, come ha messo in luce Nicola Ruggiero su Agendadigitale.eu.

La questione di fondo non è però solo la concentrazione di risorse finanziarie, unita agli sviluppi delle tecnologie dell’informazione e dell’Intelligenza Artificiale, bensì qualcosa di più profondo: l’economia delle piattaforme si basa sulla trasformazione di qualsiasi processo, decisione e comportamento

frutto dell’autonomia degli agenti, sempre più “orientati” dal management dei volumi crescenti di informazioni e conoscenze mediante agenti artificiali, creati da intelligenze naturali con obiettivi non del tutto trasparenti ai fini delle stesse decisioni individuali e collettive.

A questo proposito sono da enfatizzare e quindi da sottoporre alla riflessione di ognuno due temi essenziali per il futuro dei prossimi anni:

Knowledge is power, data is money. E’ necessario acquisire la consapevolezza che nell’universo fisico-cibernetico i Technogiants, ma non solo essi, sono diventati protagonisti di quello che possiamo chiamare “capitalismo estrattivo”, nel senso che estraggono valore dalla più o meno spontanea produzione informativa di un mondo iperconnesso (S. Byrnes, C. Collins, The Equity Crisis: The True Costs of Extractive Capitalism, in D. Lerch, The Community Resilience Reader: Essential Resources for an Era of Upheaval, DOI 10.5822/ 978-1-61091-861-9_6, © 2017 Post Carbon Institute, Island Press)[1].

E’ però doveroso approfondire questo aspetto riflettendo sul fatto che il valore è fondamentalmente creato “lavorando” sulle idee e sul comportamento di miliardi di persone, quindi sulle espressioni delle loro menti.

In altri termini, quanto esprime il pensiero umano ad ogni livello è uno dei motori di nuovi modelli di business trasversali a quasi tutti i settori. Nell’economia delle piattaforme la rimuneratività è strettamente connessa alla capacità, reale o indotta, di intercettare i flussi delle elaborazioni di pensiero umano, trasformati in dati: “Data as a new currency” è la nuova parola d’ordine su cui si costruiscono GBN e posizioni dominanti, che sono non casualmente associati a crescita delle disuguaglianze economico-sociali e alla diminuzione della quota di reddito nazionale percepita dai lavoratori.

Il fattore cruciale resta comunque che il “mondo nuovo” in cui viviamo ha cambiato molti parametri di riferimento a partire dalla centralità delle piattaforme, che nel gergo degli economisti hanno natura multisided, in quanto permettono lo sviluppo di connessioni tra flussi di domanda indipendenti e sempre più spesso interdipendenti, in seguito allo sviluppo di interazioni strategiche, autonome e indotte, tra attori.

Se si guarda a tutto questo in un’ottica puramente economica, è logico che si mettano al centro le strategie di prezzo, i comportamenti anticompetitivi, le forme collusive e così via.

Le riflessioni svolte inducono a ritenere che i GBN, le imprese superstar o comunque le si voglia chiamare, estraggono valore mediante strategie mirate sul mondo digitale, dove dovrebbe esprimersi la freedom of thought (per dirla con John Stuart Mill di On liberty), quindi si tratta di un mercato non assimilabile a quello del pesce e di qualsiasi altro prodotto.

Si ergono di fronte all’umanità sfide importanti, tra le quali innanzitutto la concreta possibilità che la semantica strategica e operativa sul web non sia più espressione diretta di autonomia o di freedom of thought. Ciò dovrebbe preoccupare non poco, date le asimmetrie di potere, di dotazione delle risorse e degli orizzonti strategici tra Technogiants e Istituzioni nazionali e Sovra-nazionali, divise e che comprensibilmente fanno fatica a escogitare strumenti concettuali e operativi all’altezza di queste sfide. Per avere un’idea delle difficoltà si pensi alle differenze nelle normative in materia tra vari Stati all’interno degli Usa e quelle esistenti tra questi ultimi e l’Unione Europea, descritte da Rocco Panetta su Agendadigitale.eu.

Il punto di arrivo di queste riflessioni è che, nonostante le grandi questioni emergenti, qualcosa si possa fare di radicalmente diverso, anche se nell’immediato si continua a pensare secondo paradigmi tradizionali: cercare di “spezzettare” i monopoli, anche se la strada non è così semplice (M. Giles, Breaking up Big Tech will be really hard to do—here’s why, Technology Review Blog, 3-6-2019) contenere i comportamenti competitivi, obbligare a una maggiore trasparenza.

Due possibili soluzioni

Suggeriamo due promettenti e tutt’altro che facili traiettorie di ricerca teorica ed operativa proposte da due studiosi.

Una prima linea di intervento strategico è quella proposta da Dalia Marin, professoressa all’Università di Monaco, in Restoring digital economy competition (Project Syndicate, 17-5-2019).

Il punto di partenza della sua analisi è l’individuazione di due forze, che nell’economia digitale causano fenomeni peculiari.

La prima è quella generata dalle tecnologie digitali, che hanno un bias intrinseco a favore dei detentori di capitale rispetto al lavoro del momento che svuotano molte competenze tradizionalmente umane e sostituiscono lavoratori. La prova più evidente del bias è che la stabilità della distribuzione del reddito nel secondo dopoguerra (70% al lavoro, 30% al capitale negli Usa) è stata nelle ultime 3 decadi sostituita da una progressiva erosione delle quote distributive, passate rispettivamente al 58% e al 42%.

La seconda forza dell’economia digitale negli tre decenni è il principio “winner takes most, perché emergono poche imprese superstar, mentre altre unità minori sono vincolate a svolgere un ruolo complementare.  Una delle ragioni di fondo di questa tendenza strutturale è intrinsecamente connessa alla tipologia e alla natura dei beni digitali, basati su piattaforme, per cui la loro accettazione/desiderabilità aumenta man mano che più attori li usano.

Al tempo stesso le piattaforme, una volta sostenuti i costi di progettazione realizzazione, consentono incrementi dei servizi erogati a costi relativamente contenuti. Di conseguenza, una volta che una piattaforma diviene sufficientemente affermata, si rafforza sempre più e contemporaneamente si consolida la tendenza generata dalla prima forza.

Un esempio non di Dalia Marin, ma verificato personalmente: il software innovativo di una delle piattaforme attualmente più in voga è costato circa 2 miliardi di dollari, dando poi origine a ricavi 20 miliardi di dollari solo nei primi dieci mesi, in seguito al suo uso da parte di utenti di tutto il mondo, con costi di gestione in milioni di dollari.

Posizioni dominanti sui mercati, asimmetrie retributive e comportamenti anti-competitivi si alimentano reciprocamente in un’epoca in cui, come abbiamo precedentemente affermato, reti globali si auto-organizzano nell’ambito di processi tecno-economici convergenti.

Siamo nell’Age of networks. Per contrastare le forti spinte in azione è necessario, secondo Marin, essere consapevoli che c’è un gap rilevante tra quelle che abbiamo chiamato GBN e le autorità dei Paesi appartenenti al G20, i quali al momento non posseggono –per cultura e poteri- gli strumenti per imporre regole efficaci a corporations globali. La strada da percorrere è allora quella di creare, partendo dal livello nazionale, una tecno-struttura dotata progressivamente di competenze istituzionali, collettive e individuali, in grado di misurarsi con le sfide monopolistiche, consolidatesi nell’ambiente globale. A tale fine ai GBN, che competono a livello mondiale, bisogna contrapporre un coordinamento strategico ed operativo, un “world competitive network”, in grado di monitorare, svolgere indagini, e prendere decisioni appropriate, oltre che produrre linee-guida per evitare pratiche collusive e il consolidarsi di poteri monopolistici[2].

Una differente traiettoria strategica è desumibile dalle riflessioni di Viktor Mayer-Schonberger, autore insieme a Tomas Range del libro Reinventing capitalism in the Age of Big Data (2018, Basic Book, ed. it. Egea, 2018). Prendiamo a riferimento M-S, perché ha un percorso di analisi abbastanza articolato espresso in parte in un precedente libro e in alcune interviste, oltre a saggi.

Dopo aver precisato che siamo in presenza di uno studioso di Internet dotato di una piena fiducia nell’economia di mercato, il centro della sua visione è l’idea di un mercato digitale del tutto differente da tutte le altre tipologie di mercato, in quanto contraddistinto da alcuni punti essenziali:

  • i dati sono il principio fondamentale per la creazione della ricchezza.
  • Il prezzo non è più in principale mezzo di trasmissione dell’informazione come avveniva in passato.
  • I dati diventano propellente e fattore accelerativo del capitalismo come meccanismo schumpeteriano di “distruzione creatrice”.
  • Per mettere ordine, diciamo così, nell’accumulazione esponenziale di dati, è essenziale la creazione di un’ontologia dei dati, ma possono essere gli stessi dati a generare “ontologie di dati” (pp. 74-79 ed.it; “data will drive data ontologies”, p. 70 dell’ed. originale).

Com’è possibile? Gli sviluppi di dell’Intelligenza Artificiale e del “matching avanzato” tra flussi di dati multidimensionali, quindi sistemi di software sempre più potenti sono in grado di fare questo lavoro al posto degli umani, caratterizzati da limitazioni cognitive, oggi superabili da veri e propri sistemi adattativi artificiali. In questo modo l’elaborazione dei dati potrebbe diventare una ricchezza per l’intera umanità, senonché gli stessi meccanismi di feedback e i network effects¸ attivi nell’information processing, spingono nella direzione dell’emergere dei monopoli auto-organizzati. Di qui una delle indicazioni strategiche di intervento più interessanti: per ovviare al problema del ridursi degli spazi competitivi, la soluzione potrebbe essere imporre il data sharing, quando le posizioni dominanti sui data-driven e data-rich markets raggiungono soglie prefissate. La condivisione dei dati dovrebbe comprendere anche un trattamento per così dire di favore per le startup.

Reinventing capitalism, come afferma un commentatore del Fondo Monetario Internazionale, “non è scritto per deprimere” ed esprime una fiducia incrollabile nelle capacità rigeneratrici del capitalismo. Al di là di un certo contenuto utopico della proposta e di altre idee sostenute, che saranno discusse in un altro contributo, è opportuno sottolineare un punto: l’attuazione del principio del data sharing appare molto problematico e non può essere affidato solamente ad una “regola aurea” in forma di soglia di mercato da non superare, anche perché gli organismi monopolistici, una volta consolidati, potrebbero inventare non pochi escamotage elusivi.

In sostanza, è da ritenere che il principio generale può essere ritenuto valido, ma occorre una tecnostruttura internazionale all’altezza dell’“eccezionalità normale” ( si perdoni l’ossimoro) dei data-rich markets. Viene quindi spontaneo l’associazione tra gli spunti di Vicktor Mayer-Schonberger e quelli di Daila Marin, ma è bene essere consapevole che si tratta di a long road ahead!. Irta di ostacoli e contraddizioni, densa di densa di incertezze.

Ancora più importante è quindi tenere fermi alcuni capisaldi come l’affermazione di Joh Stuart Mill”: “Human nature is not a machine to be built after a model, and set to do exactly the work prescribed for it, but a tree, which  requires to grow and develope itself on all sides, according to the tendency of the inward forces which make it a living thing” (On Liberty, p. 135).

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  1. Il concetto di capitalismo estrattivo viene qui usato in senso più restrittivo rispetto alla formulazione originaria di Noami Klein (This Changes Everything: Capitalism versus the Climate, Simon and Schuster), che mette al centro della sua analisi il rapporto tra l’umanità e le risorse del Pianeta Terra

[2] La ricostruzione della visione di Daila Marin è in parte soggettiva e l’autrice potrebbe non riconoscersi del tutto in essa.

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