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Direttore responsabile Alessandro Longo

spesa pubblica

Quanto spreca la PA per le lacune di competenze e progettualità

di Mara Mucci, Commissione Affari Costituzionali e Commissione per la Semplificazione

26 Apr 2017

26 aprile 2017

Ci sono risorse sprecate persino in Agid. Ed è solo un esempio dei danni che vengono dalla mancanza di progettualità e comprensione di pre-requisiti necessari ai progetti. Il prodotto di ogni investimento pubblico deve essere inquadrato in un contesto di valutazione globale

Forse non ci rendiamo conto di quanto il tema competenze sia fondamentale per la nostra pubblica amministrazione. O forse non se ne rende conto chi siede nei vertici amministrativi ed esecutivi del nostro paese.

Il codice dell’amministrazione digitale è un codice che nasce come preciso indirizzo del parlamento al governo. Di recente è stato modificato per andare ad incidere maggiormente sulla capacità di interoperabilità dei sistemi pubblici e sulla possibilità di verifica da parte del cittadino dello stato di avanzamento dei procedimenti e dei funzionari responsabili. Trasparenza, condivisione e qualità di controllo sono tre degli assi portanti di un’agenda digitale innovativa.

E lo sforzo delle amministrazioni deve essere speso nel conoscere i dettami normativi, e nel farli rispettare, assicurandosi di avere le persone adatte nell’organico.

Il Cad su questo punto parla chiaro e demanda ad un responsabile della transizione al digitale il compito della realizzazione “di un’amministrazione digitale aperta, di servizi facilmente utilizzabili e di qualità, attraverso una maggiore efficienza ed economicità”.

Questo responsabile deve avere capacità multidisciplinari di informatica giuridica, capacità tecniche e capacità manageriali. E deve far capo ad un ufficio preposto.

Non è un optional! È la legge che lo prevede! Ed anche se ancora molte amministrazioni neppure sanno di questo obbligo e non hanno provveduto a nominare questa figura, è la realtà dei fatti a renderla necessaria.

La molteplicità delle amministrazioni, e la frammentazione delle soluzioni poste in essere, sono fatti determinanti nella strategia digitale del paese, ed è ciò che rende ancora più necessaria la presenza di queste figure che governino i processi.

Dall’ultimo censimento risalente al 2015, risultano presenti 13.822 amministrazioni con almeno una base di dati, per un totale di 159.448 basi di dati, e 203.451 applicazioni.

Questo pesa sia economicamente che dal punto di vista del rapporto spesa efficienza.

È del tutto evidente che non si può continuare così. Serve progettualità ed attuazione delle norme da parte di personale competente. Serve formazione interna continua, e figure in grado di valutare gli investimenti che vengono effettuati, puntando sull’aggregare le soluzioni informatiche. Ma soprattutto, serve una seria valutazione del personale e del lavoro svolto. Cambiando una volta per tutte il paradigma, ovvero passare ad una valutazione qualitativa basata sugli outcome. È la famosa accountability, ovvero la capacità di spendere le risorse pubbliche, derivanti dalle tasse dei cittadini, per produrre servi utili, valore per la comunità.

E per farlo serve trasparenza anche all’interno della macchina amministrativa. Non è dato saperlo numericamente, ma chi lavora all’interno dei comuni sa come funziona. Quanti progetti partono, che vengono finanziati, ma che non trovano mai un reale utilizzo?

Qualche giorno fa, in audizione alla Camera, l’ex dg di Agid, dottoressa Poggiani, ci ha raccontato di come addirittura l’Agid stessa, che dovrebbe essere il fiore all’occhiello della nostra digitalizzazione, (la sua mission è per l’appunto anche la diffusione della cultura digitale), aveva a disposizione al suo arrivo finanziamenti potenziali per 188 milioni di euro. Risorse utilizzabili di concerto con le regioni. Alcuni accordi quadro, racconta la Poggiani, derivavano dal piano di e-government dell’allora Ministro Stanca, e andavano avanti da oltre quindici anni. “Tali progetti venivano riprogrammati di anno in anno, perché i finanziamenti non venivano spesi”. Tutte risorse che dovevano servire per la digitalizzazione e l’ammodernamento delle regioni, ma che in realtà, a detta della Poggiani, risultavano “abbastanza abbandonati a loro stessi”.

Ora, di chi sono le responsabilità di queste occasioni perse?

Questo è solo uno dei tanti esempi che, in campo pubblica amministrazione, possono essere fatti. E che dipendono da una sostanziale mancanza di progettualità e comprensione di pre-requisiti necessari ai progetti in fase di analisi prima ancora che di svolgimento. Il prodotto di ogni investimento pubblico deve essere inquadrato in un contesto di valutazione globale. Quali sono i benefici pubblici? Il servizio sarà utile? Cosa manca per partire con la progettazione, e chi la effettuerà? Che miglioramento ci sarà in termine di automazione di una procedura? Si è pensato a ridisegnare il workflow in chiave digitale? Si sono posti obiettivi veritieri, con indicatori nel mezzo? Oppure le valutazioni sono alla stregua di quelle che vengono effettuate per i dipendenti, sempre al top della scala ed inamovibili? Che questo sia un altro problema della PA? Beh, se anche lo fosse, esattamente come lo è stato fino ad oggi, difficilmente la politica potrà porre rimedio ad un fatto che è più culturale che legato alle norme. Una sostanziale impunità di risultato – se gli obiettivi falliscono, nessuno paga – quasi fosse un’autotutela tutta tipica del settore pubblico. Che va a braccetto con le scarse competenze e un turnover bloccato. Età media dei dipendenti alta, e dirigenti con scarse competenze IT. Forse la riuscita della strategia digitale nel nostro paese, è legata a doppio filo con la fine dell’ipocrisia amministrativa e di governo.

E davvero qui non c’entrano le norme (tuttalpiù mancano i controlli!). Anzi, forse è il caso di fermare un attimo la proliferazione, far sedimentare ciò che è stato prodotto fin qui, e capire fuori da codici e codicilli la complessità della realtà in cui ci troviamo per venirne a capo e governarla. Comprendendo che la qualità del servizio pubblico è proporzionale alla capacità di organizzare il lavoro lato back end, possedendo le figure giuste nei posti giusti.

E permettetemi una valutazione d’insieme. Penso che il prossimo passaggio imprescindibile che la politica dovrà fare in vista delle elezioni amministrative, è quello di puntare su futuri amministratori con una forte sensibilità in ambito digitale. Ormai le risorse in ballo sono sempre meno, soprattutto a livello locale, per cui non possiamo permetterci di incidere sulla qualità del servizio erogato. Un uso cosciente del digitale può essere la chiave di volta per ottimizzare le risorse mantenendo un profilo alto.

Magari gettando la maschera su alcuni dei problemi atavici che ho provato a descrivere.

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  • boss62

    Condivido il contenuto dell’articolo e ricordo che anche Attias focalizza molto sulla mancanza delle competenze digitali del management pubblico. Servono forti segnali da parte della governance nazionale per saltare l’ostacolo

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