dopo la legge australiana

Salviamo le news se crediamo in una rete più giusta: le idee

Troppo frettolosamente alcuni hanno derubricato come lobby di vecchi editori la legge australiana, su cui ora anche Facebook si sta accordando. Il fenomeno è sintomo di una malattia che richiede una soluzione olistica. Coinvolgendo anche, volenti o nolenti, le big tech e il legislatore

23 Feb 2021
Alessandro Longo
Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu

Photo by Elijah O'Donnell on Unsplash

Facebook ieri ha detto che avrebbe ripristinato la condivisione e la visualizzazione di link di notizie in Australia.

Il blocco gli ha permesso di guadagnare più tempo per negoziare con gli editori, alla luce di una legge che richiederebbe alle big tech di pagare per le notizie linkate. La posizione di Facebook si rivela così non più tanto diversa da quella di Google, che un accordo con gli editori l’ha già raggiunto.

Entrambi hanno stanziato un miliardo di dollari ciascuno per le news in tre anni.

Tutto questo mentre oggi a Repubblica la vicepresidente della Commissione Ue Margrete Vestager spiega che il tema del pagamento delle news da parte delle big tech sarà gestito con la libera contrattazione prevista dalla direttiva copyright in via di recepimento anche in Italia; non con i meccanismi più stringenti di arbitrato come quello della legge australiana, che però comincia a essere imitata in proposte di legge di vari Paesi (Canada in testa).

Verrebbe da citare il famoso detto di Mao Zedong, “Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente”.

Ciò che c’è di buono nella proposta australiana

Sì, perché qualcosa finalmente si muove, di concreto, anche se con idee ancora – appunto – confuse da varie parti, nel dibattito su come è possibile salvare il giornalismo, o l’informazione professionale, in un’era in cui la sua sostenibilità economica è sempre più in crisi.

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Salvare il giornalismo – spero che nessuno abbia dubbi in proposito, se non i più accaniti complottisti e populisti – è vitale per la democrazia. Tutti gli indicatori internazionale sulla qualità della democrazia di un Paese tengono in alto conto la presenza di una stampa libera e indipendente. Per rendere i cittadini informati e quindi più consapevoli nelle scelte da fare e per bilanciare piccoli o grandi poteri politici, economici.

La legge australiana è stata criticata da vari osservatori (perlopiù non giornalisti e non esperti di giornalismo e digitale).

È giusto riconoscere la parzialità e i difetti di quella proposta. Sbagliato però, al parere dello scrivente, archiviarla come un ultimo tentativo di lobby del vecchio mondo contro il nuovo del digitale; metterla da parte come un mero disturbo alla ricerca di una soluzione a quel dilemma.

Sì, certo, c’è anche l’azione di lobby dei media sulla politica all’interno della legge australiana. Ma c’è anche un primo tentativo concreto di venire a capo del problema. Fine giusto, mezzi sbagliati si dirà.

Ma la legge ha almeno il merito di essere una posizione dialettica che spinge/costringe le big tech ad affrontare un tema ignorato per decenni. Alla stregua con altri che segnano l’eccesso del loro potere: la digital tax, la lotta disinformazione, l’etica dell’intelligenza artificiale. La privacy, l’antitrust.

Che il caso australiano sia interpretabile anche in modo non assolutistico, ma come posizione dialettica su cui le parti troveranno un punto di incontro, lo conferma anche quanto detto da Facebook ieri.

Campbell Brown, vice presidente di Facebook per le partnership globali di notizie, ha detto che il social network stava ripristinando le notizie in Australia in quanto “il governo ha chiarito che manterremo la capacità di decidere se le notizie appaiono su Facebook in modo che non saremo automaticamente soggetti a una negoziazione forzata”.

Link a pagamento, rottura del web? Non scherziamo

Sono poi d’accordo, nel merito, con il Financial Times. Il noto giornale finanziario, se da una parte titola “la proposta australiana non fornisce un modello da seguire”, dall’altro giudica estremista la posizione di chi, come il creatore del web Tim Berners Lee, ritiene che l’obbligo delle big tech a pagare per i link farebbe saltare i pilastri alla base della rete. Non facciamoci ingannare dal fatto che sia il creatore del web: comunque anche Berners Lee rappresenta una posizione di parte, vicina a una visione liberistica della rete. Proprio quella visione che, in Europa e negli Stati Uniti, ormai da tempo appare obsoleta.

Big tech, nuovi freni ai colossi: il dibattito generale

Si veda a proposito il saggio sotto, che raccoglie le diverse proposte e misure regolatorie che affrontano il problema.

Big tech, troppo potere: tutte le proposte per risolvere il dilemma del decennio

Come scrivono l’Economist, il Financial Times, il Wall Street Journal e il Mit Technology Review in questi giorni, è corretto analizzare – infatti – la vicenda australiana come un sintomo di un fenomeno più grande. Tassello di un puzzle dove i disequilibri dei rapporti di forza, ora tutti a favore delle big tech, sono arrivati a un punto di rottura.

La crescita del loro potere, culminata con la pandemia, provoca esternalità di cui la società paga il conto.

Sarebbe davvero naif non mettere in connessione con questo anche la crisi del giornalismo, in termini di perdita di attenzione e di risorse economiche.

Lo stesso Financial Times, in un passaggio di quell’articolo, mette in relazione i due elementi. La grande capacità delle big tech di attirare e profilare pubblico, in forza degli algoritmi, della propria dimensione trans-nazionale ma anche di quelle stesse regole “liberistiche”, ha permesso loro di prendere una fetta dominante di mercato a scapito di tutti quelli che prima si nutrivano di quella torta.

Un’analisi che ormai è letteratura scientifica: si può e si deve discutere delle soluzioni, ma non si può più mettere in dubbio la realtà dei fatti (si rinvia a uno studio Reuters per approfondire l’analisi  ).

Allo stesso modo, ingenua e di parte (big tech) la posizione di chi dice: se i giornali pensano che i loro contenuti siano “rubati” da Facebook e Google basta che non li mettano lì.

Si ignora o si fa finta di ignorare, così, che ormai siamo in un mondo in cui Facebook e Google senza notizie farebbero comunque soldi grazie agli altri contenuti, i giornali ne farebbero (ancora) meno e ci perderemmo tutti.

Internet più povera e pericolosa se soffochiamo le notizie professionali

Anche in questo caso il caso australiano è utile banco di prova.

Quando Facebook ha tagliato la condivisione delle notizie nel paese ha causato disagi e confusione per milioni di australiani. I link agli articoli di notizie sono stati bloccati, insieme alle pagine Facebook delle agenzie statali australiane, dei dipartimenti sanitari e dei servizi di emergenza.

Come scrive il New York Times, un giornale raro caso di successo economico, “gli utenti si sono arrabbiati quando una marea di pagine false o fuorvianti ha riempito il vuoto informativo, diffondendo teorie fasulle sui pericoli della tecnologia wireless 5G e false affermazioni sulle vaccinazioni Covid-19. ‘In pochi giorni, abbiamo visto il danno che l’eliminazione delle notizie può causare’, ha detto Sree Sreenivasan, professore alla Stony Brook School of Communication and Journalism. ‘La disinformazione e la disinformazione, già un problema sulla piattaforma, si sono precipitati a riempire il vuoto’”.

Davvero vogliamo continuare a lasciare l’informazione digitale al libero mercato? Chi sostiene questa tesi forse non si accorge di essere ormai passato, da progressista che era, a posizione di retroguardia.

Le stesse Facebook e Google, come dimostrano i fatti, sono alla ricerca di una regolazione razionale e sostenibile per uscire dall’impasse che, almeno politicamente, è gravosa anche per loro. E nel lungo periodo può minare la fiducia di cittadini e aziende nella società digitale, quindi ridurre il valore di questo stesso business.

Due modelli di business a confronto, big tech e giornali

Molti analisti cominciano a parlare di “esternalità sociali negative” per i modelli di business delle big tech caratterizzati da alti profitti. Il grosso del loro lavoro – profilazione, intermediazione – è automatizzato, infatti, perché molto facilmente automatizzabile.

Non lo è quello della produzione di contenuti di qualità, che pure quel modello di business deve avere a disposizione.

Questo è particolarmente vero per il giornalismo.

Una premessa personale: chi scrive vive di giornalismo da vent’anni; conosce direttamente il costo e la difficoltà di quello che è la materia prima del giornalismo: trovare notizie.

Trovare notizie significa avere il senso di ciò che è una notizia per il proprio pubblico, curare le fonti, verificare le informazioni; attività che sono umane e lo resteranno forse per sempre (ne parlo nel libro scientifico scritto con Guido Scorza). Ossia finché non ci saranno algoritmi in grado di pensare davvero come noi (con una coscienza) e di sviluppare rapporti umani personali.

Anche la semplice verifica non è automatizzabile, almeno per ora, tanto che le big tech si affidano a fact checker professionisti dell’informazione.

Trovare notizie significa anche prendersi il rischio di pubblicarle. Di fare errori, certo, perché solo la matematica è scienza esatta e verificare una notizia che si apprende non è garanzia di verità assoluta. Ma anche il rischio di problemi legali o economici con soggetti che hanno ritorsioni per quella notizia pubblicata (ancorché “vera”).

Tutti rischi che ovviamente il modello “aggregatore” e intermediario tecnologico non corre, per via delle suddette regole.

Non è questo un giudizio di merito, ma un’osservazione (ovvia) dello status quo.

Le responsabilità degli editori, mettiamole in prospettiva

Certo si riconoscerà che gli editori old media hanno avuto parte della colpa di questo declino. Hanno abbracciato tardi l’innovazione. Ma davvero si pensa che potrebbero competere ad armi pari, sullo stesso mercato, con colossi internazionali che quell’innovazione la fanno e la dirigono? Miglioramenti dell’informazione digitale sono auspicabili, ma è illusorio pensare che bastino se le regole del gioco sono così squilibrate.

C’è chi ricorda gli studi che da anni, in tutto il mondo, segnalano la perdita di fiducia del pubblico verso i media tradizionali. Ma derivare da questo l’assioma che la causa ultima sia un giornalismo poco affidabile o di poca qualità significa sposare una tesi populistica.

Da decenni i sociologi (il più noto Zygmunt Bauman) indicano che la perdita di fiducia del pubblico in Occidente riguarda tutti gli intermediari e le istituzioni pubbliche, le cosiddette élite, l’accademia, i politici. Una sfiducia cavalcata dai populisti, com’è noto. La politica e i media forse hanno avuto la colpa di essere stati distanti dai veri problemi della gente, ma il fenomeno per i sociologi e gli esperti di scienze politiche ha nel profondo cause economico-sociali.

Additare la qualità del giornalismo significa essersi persi gli ultimi decenni di studi sulla post-verità.

Per altro, gli stessi studi che segnalano la crisi della fiducia nei media riportano che il fenomeno riguarda perlopiù chi ha un basso livello di istruzione e i giornali non li legge; la base del populismo, appunto; di chi crede anche che i politici sono tutti corrotti (in particolare quelli di sinistra: i dati associano strettamente populismo e movimenti alt-right) e crede alle teorie del complotto.

Quali soluzioni, allora?

Qui veniamo alle proposte. Quella australiana, dicono molti (Financial Times, Economist, New York Times), ha il grosso limite di favorire solo i grossi editori.

“Per i piccoli editori e i giornalisti freelance che si sono affidati a Facebook per distribuire le loro notizie, sarà un enorme sollievo che il rubinetto delle notizie sia stato riaperto”, ha detto al New York Times Marcus Strom, presidente del sindacato australiano dei giornalisti. “Ma rimarranno in balia di Facebook e Google, che stanno entrambi cercando di evitare la regolamentazione obbligatoria e sceglieranno invece con quali media company stringere accordi”.

Sono d’accordo con il Mit Technology Review nel considerare l’obbligo delle big tech a pagare come solo una delle opzioni sul tavolo. Una sola non funzionerà. Se c’è una cosa certa, su cui molti studi stanno convergendo (Reuters, Columbia University) è che serva un approccio olistico al problema.

Auspicabile che editori e giornalisti lavorino a un nuovo rapporto con il pubblico per monetizzare l’informazione. Ma non basterà: il mercato della pubblicità e dell’attenzione è troppo distorto, ormai, da poteri globali.

Bisogna che tutti, legislatori e aziende, ora si sforzino a sperimentare e trovare soluzioni per la rinnovata sostenibilità economica del giornalismo. Il che non vuol dire mettere tutto l’onere in capo alle big tech. Ma nemmeno (eccesso opposto) assolverle da ogni responsabilità e sperare che gli editori e i giornalisti trovino con le sole proprie forze la via d’uscita.

Alcune delle proposte (riassunte dal Mit Technology Review) invocano un fondo statale per l’informazione finanziato da tasse sulla pubblicità digitale (e quindi indirettamente da big tech perlopiù) o da sanzioni privacy e antitrust (ancora, prevalentemente big tech). Auspicabile anche che tra Europa e Usa si trovi presto una quadra per la digital tax, inoltre.

Altro ambito, quello fiscale, dove i colossi tecnologici hanno goduto di una libertà eccessiva, lesiva della sostenibilità delle istituzioni pubbliche.

La Commissione europea

Credo che sia corretta la posizione della Commissione europea che vuole affrontare il problema all’interno di un ampio ridisegno dei rapporti di forza tra big tech e resto del mondo (altre aziende, come gli editori, Stati e cittadini). La direttiva copyright di per sé, spingendo a una libera contrattazione tra editori e big tech, è un passo utile a ridefinire quei rapporti, come sta avvenendo in Francia, che l’ha già recepita.

Ma avrà un’efficacia piena all’interno di un quadro di riforme, come quelle citate dalla Vestager a Repubblica, Dsa e Dma, che relativizzano l’arbitrio delle piattaforme. Ad esempio aprendone i dati ai concorrenti, obbligandole a giustificare decisioni algoritmiche e a essere più trasparenti sul funzionamento degli stessi algoritmi.

Insomma, tutti strumenti per sottoporre le aziende a uno scrutinio finora evitato, ma che a loro stesse – come mostra il caso australiano – sembra ormai non solo inevitabile ma anche accettabile, per raggiungere una più stabile maturità dell’economia digitale.  

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