disinformazione online

Spotify e le nuove regole contro le fake news: bene, ma basteranno?

Le novità introdotte da Spotify per prevenire la diffusione della disinformazione possono essere considerate positive, ma una lotta davvero efficace è necessario che certe pratiche siano rese sconvenienti dal punto di vista economico. Il punto

21 Apr 2022
Antonino Mallamaci

avvocato, Co.re.com. Calabria

Joe Rogan e Spotify

La piattaforma (non solo) musicale Spotify prova a recuperare terreno sul fronte del contrasto alla disinformazione, dopo essere finita, poco più di due mesi addietro, in un putiferio per aver a più riprese diffuso disinformazione sul Covid 19 e sui relativi vaccini.

Le novità annunciate – originate dalle sonore proteste provenienti anche da personaggi importanti, come Neil Young, sembrano positive e prevedono l’utilizzo di alcuni strumenti per prevenire la diffusione della disinformazione, per esempio limitando “la rilevabilità dei contenuti”. Ciò significa che se un podcast blatera sulla pericolosità dei vaccini, quando la migliore scienza dice qualcosa di diverso, tale contenuto sarà reso di difficile reperibilità. Un cambiamento potenzialmente significativo, già sperimentato con risultati incoraggianti da altri social media.

Ma come siamo arrivati a questa soluzione e, soprattutto, può essere risolutiva?

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L’antefatto: il “caso” Joe Rogan

Spotify era finito nella bufera per aver consentito a Joe Rogan, podcaster per il quale il social svedese investe 100 milioni all’anno, di ospitare nella puntata della “Joe Rogan exprerience” del 30 dicembre il famigerato Robert Malone, “un controverso ricercatore di malattie infettive”, come lo definisce il NYT, insieme al quale “ha offerto una litania di falsità lunga tre ore” (sempre il NYT).

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Rogan permise a Malone, reduce dall’espulsione da Twitter per aver diffuso disinformazione sullo stesso tema, di affermare che i vaccini possono essere pericolosi e spesso non necessari, e che ci sono forze all’opera in una cospirazione globale che coinvolge le compagnie farmaceutiche, testate giornalistiche, Joe Biden ed Anthony Fauci. Subito dopo, il cantautore Neil Young, seguito da molti altri, decise di togliere la propria produzione musicale dalla piattaforma: “O Joe Rogan o io”, affermò perentorio.

Le proteste e il passo indietro

Tutta la questione torna adesso al centro dell’attenzione, questa volta per novità che appaiono positive a una prima occhiata.

In effetti, la protesta si era già manifestata all’interno dell’azienda molto prima del 30 dicembre, protagonisti i dipendenti stessi, all’atto della firma del contratto con Rogan. Subito dopo, alla contestazione si era unito Science Vs., un altro produttore di podcast sempre per la stessa piattaforma.

Ora sembra che Spotify abbia compiuto progressi sufficienti, nel limitare la diffusione della disinformazione, per placare le loro preoccupazioni. Science Vs. ha esordito nelle trasmissioni pubbliche australiane nel 2015, è passato a Gimlet Media l’anno successivo, ed è stato infine acquisito da Spotify nel 2019 insieme a tutto Gimlet Media. Data la sua promessa di “far esplodere le opinioni saldamente radicate e sostituirle con la scienza” e di “scoprire cosa è fatto, cosa non lo è e cosa c’è nel mezzo”, non poteva prospettarsi grande sintonia con Joe Rogan. Quindi, il 31 gennaio, la conduttrice/produttrice esecutiva Wendy Zukerman e l’editore Blythe Terrell hanno annunciato una protesta: non avrebbero realizzato nuovi episodi dello spettacolo “finché Spotify non (avesse messo) in atto metodi più efficaci per prevenire la diffusione di disinformazione sulla piattaforma”, ad eccezione di quelli realizzati “per contrastare la disinformazione”. Da allora gli episodi di Science Vs. si sono concentrati esclusivamente sulla disinformazione trasmessa su Spotify, come quella sul vaccino di Rogan.

Le scuse del Ceo

Nel frattempo, il CEO di Spotify Daniel Ek si è scusato per le politiche poco chiare della piattaforma e ne ha pubblicato per la prima volta le regole, le quali delineano una serie di attività vietate: sostenere la violenza contro un gruppo, praticare la manipolazione elettorale, diffondere immagini porno. E, ancora, “contenuti che promuovono informazioni mediche false, o pericolose/ingannevoli, potenzialmente dannose; oppure altre che rappresentano una minaccia diretta per la salute pubblica”. La prima violazione può comportare la rimozione da Spotify del contenuto proibito, mentre violazioni reiterate o gravi possono comportare la sospensione e/o la chiusura dell’account.

Che succede ai contenuti “discutibili”

Ci sono poi i contenuti cosiddetti discutibili, ma non vietati, che quindi non vengono rimossi. Ad esempio, l’episodio incriminato di Rogan è ancora sulla piattaforma, giusto dove era quando è stato pubblicato. Esiste quindi uno stadio intermedio, dove rimane il materiale ritenuto non così grave da essere rimosso?

Per altre piattaforme, tale stato in genere comporta il declassamento della posizione del contenuto nei loro algoritmi. Se un determinato contenuto raggiunge normalmente n persone, e viene poi etichettato come fuorviante o pericoloso, ma non tanto da essere espunto, lo si fa vedere solo al 50 o al 20% di utenti, in base alla sua potenziale dannosità. Rimane il nodo, non secondario, di capire cosa ridimensionare, ma quella prospettata può essere una risposta ragionevole per materiale che si avvicina al limite ma non lo supera.

Il fatto che Spotify sia disposto a limitare la “rilevabilità dei contenuti” è uno strumento prezioso nella sua cassetta degli attrezzi quando si tratta di disinformazione.

Il commento di Spotify: “il nostro obiettivo è trovare un equilibrio tra il rispetto della libertà di espressione del realizzatore del contenuto e le diverse preferenze di ascolto degli utenti, riducendo al minimo il rischio di danni offline. Esistono diverse azioni che possiamo intraprendere per raggiungere questo obiettivo: la rimozione dei contenuti, la limitazione della loro rilevabilità o della possibilità di monetizzazione, l’applicazione di etichette di avviso. Quando il contenuto non raggiunge la soglia per la rimozione, potremo adottare misure per limitarne la portata”.

Tutto bene, quindi?

Fin qui tutto bene, ma a parole. Infatti, andando a guardare le regole di Spotify, ne esistono due versioni: le regole della piattaforma e le azioni di Spotify, che risiedono sulla propria pagina Web. Wired ha chiesto esplicitamente a Spotify se l’episodio del vaccino di Rogan e Malone è uno dei contenuti che hanno, con le nuove regole, rilevabilità e portata limitata. La risposta, abbastanza evasiva, è stata: “come pratica generale, non commentiamo azioni specifiche sui contenuti.”

È stata quindi effettuata una verifica diretta. Ad esempio, cercando “rogan malone” è stato mostrato l’episodio del vaccino come risultato migliore, quindi non è stato completamente eliminato; cercando “vaccini rogan” vengono fuori dozzine di episodi di altri podcast che parlano di episodi di Joe Rogan sui vaccini. Quindici dei primi 100 risultati sono clip dello spettacolo di Rogan, ma non episodi completi, mentre delle clip trovate nessuna proviene dall’episodio con Robert Malone: ne deriva che l’episodio di Rogan correlato al vaccino è stato ridimensionato. Inserendo nella ricerca “rogan covid” ci sono alcuni episodi di Rogan, ma anche molte altre cose. La puntata con Robert Malone è introvabile.

Dunque, c’è una probabilità quasi nulla che gli algoritmi di ricerca di Spotify, senza alcun vincolo esterno, non considerino questo episodio, incredibilmente popolare e controverso, come uno dei migliori risultati per “vaccini rogan” o “covid rogan”. Ciò suggerisce che Spotify sta seguendo l’esempio di altre piattaforme e sta riducendo la portata e la rilevabilità della disinformazione, ma questo può non bastare.

Occorre precisare come funziona il meccanismo: il modo principale in cui un podcast estremamente popolare viene visto è attraverso i milioni di persone che si iscrivono a esso, non utilizzando la ricerca o fruendo di motori di raccomandazione. In un contesto del genere, limitare la copertura non può essere così efficace come avviene su piattaforme più basate su algoritmi come Facebook o YouTube.

Conclusioni

In conclusione, la mossa di Spotify, scaturita dalle proteste arrivate da più parti, dall’interno e dall’esterno della piattaforma, è certamente da apprezzare, perché, in effetti, è un passo avanti in direzione della lotta alla disinformazione.

Due considerazioni finali. La prima: quando certe scelte discutibili e dannose sono contrastate con la debita decisione e determinazione (vedi l’aut aut di Neil Young e la levata di scudi dei dipendenti di Spotify e di altri podcaster che vi operano, come Science Vs.) qualche risultato viene fuori.

Ciò significa, in ultima analisi, che bisogna agire, non essere passivi e acquiescenti davanti alle storture e alle brutture dei social.

La seconda: la lotta è strenua, difficile, impegnativa. Per le aziende, da un lato ci sono sempre i soldi che scorrono quando un contenuto diventa virale, e questo succede, nella maggior parte dei casi (aggiungo purtroppo) se esso è estremo, divisivo, polarizzante. Insomma, quando fa notizia, come fa notizia l’uomo che morde il cane.

Per combattere seriamente la disinformazione, come gli altri eccessi del web e dei social media, è necessario che certe pratiche siano rese sconvenienti dal punto di vista economico. Questo l’unico rimedio plausibile in un mercato dominato, ancora e da troppo tempo, da un capitalismo ancora allo stato selvaggio.

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