Trump, Facebook e la privatizzazione dei diritti: ecco i rischi - Agenda Digitale

Il ban

Trump, Facebook e la privatizzazione dei diritti: ecco i rischi

L’oversight board di Facebook prende più tempo sulla patata bollente del ban a Trump. Ora il rischio più grande è che il fallimento di una risposta pubblica possa lasciare un vuoto enorme, il quale verrebbe occupato dai privati e dalle loro iniziative più o meno discutibili

05 Mag 2021
Rocco Panetta

avvocato, managing partner di Panetta & Associati, esperto di Internet e Privacy, Country Leader per l’Italia di IAPP International Association of Privacy Professionals

Non sa decidersi l’Oversight Board di Facebook sulla facoltà, da parte del social, di bandire il presidente Donald Trump e oggi ha disposto un rinvio di sei mesi. Nessuna sorpresa. Troppo complicato; troppo grande la responsabilità.

Basta tornare con la mente a quattro mesi fa: le immagini dell’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti sono ancora vivide nelle nostre menti: un fiume di manifestanti si accalca su Capitol Hill, irrompendo nella Camera dei Rappresentanti e nel Senato degli Stati Uniti d’America, nei giorni del delicato passaggio di consegne in occasione dell’elezione del 46° Presidente degli Stati Uniti. Il tutto andava in scena mentre, poco lontano da quelle strade, il Presidente uscente Donald J. Trump tardava a prendere le distanze e partecipava all’evento sostenendo la folla tramite i suoi canali social, con tweet e video.

Assalto al Congresso Usa: crisi della democrazia e ruolo del digitale

Le pagine della Storia contemporanea, seguite a quel momento, sono state intrise di accuse e indagini sfociate nel secondo procedimento di impeachment da parte del Congresso, a carico del Presidente uscente: una procedura che trova nella Costituzione americana le sue fondamenta e nella salvaguardia dell’ordine democratico e delle istituzioni repubblicane la sua ragion d’essere.

Il ban a Trump

Ma è in ragione dell’(ab)uso sui generis che Trump ha fatto dei social media, in particolare in quei giorni, che questi è stato sottoposto anche ad un ulteriore procedimento, meno regolato e istituzionale, ma non per questo di meno impatto, sfociato nell’oscuramento dai social network. Con un colpo di spugna, the Donald è stato cancellato dalle principali piattaforme come Twitter, YouTube e Facebook.

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Alcune lo hanno bandito “a vita” e senza possibilità di appello (Twitter), altre temporaneamente (YouTube) e chi, invece, fino al verdetto emesso da un organo precostituito (Facebook).

Cosa ha deciso l’oversight board su Trump

In relazione a quest’ultimo caso, come detto, la decisione di queste ore ha prodotto un rinvio di sei mesi.

Di preciso l’Oversight Board da una parte ha confermato temporaneamente il ban. Ha ritenuto che “che, nel mantenere una narrazione infondata di frode elettorale e persistenti inviti all’azione, il signor Trump ha creato un ambiente in cui era possibile un serio rischio di violenza”, afferma il parere. “Al momento dei post del signor Trump, c’era un rischio chiaro e immediato di danno e le sue parole di sostegno per le persone coinvolte nei disordini hanno legittimato le loro azioni violente”.

Dall’altra, ha dato a Facebook sei mesi per determinare se il signor Trump dovrebbe essere bandito in modo permanente, e ha raccomandato al social di articolare più chiaramente le sue regole per gli individui importanti e sviluppare sanzioni per i trasgressori. Ha anche aspramente criticato l’azienda per non aver esposto regole chiare in merito, su cosa è proibito o no nel caso del discorso politico; né su come intende farle rispettare.

In generale ha denunciato come troppo fumosa e indefinita la decisione su Trump.
“Non è ammissibile per Facebook tenere un utente fuori dalla piattaforma per un periodo indefinito, senza alcun criterio per quando o se l’account sarà ripristinato”, ha detto nella sua decisione. “Applicando una sanzione vaga e senza standard e poi rimandando questo caso al Board per risolverlo, Facebook cerca di evitare le sue responsabilità”.

Il ruolo dell’oversight board di Facebook

Il Comitato di Controllo (il c.d. Oversight Board, in inglese) è un organismo voluto da Mark Zuckerberg e composto da soggetti super partes dallo stesso individuati.

Il Comitato ha il compito di esprimersi sulle scelte più controverse effettuate da Facebook nella gestione della propria comunità online, come la rimozione di post e la cancellazione di profili, avendo il potere di confermare o ribaltare le misure adottate dal noto social network. Tralasciando le disquisizioni circa l’indipendenza di tale organismo, finanziato da una dote annuale di 130 milioni di dollari, il tema stringente parrebbe essere un altro: la collisione etica tra la tutela dei diritti e la sua privatizzazione.

La privatizzazione dei diritti

La pressione e la preminenza dei social network nelle nostre vite quotidiane ha fatto sì che l’assenza dalle piattaforme si trasformasse in una percezione totalizzante, capace di travolgere ogni aspetto della socialità tra individui. Ciò è applicabile alla vita privata di ognuno di noi quanto, ancor di più, alla vita pubblica di politici, personaggi pubblici e dello spettacolo, influencer e atleti. Dunque, la possibilità di poter comunicare tramite una rete social è diventata così essenziale, ai giorni nostri, da assumere le vesti (ampliate) di un diritto fondamentale 2.0.

Nel nostro ordinamento, attraverso un’interpretazione estensiva, potremmo trovare le basi di tale diritto da una lettura combinata degli artt. 2, 3 e 21 della Costituzione italiana, dalla quale emergerebbe che la libertà di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione (art. 21), essenziale anche per consentire a tutti i cittadini di poter partecipare all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art. 3), debba essere riconosciuta e garantita dalla Repubblica, non solo nella dimensione singola dell’individuo, ma anche nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità (art. 2).

Da questo assunto, emerge con maggiore forza quel contrasto etico tra la tutela di tale diritto e il ruolo ricoperto dalle stesse piattaforme perché, al netto di ciò che deciderà l’Oversight Board di Facebook, rileva come un soggetto privato, attraverso un potere discrezionale esercitato sulla base non di una legge ma di disposizioni contrattuali (le Condizioni d’Uso della piattaforma), riesca ad incidere profondamente sull’esercizio di un diritto fondamentale da parte degli individui.

C’è chi ha sostenuto che le grandi aziende nate grazie ad Internet siano ormai considerabili alla stregua di veri e propri Stati, con volumi di affari pari o superiori al PIL di molte nazioni, ma senza confini geografici. Una sovrapposizione di poteri che mette in fibrillazione i meccanismi di sovranità, nonché di tutela ed esercizio dei diritti da parte dei singoli cittadini. È fondamentale, quindi, oggi, chiedersi quale debba essere la strada da percorrere, tra la salvaguardia della certezza del diritto e della sua supremazia e la trasformazione delle tutele dei diritti degli individui in pratiche nelle mani di privati e, adesso, anche dei loro “tribunali”.

Il contrasto della diffusione di notizie senza alcun fondamento (le c.d. e famigerate “fake news”), delle minacce violente, nonché di ogni altra attività che metta in pericolo l’autodeterminazione degli individui e i propri diritti, deve essere prioritario per tutti gli agenti in campo. Non solo le singole piattaforme ma anche gli Stati, attraverso i loro ordinamenti e la cooperazione internazionale. Da noi cruciale è il ruolo delle Autorità di controllo e garanzia e sopra tutte del Garante per la protezione dei dati personali, il cui attuale Collegio appare molto sensibile al tema ed ha avviato una meritoria campagna senza precedenti di monitoraggio e scrutinio delle attività dei principali social media.

Il rischio più grande

Perché il rischio più grande è che il fallimento di una risposta pubblica possa lasciare un vuoto enorme, il quale verrebbe occupato dai privati e dalle loro iniziative più o meno discutibili.

Il dibattito che si potrà costruire su questo tema deve, tuttavia, affrancarsi dai più tipici connotati politici, perché il verdetto che il Comitato di Facebook ha emesso su Trump,  domani potrebbe riguardare qualsiasi altra persona. Dunque, le criticità emergenti e le possibili soluzioni dovranno essere il frutto di un’attenta analisi tecnica del diritto, eticamente orientata ed imperniata sull’inviolabilità dei diritti fondamentali dell’Uomo.

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