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robot e noi

Umanità aumentata: quale futuro nel rapporto uomo-macchina

La cosiddetta “umanità aumentata” genera entusiasmi e timori. Lavori a rischio, capacità attentive ed emotive messe a dura prova, nuove sfide etiche e morali ma anche traguardi prima inimmaginabili in ambito medico, ingegneristico, in fisica e architettura. Vediamo quali saranno gli sviluppi nel 2019-2020

28 Feb 2019

Loreta Cannito

Università degli Studi G. d'Annunzio Chieti e Pescara, dipartimento di neuroscienze, imaging e scienze cliniche

Riccardo Palumbo

Università degli Studi G. d'Annunzio Chieti e Pescara, dipartimento di neuroscienze, imaging e scienze cliniche


Il tema della “umanità aumentata” stimola l’interesse ma divide anche l’opinione pubblica: la tecnologia, progettata per renderci la vita più comoda e per aumentare le nostre capacità e che ha permesso di raggiungere traguardi prima inimmaginabili, porta infatti con sé diversi effetti “collaterali” – dalle ripercussioni sull’occupazione a quelle sulle nostre funzioni cognitive ed emotive – e numerosi interrogativi di natura pratica, etica e morale.

Umanità aumentata, di cosa parliamo

Quando parliamo di Umanità Aumentata facciamo riferimento ad uno scambio biunivoco tra uomo e macchina: cediamo un po’ della nostra umanità in cambio di assistenza alle nostre capacità percettive, cognitive e motorie.

Per farlo, partiamo dal Trend Report, Isobar che pochi mesi fa aveva predetto che il 2018 sarebbe stato l’anno in cui la tecnologia avrebbe definitivamente raggiunto e integrato quelli che sono i nostri attributi più “umanizzanti”, come le emozioni e le motivazioni, aumentando di fatto l’umanità di ciò che prima era considerata “solo una macchina”. Si pensi ai vari “Sophie”, versioni di un robot umanoide presentato in giro per il mondo negli ultimi mesi che “sorride, sbatte maliziosamente gli occhi, scherza, cambia espressione ed esprime concetti complessi”. Sophie è un androide sociale ed è stata creata con lo scopo specifico di apprendere e far apprendere empatia e compassione. L’assimilazione di tali nuove figure d’interazione ad esseri umani reali è ormai tale che Sophie ha persino ottenuto una sua cittadinanza. Vi ricorda qualcosa?

D’altra parte, il continuo sviluppo tecnologico nell’ambito delle -sempre più wearable- tecnologie cui stiamo assistendo in questi anni, incoraggia e promuove processi di integrazione tra device e schema corporeo dello user al punto che alcune tecnologie diventano via via più “trasparenti”; la loro presenza e fruizione viene notata sempre meno tanto più cresce il loro utilizzo, fino ad essere completamente inglobate nella rappresentazione corporea e dell’ambiente reale circostante. Tali tecnologie possono produrre numerose facilities nella quotidianità di tutti noi, si pensi ad esempio a campi di applicazione quali l’automotive o la domotica, ma possono anche avere l’obiettivo di incrementare e supportare (sino anche a sostituire) la performance umana, come in ambito sportivo o industriale.

Robot e lavoro: verso una umanità “sostituita”?

Se in alcuni ambiti questo scambio sembra aver già iniziato a produrre effetti positivi, in altri casi la scarsa conoscenza delle possibili conseguenze negative sta già causando le prime “vittime” di questo processo di integrazione. Si pensi al caso dell’occupazione lavorativa: un recente report pubblicato dall’OCSE ha messo in luce che, all’interno dei 32 Paesi coinvolti nello studio, sarebbe a rischio il 14% dei posti di lavoro per un totale di circa 66 milioni di lavoratori. Un dato interessante riguarda le differenze tra settori lavorativi e tra Paesi coinvolti. I lavoratori più colpiti saranno quelli impiegati nel settore agricolo e industriale. Il fenomeno riguarda più in generale tutti quei mestieri che si basano su una conoscenza e su una capacità ripetibile e riproducibile e per i quali non sono richieste particolari skills emotive e gestionali. Tuttavia, dati i più recenti sviluppi nell’ambito della robotica, siamo indotti a pensare che tale dato potrebbe in breve diventare valido anche per quei lavoratori che fondano la propria professionalità sull’interazione con l’utente, con il cliente, o addirittura con il paziente.

Per quanto riguarda invece le singole specificità nazionali, dal report emergono delle chiare distinzioni distributive: la media del 14% di posti persi sale a 33% quando si parla della Slovacchia o dell’Italia mentre crolla al 6% per la Norvegia. Tali numeri però sembrano essere imputabili più a differenze nell’organizzazione dei job tasks all’interno dei settori economici che a differenze nella strutturazione settoriale delle economie di per sé. Ciò lascerebbe auspicare che anche i Paesi che si trovassero a dover ri-occupare un terzo dei lavoratori, potranno contenere tali numeri lavorando sulle necessarie modifiche dei job tasks.

Nuove sfide pratiche e etiche

Nondimeno l’utilizzo massivo e – almeno in parte – improvviso di tali tecnologie ha colto alla sprovvista la nostra capacità di “sfruttare” in modo fisiologicamente adattivo queste nuove risorse esterne, dando vita a nuove sfide sia cliniche, come il tecno-stress o le tecno-addiction, sia sperimentali. I sempre più allarmanti risultati di ricerca che ci parlano di perdita di funzioni cognitive, di anomalie nella struttura neurale e di demenze digitali, ci costringono a porci quesiti di natura pratica (come impatterà tutto ciò sulle economie dei sistemi sanitari nazionali data l’ampiezza del fenomeno?) ma anche di natura etica e morale. Un altro aspetto fortemente dibattuto riguarda la difficoltà di stabilire confini tra la responsabilità umana e quella della macchina in caso di errori o incidenti. La crescente preoccupazione circa queste tematiche ha portato alla recente costituzione di un vero e proprio filone applicativo definito digital responsibility che si occupa di incrementare la consapevolezza circa gli impatti della tecnologia sulla nostra salute, sul nostro ambiente e sulla nostra società.

Le conseguenze delle distrazioni digitali sull’attenzione

Indubbiamente, tra tutte le funzioni cognitive, l’attenzione è quella maggiormente oggetto di indagine. Le abilità attentive, infatti, sono un presupposto indispensabile per ogni altra funzione cognitiva: il consolidamento di alcune memorie, l’apprendimento, la capacità di prendere decisioni sarebbero compromessi senza la possibilità di focalizzarsi su un oggetto o un concetto. Nel nostro nuovo mondo high-tech, l’attenzione è una delle funzioni del nostro cervello più messe alla prova: siamo continuamente “distratti” da segnali, notifiche e stimoli attivanti che provengono dai nostri devices e che ci procurano la erronea illusione di esserci evoluti in supereroi del multitasking quando invece siamo solo obbligati a switchare il nostro focus attentivo rapidamente (troppo) e continuamente, tragicamente bloccati in un loop di disengagement, shifting ed engagement dell’attenzione. Queste continue distrazioni ed interruzioni si configurano come segnali di interferenza per il nostro cervello, producendo disastri nelle capacità di applicare comportamenti goal-oriented. Le prime allarmanti evidenze a riguardo ci erano già state mostrate nel 2013 quando uno studio condotto da Microsoft aveva decretato che la nostra capacità di mantenere il fuoco attentivo si attestava (5 anni fa!) attorno agli 8 secondi, uno in meno rispetto alle performance di un pesce rosso. Il nostro cervello ha infatti delle capacità limitate in grado di riorganizzarsi parzialmente in caso di necessità. Ciò implica che, a parità di risorse attentive disponibili, la massiva presenza di informazioni che devono essere continuamente elaborate e valutate ci porta a dedicare sempre meno tempo a ciascun elemento informativo.

Overload emotivo, bambini e ragazzi a rischio

La situazione appare ancora più preoccupante se si pensa che questo overload a cui siamo sottoposti non è di sola natura cognitiva ma anche emotiva (stress, frustrazione ed impazienza sono ormai la norma piuttosto che l’eccezione), come proposto da Anne Rutkowski e Carol Saunders nel loro ECOM (Emotional and Cognitive Overload Model). Inoltre, gli effetti emotivi sono in parte connessi alle posizioni corporee che tendiamo ad assumere quando utilizziamo un pc o uno smartphone. Lo sbilanciamento laterale, la posizione ricurva verso l’interno, le spalle basse e il capo chinato sembrano infatti amplificare condizioni emotive negative con conseguenze psicologiche piuttosto rilevanti, soprattutto se si guarda all’impatto su bambini e giovani in crescita che sembrano essere gli individui più a rischio, talvolta non per propria volontà.

Boom della miopia (non solo visiva) 

Non sono da meno le conseguenze più strettamente mediche: in questo mare magnum di nuove coordinate nosografiche si sprecano i tentativi – talvolta francamente ingiustificati – di individuare nuove categorie diagnostiche, alcune delle quali sembrano ormai avere preso definitivamente piede senza possibilità di controvertere la tendenza. Si pensi ad esempio alla Computer Vision Syndrome che causa numerosi disturbi della vista e dolori fisici e affligge circa il 90% delle persone che usano uno schermo almeno 3 ore al giorno. Tra i sintomi più pericoli associati a questa sindrome vi è sicuramente la riduzione di una corretta rappresentazione visiva delle distanze (o miopia). Dagli anni ’70 ad oggi il numero di persone che soffrono di miopia negli Stati Uniti è raddoppiato arrivando a circa metà della popolazione. Le stime sono anche più catastrofiche per l’area asiatica dove Seul fa da capofila al cosiddetto Myopia Boom, con il 96% dei teenagers miopi. Questi dati appaiono ancora più inquietanti se affiancati alle numerose evidenze che ci mostrano tendenze in crescita anche per quei comportamenti impulsivi e incontrollati che non tengono conto delle conseguenze future e distanti delle proprie azioni, definiti in gergo myopic decisions, che fanno da preambolo a numerose patologie moderne e a comportamenti schizofrenici del mercato.

L’attenzione non è l’unica funzione cognitiva ad aver subito macroscopiche modifiche. Anche le nostre capacità mnestiche naturali hanno da tempo lasciato campo libero a sosia artificiali in forma di calendar, promemoria, assistenti vocali e, soprattutto, internet. Internet è il nostro hard drive esterno e le conseguenze di avere sempre a portata di click ogni possibile informazione utile ci ha portato ad essere sempre meno capaci di recuperare ricordi in memoria senza il supporto di un motore di ricerca.

Il progressivo disuso di alcune funzioni (nondimeno quelle relazionali e sociali) preoccupa se si pensa che, evolutivamente, ciò che non è funzionalmente necessario viene progressivamente eliminato e sostituito per far spazio a ciò che invece è più utile. Mai come ai giorni d’oggi la storia dell’umanità si è trovata ad affrontare tanti e tali cambiamenti dell’ambiente interno ed esterno. Siamo davvero davanti al nuovo Homo Sapiens Digitalis?

Il futuro dell’umanità

Nell’era della perdita di funzioni umane va però riconosciuto che la raffinazione della tecnologia e della sua possibilità di utilizzo ha permesso di raggiungere traguardi prima inimmaginabili in ambito medico e riabilitativo, ma anche in ambito ingegneristico e nella fisica, nell’architettura e nello spettacolo in generale, producendo addirittura nuove figure professionali e maggiore soddisfazione degli user finali, dal paziente al consumatore, e contribuendo a dare un nuovo (e necessario) impulso all’industria dell’innovazione. Ciò dimostra che una gestione corretta e consapevole di tali risorse può contribuire ad ottimizzare lo status quo degli esseri umani senza incorrere in eccessivi snaturamenti e rischi evolutivi.

Solo pochi giorni fa, sulla scia dell’anno precedente, Isobar ha rilasciato un nuovo Trend Report identificando quelle che saranno gli sviluppi dell’Umanità Aumentata per il 2019, tra cui spiccano i concetti di sé collettivo, di fiducia e di trasformazione dell’esperienza. Siete pronti?

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