L'analisi

Legge di bilancio 2020, la lotta all’evasione fiscale si scontra con la realtà

Le misure individuate nella Legge di bilancio 2020 puntano a contrastare l’evasione fiscale, tuttavia potrebbero sorgere difficoltà legate al reale livello di innovazione dell’Italia

02 Mar 2020
Nicola Testa

Presidente U.NA.P.P.A. Unione Nazionale Professionisti Pratiche Amministrative


Un importante obiettivo che si è posto l’attuale governo con la Legge di Bilancio 2020 riguarda la lotta all’evasione fiscale. Ma molte misure destinate al raggiungimento di questo scopo mostrano un evidente limite nei termini di quello che si direbbe un difetto di realtà. Vediamo che cosa si intende.

Il caso del Bonus Befana

Stiamo pensando, in particolare, allo scontrino elettronico, al cosiddetto “Bonus Befana”, cioè il cashback previsto per incentivare l’utilizzo di bancomat e carte di credito, oltre ad alcune altre misure collegate alla gestione del regime forfettario. Interventi giustamente finalizzati a contrastare il “nero”, e su questo sicuramente concordiamo, visti anche i buoni risultati fin qui ottenuti dall’introduzione della fattura elettronica, che dopo qualche mese di rodaggio ha comunque prodotto un maggiore gettito alle casse dello Stato, permettendo al tempo stesso di tamponare qualche falla sul piano finanziario.

Tuttavia tali interventi sembrano tenere in scarsa considerazione il livello reale di innovazione in cui si trova il paese, e ciò rischia ovviamente di pregiudicarne un’implementazione efficace. Un difetto di realtà che non deve implicare indulgenza verso l’evasione fiscale, un fenomeno che in Italia ha prodotto e continua a produrre danni straordinari al bilancio pubblico. Chi evade commette un reato, e sarebbe sbagliato giustificarne il comportamento alla luce di una meritevole lotta per sottrarsi alle grinfie di uno Stato ingiustamente persecutorio. L’evasione fiscale, sottraendo risorse all’intervento pubblico, soprattutto in fasi di recessione o esigua crescita economica, penalizza tutti, così come l’elusione fiscale o l’economia sommersa non possono considerarsi in alcun modo aspetti positivi del nostro sistema produttivo.

Le difficoltà

Proprio per rendere più efficace l’adozione di alcune giuste misure, e per evitare che possano infrangersi contro gli scogli di un sistema lento e con le sue inefficienze, è necessario guardare attentamente nelle pieghe di questi provvedimenti, soprattutto per quel che concerne le difficoltà che essi possono incontrare in fase di concreta attuazione.

In questo senso, non possiamo trascurare che l’introduzione dello scontrino elettronico comporterà, quanto meno nel breve periodo, settimane di difficoltà per gli operatori economici, che dovranno adattarsi al nuovo regime fiscale introducendo le necessarie innovazioni nella gestione del cash flow, dall’acquisto di nuovi registratori di cassa collegati on line con l’Agenzia delle entrate all’installazione della rete internet, della quale non tutti necessariamente dispongono all’interno del proprio negozio. Lo stesso si può dire per il cashback. In primo luogo perché non è ancora chiaro come avverrà lo storno o il recupero di alcuni costi di utilizzo a vantaggio di chi utilizzerà bancomat o carte di credito nei propri pagamenti. In secondo luogo, perché il funzionamento di un dispositivo POS, strumento indispensabile affinché un esercizio commerciale o un ufficio possa incassare un pagamento in moneta elettronica, richiede a sua volta la disponibilità di una buona rete internet.

Il nuovo regime forfettario

Infine – last but not least – il nuovo regime forfettario. Qui il regime agevolato con l’applicazione di un’aliquota al 20% per le partite IVA che ricavano fra i 65 mila e i 100 mila euro viene soppresso. E inoltre diviene necessario che il contribuente non abbia sostenuto spese sopra i 20 mila euro lordi per lavoro accessorio, lavoratori dipendenti, collaborazioni varie. Come associazione professionale abbiamo sempre espresso contrarietà a questo provvedimento che consideriamo tutt’ora ingiusto e discriminatorio, oltre che incentivante di un nanismo imprenditoriale di cui non abbiamo proprio bisogno, anzi il netto contrario. Siamo per aiutare chi ha bisogno, chi si affaccia alla professione, ma con questo provvedimento non si è fatto altro che alimentare la concorrenza al ribasso e la lotta tra poveri in un mercato sempre più competitivo. Competizione che vogliamo basata sulla competenza e non sullo sconto fiscale che entra in questo gioco. Malgrado tutto ciò non possiamo considerare normale, che si cambino in corsa le regole del gioco e in particolare per coloro che hanno fatto delle scelte operative e di impresa basandosi su un sistema e oggi sono costretti a rivederlo. Questa instabilità, forse normale nella politica, non lo è affatto nel sistema del business dove la fiducia e stabilità sono precondizione per lavorare. Al legislatore dovremmo ricordare che le scelte non astratte ma impattano sulla vita delle persone.

Lo scenario futuro

Nei prossimi mesi avremo modo di valutare l’effettivo impatto sia del nuovo regime forfettario sia dello scontrino elettronico che del “Bonus Befana”, per comprendere meglio la reale efficacia di queste misure: quali risultati saranno stati raggiunti e come avranno reagito gli operatori. Così come potremo verificare concretamente se l’introduzione dello scontrino on line abbia prodotto una maggiore propensione all’uso della moneta elettronica o se, viceversa, i consumatori non avendo ancora un’idea precisa degli incentivi collegati al suo maggiore utilizzo, rinunceranno a incrementare gli acquisti con bancomat o carte di credito.

Avanziamo queste considerazioni con grande realismo. Sappiamo ad esempio che quando ci rifiutiamo di considerare l’evasione un alibi nei confronti di una pressione fiscale che nel nostro paese è certamente eccessiva, possiamo apparire ostili al mondo dell’impresa. In realtà ci sentiamo soltanto fuori dal coro, dell’una e dell’altra parte, nell’unica convinzione che ciò che deve orientare il nostro giudizio sia anzitutto il benessere collettivo, compreso quello delle nostre imprese e in particolare in un’economia globale sempre più complessa. Per questo motivo, riteniamo che se siamo costretti a spendere qualche euro in più per attrezzarci (magari sono previsti sgravi o contributi) dobbiamo al tempo stesso ritenerci soddisfatti se, così facendo, si riesca a far emergere l’evasione fiscale e, soprattutto, se l’innovazione digitale applicata al fisco abbia permesso di far fare un passo in avanti al paese. Non solo in termini di equità e giustizia, ma anche snellendo le procedure di gestione amministrativa delle attività produttive.

Forse, da facilitatori di alcuni processi, quali siamo, avremmo potuto dare il nostro contributo, al pari di altri che magari hanno avuto modo di confrontarsi con il decisore pubblico, segnalando aspetti che spesso sembrano sfuggire al legislatore che spesso da l’impressione che le norme siano scritte da attori che non abbiamo mai avuto a che fare con il mondo che intendono regolare. O, peggio ancora, che prendano le mosse da una visione del paese parecchio lontana dalla realtà.

L’impatto sulla PA

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Non possiamo, inoltre, dimenticare gli effetti che le innovazioni di cui stiamo parlando avranno nell’ambito della Pubblica amministrazione, terreno assai più scivoloso date le condizioni di arretratezza in cui ancora si trovano pezzi importanti della macchina dello Stato. È di questi giorni, infatti, un intervento dell’ANCI, l’associazione nazionale dei comuni italiani, che ha segnalato al governo come molte amministrazioni locali, prime fra tutte le comunità montane, non disponendo – ancora oggi – di una rete internet minimamente decente, si trovino in grande difficoltà nell’utilizzo dello scontrino fiscale. Anche in questo caso, non stiamo dicendo che, per queste ragioni, sia preferibile non fare nulla. Ma stiamo dicendo che nessun cambiamento è destinato a fornire risultati efficaci se viene introdotto senza valutare opportunamente il terreno sul quale è destinato a produrre i suoi effetti. Perché altrimenti tali effetti rischiano addirittura di essere perversi o controproducenti.

Se parliamo di scontrino, infatti, non possiamo trascurare quanto il target di riferimento sia assai diverso da quello della fatturazione elettronica, la cui introduzione pur generando criticità, sia riuscita a fornire rapidamente ottimi risultanti. Ma questo grazie al fatto che la platea dei suoi destinatari era comunque costituita da soggetti ben organizzati sul piano amministrativo, oltre che più alfabetizzati sul piano informatico, se non direttamente quanto meno attraverso il supporto di professionisti competenti. Viceversa, l’insieme dei soggetti interessati dall’introduzione dello scontrino elettronico è molto più ampia e disomogenea, oltre che spesso meno attrezzata, soprattutto rispetto alle nuove tecnologie digitali. Perciò l’obbligo dello scontrino on line avrebbe dovuto avvenire in maniera più graduale, magari con le dovute eccezioni, in particolare in quei settori di attività – oltre che in quelle aree territoriali del paese – in cui più forte è il condizionamento del digital divide.

Secondo un recente Rapporto ISTAT del 2018, nel corso del decennio 2006/2016 gli italiani che non hanno mai utilizzato la rete sono scesi dal 63% al 32,7%. Non si tratta certo di percentuali entusiasmanti, soprattutto se si considera che l’Italia, nella seconda metà degli anni Ottanta, è stata fra i primi paesi europei ad accedere a Internet, dopo Norvegia, Regno unito e l’allora Germania dell’ovest. Se poi si considera l’International Digital Economy and Society Index, lo strumento con cui si è soliti il livello di digitalizzazione dei paesi, si vede che l’Italia si colloca al 25° posto nella classifica dei 28 paesi europei, prima soltanto di Bulgaria, Grecia e Romania. In Italia il digital divide riguarda soprattutto le persone meno istruite e quelle in età più avanzata, ma discrimina in maniera rilevante anche la dimensione territoriale, con intere aree del paese, soprattutto nel Mezzogiorno, che sono pressoché escluse dall’uso della rete, oppure fruiscono di una rete internet molto lenta e quindi quasi inutilizzabile.

Le priorità

In tal senso, torna di straordinaria attualità il ragionamento sull’innovazione tecnologica e digitale che ha accompagnato su queste pagine nei mesi alcuni nostri interventi. Giusto è cercare di contrastare l’evasione fiscale adottando misure che rendano più tracciabili i pagamenti. Anche se sappiamo che chi la fattura non la faceva prima, continuerà a non farla! E lo stesso ragionamento si può fare per lo scontrino elettronico. Tuttavia, grazie alla maggiore tracciabilità e all’incrocio dei dati, è assai probabile che qualche importante risultato si riesca a ottenere, consentendo al fisco di avere un quadro completo, oltre che in tempo reale, dello stato di salute delle attività produttive. E anche la gestione amministrativa e contabile di tali attività dovrebbe risentirne in maniera positiva, attraverso una semplificazione delle procedure, oltre che grazie a un’archiviazione più sicura e automatica della documentazione.

Ma non si può pensare di realizzare passaggi come l’introduzione dello scontrino elettronico e della moneta elettronica in modo immediato e indolore, oltre che efficace, senza considerare lo stato di relativa arretratezza in cui si trova il nostro paese. Dotare il paese di un’infrastruttura digitale e telematica efficiente, capillarmente diffusa e in grado di fornire buone prestazioni nello scambio di documenti, nel download come nell’upload, è quindi la principale di tutte le priorità. Così come lo è investire su un programma di alfabetizzazione informatica che incrementi la capacità di uso degli strumenti digitali in tutti i settori, dalla Pubblica amministrazione all’impresa. Una strada in parte già intrapresa con il Fondo nazionale innovazione e con i voucher per i manager dell’innovazione. Ma che ora richiederebbe un maggiore impegno per il cambiamento nella Pubblica amministrazione.

Infine, non basta definire insistere sulla valenza strategica dell’innovazione digitale per il paese. Occorre anche mantenere uno sguardo e una visione realistica di come il paese funzioni, di quali siano i suoi limiti e le sue possibilità concrete, anche al di fuori di internet e del web. In tal senso, eliminare l’applicazione del regime forfettario al 20% per chi fattura fra i 65 mila e i 100 mila euro rischia di produrre più danni che benefici. La realtà economica del nostro paese è fatta di tanti liberi professionisti che realizzano ricavi molto prossimi alla soglia dei 65 mila euro. Francamente al di sotto di quella soglia è assai probabile che gli incentivi a intraprendere una libera professione siano anche molto limitati.

Conclusione

Non sostenere con adeguate agevolazioni fiscali le libere professioni, soprattutto i piccoli professionisti, anche quelli che non fanno riferimento agli ordini professionali tradizionali, rischia non di essere un’efficace misura di contrasto all’evasione fiscale ma una pessima riforma, destinata ad avere effetti perversi sul livello di nostro tasso di occupazione e sulla produttività complessiva del sistema Italia.

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