IL PUNTO

Legal tech, la digitalizzazione dei servizi giuridici: lo stato dell’arte

Il 2019 è stato un anno record per gli investimenti in legal tech, mercato in cui si sta imponendo la trasformazione digitale. Tuttavia, non mancano i problemi

17 Giu 2020
Nicola Di Molfetta

giornalista, autore di Lex Machine, direttore di Legalcommunity.it e MAG

LegalTech

Quello appena trascorso, è stato ancora un anno record per gli investimenti globali nel legal tech. Per il secondo esercizio consecutivo l’industria della tecnologia del diritto ha raccolto capitali per più di un miliardo di dollari a livello globale. Si tratta di un segnale importante che conferma il processo di trasformazione in corso all’interno del mercato dei servizi legali. Un trend in cui l’impatto della tecnologia si fa sempre più marcato, soprattutto nella gestione di alcune specifiche tipologie d’attività.

Legal tech in Italia

La tendenza alimentata dalla crescente richiesta di efficienza da parte dei clienti che chiedono ai loro consulenti legali un’assistenza efficace a prezzi contenuti. Uno scenario che è osservabile anche in Italia, come ho raccontato in Lex Machine, libro inchiesta dedicato al fenomeno dell’innovazione nel mercato dei servizi legali. Dopo un 2018 chiuso con capitali raccolti per più di 1,5 miliardi di dollari, anche l’anno appena trascorso ha fatto segnare, a livello mondiale, investimenti miliardari nel comparto legal tech. Secondo gli ultimi dati disponibili solo nei primi nove mesi dell’anno sono stati realizzati investimenti per più di 1,2 miliardi di dollari.

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E questa cifra, ovviamente, tiene conto delle sole operazioni di cui si conosce il valore in via ufficiale (il mega investimento del private equity Permira nella piattaforma di contract lawyering Axiom, per esempio, non è incluso). Le due operazioni più rilevanti del 2019, al momento in cui scriviamo, sono rappresentate dai 250 milioni di dollari ottenuti (in un round D sostenuto da Tcv e Jmi Equity) da Clio, società canadese che sviluppa software di law practice management e dai 200 milioni incassati dall’americana Onit, che si occupa di legal e contract management e automation, grazie all’investimento del private equity K1. Per capire l’importanza del momentum, basta considerare che 1,5 miliardi di dollari è la cifra raccolta dall’industria legal tech a livello globale nel periodo compreso tra il 2010 e il 2017. L’accelerazione registrata, quindi, non può passare inosservata.

Legal tech, che cos’è: la definizione

Ma quando si parla di legal tech, cosa si intende esattamente? Il punto è fondamentale per comprendere correttamente l’argomento. Con la locuzione legal tech, infatti, non ci si riferisce al diritto delle tecnologie ovvero alle branche giuridiche che studiano e affrontano tutte le tematiche legali connesse allo sviluppo e alla diffusione della tecnologia in comparti economici tradizionali (dall’industria alla medicina) o di nuova generazione (si pensi all’intero e variegato universo di internet), bensì si fa riferimento al comparto economico costituito dalle imprese che producono servizi giuridici a beneficio di addetti ai lavori (studi legali, avvocati, direzioni affari legali, forze dell’ordine) e privati cittadini (consumatori). Il legal tech sta al settore dei servizi legali così come il fintech sta a quello dei servizi finanziari.

Si tratta ancora di un’industria agli albori. E se questo è vero a livello globale, lo è ancora di più a livello locale. In Italia il primo censimento dell’eco sistema legal tech nazionale è stato fatto a fine 2019 da Legal Tech Forum e Kopjra. È nato così un osservatorio battezzato Legal Tech Network che ha contato, ad oggi, la presenza in Italia di 39 start up legal tech. Si tratta, nella stragrande maggioranza dei casi di iniziative imprenditoriali a livello embrionale. Il 46% di questo insieme di realtà è rappresentato da semplici progetti. Le start up sono il 36%. Mentre le scale up sono l’8% del totale. Una su due di queste realtà è nata solo nell’ultimo triennio. Mentre il loro fatturato medio supera di poco i 500mila euro (la più grande fra queste registra ricavi pari a 2,4 milioni).

Le aree di intervento

Le aree di attività in cui sono maggiormente concentrate queste micro aziende (il numero medio di dipendenti è pari a 9) sono trust services, reg tech, ip protection, legal management, gdpr, blockchain ecc. La prima legal tech italiana (fondata nel 2009), come racconto in Lex Machine, è stata Iubenda. Il prodotto è quello che in gergo si chiama Saas (software as a service, un software in abbonamento) concepito per generare privacy e cookies policy in maniera semplice e a costi accessibili. In particolare, la start up fondata da Andrea Giannangelo è stata anche una delle prime (e ad oggi ancora poche) realtà a essere state in grado di attirare l’attenzione del venture capital: la società, infatti, è nel portfolio di Primomiglio Sgr.

Per venire ad anni più recenti e più precisamente al 2018, è Lexdo.it a chiudere un round di finanziamento da 850.000 euro che, sommati ai 250mila messi assieme in fase di avvio, portano a un milione di euro le risorse a disposizione della piattaforma che genera contratti e documenti legali online. A sostenere il progetto creato da Giovanni Toffoletto ci sono una serie di business angel e il fondo di venture capital Boost Heroes, co-fondato da Fabio Cannavale (tra i creatori di eDreams, volagratis, lastminute.com e Destination Italia). Nel 2019, invece, il progetto Cop (chiodiapaga.it) ottiene il sostegno del fondo di impact investing Oltre Venture in un primo round seed da 200mila euro. Il fondo, a maggio 2018, aveva già finanziato un altro progetto a forte contenuto legale, investendo (assieme all’imprenditore Giorgio Gandini e Sdg Group) 1,2 milioni di euro in KeyCrime, start up produttrice di un software anticrimine basato su sistemi di predictive policing.

Chi latita, tra i supporter delle prime legal tech italiane sono gli studi legali. Contrariamente a quanto si osserva all’estero e in particolare nel Regno Unito (dove, come emerge in Lex Machine ci sono diverse law firm, da Allen & Overy a Slaughter and May, che hanno dato vita a veri e propri incubatori al loro interno), da noi sono ancora pochi gli avvocati che decidono di scommettere su questo tipo di progetti/prodotti. Tra i casi noti va ricordato quello dell’avvocato Stefano Previti e dello studio Casalini Zambon che nel 2017 hanno investito 310mila euro in Kopjra, start up che ha realizzato una delle più interessanti piattaforme Saas che si occupano della protezione di prodotti tutelati da diritti d’autore. Tra le attività svolte più di recente, come riportato da un articolo del Sole 24Ore dello scorso 6 febbraio (Il successo di «Tolo Tolo»: caccia preventiva ai pirati) l’affiancamento del team di Mediaset che si occupa della tutela del copyright in occasione dell’uscita dell’ultimo film di Checco Zalone.

Legal tech e start up: gli obiettivi

Tra gli altri casi di collaborazione tra start up innovative focalizzate nel settore dei servizi legali e studi professionali c’è quello di Deloitte legal che nel 2018 ha acquisito la start up In2law dando vita a un vero e proprio caso di open innovation professionale trasferendo nella dimensione dello studio legale la logica tipica del mondo legal tech del software as a service e dando così vita al primo progetto italiano di law as a service. L’obiettivo di questa come di molte altre iniziative che avvicinano il più tradizionale mondo degli studi legali a quello della tecnologia del diritto è semplice: rispondere in maniera efficace alla richiesta di efficienza che arriva sempre più frequentemente da parte dei clienti.

L’età dell’innovazione corrisponde a una stagione di rivolgimento in cui è il mercato a guidare l’evoluzione del settore legale spingendo gli operatori a organizzarsi in modo nuovo; a declinare la propria attività in chiave di servizio e di prodotto; a esplorare nuove frontiere aprendosi alla tecnologia; e a innovare i modelli operativi più classici integrandoli con inedite linee di business. Tutto nel tentativo di dare vita a un processo all’interno del quale le idee vengono trasformate in soluzioni che creano valore per i clienti. Una ricerca pubblicata da Mopi e Aigi nel 2019 e intitolata Le nuove sfide per i giuristi d’impresa chiarisce bene lo scenario. Nell’indicare le iniziative intraprese per aumentare l’efficienza della propria attività, i giuristi in house interpellati (general counsel e direttori affari legali) segnalano il maggiore uso di strumenti tecnologici di supporto al lavoro legale (33,6%). I casi si moltiplicano. Intervistato a settembre 2019 da MAG (il quindicinale di LC Publishing) Marco Pierettori, chief legal officer di Investindustrial racconta come tutta una serie di attività, come la revisione preliminare di contratti standard come gli nda (non disclosure agreements) vengano ormai realizzate utilizzando software di intelligenza artificiale.

Il caso Unicredit

Essere in grado di ridisegnare la propria offerta di assistenza anche utilizzando strumenti come questi, sviluppati in tandem con una legal tech o in maniera autonoma, può essere determinante per uno studio legale al fine di non perdere grip sulla clientela più evoluta ovvero per immaginare assieme ai clienti un modo nuovo di declinare la propria attività di assistenza. Il caso più interessante da questo punto di vista risale a poche settimane fa e più precisamente a quando a gennaio 2020 Unicredit ha dato vita a uno studio legale, costituito in forma di società tra avvocati per azioni assieme agli studi La Scala e Nctm. Un progetto inedito, che si focalizza sulla gestione del contenzioso passivo bancario e della consulenza legale ricorrente e che si nutre di innovazione di processo e, neanche a dirlo, d’innovazione tecnologica.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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