La riflessione

Industria 4.0, innovazione e costo del lavoro: ecco tutti gli obiettivi della Nadef

La lettura della Nadef – Nota di Adeguamento del Documento di Economia e Finanza permettere di capire quali sono gli scopi del Governo, delineando possibili scenari in materia di agevolazioni fiscali, trasformazione digitale e lavoro. Approfondiamo

21 Ott 2019
Nicola Testa

Presidente U.NA.P.P.A. Unione Nazionale Professionisti Pratiche Amministrative

industria 4.0

Il Consiglio dei ministri del secondo Governo Conte ha da poco rilasciato la Nota di Adeguamento del Documento di Economia e Finanza, il suo primo dispositivo di natura economica, in vista della Legge di bilancio per il 2020.

Obiettivo strategico dichiarato del nuovo Governo è il rilancio della crescita economica e dell’occupazione, nel rispetto dell’equità, dell’inclusione sociale e della sostenibilità ambientale, assicurando e un forte supporto allo sviluppo con azioni adeguate che lo consentano. Non ultimo in ordine di importanza l’equilibrio dei conti pubblici e la piena compatibilità con i vincoli e gli impegni presi a livello europeo. Il testo offre l’occasione per una riflessione sulle priorità da affrontare e sulla necessità di semplificazione delle procedure.

Gli obiettivi del Governo

Per raggiungere l’equilibrio dei conti e la compliance ai vincoli europei, l’esecutivo indica quali strumenti privilegiati la revisione della spesa, le agevolazioni fiscali e la lotta all’evasione. Nulla da eccepire, se non che si tratti di un compito arduo e ambizioso, rispetto al quale l’attuale stato di salute dell’economia italiana non sembra rappresentare lo scenario più favorevole. Del resto, lo stesso governo nella Nadef, a pagina V della Premessa, non nasconde le difficoltà insite in questo impegno, soprattutto per quanto concerne l’attivazione degli strumenti individuati, “dato l’elevato onere a cui sono sottoposte le famiglie e le imprese che non evadono il fisco e data la difficoltà di attuare un’efficace revisione e riqualificazione della spesa in tempi limitati”.

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Il proposito del governo, dopo aver garantito la sterilizzazione delle clausole IVA, è quello di sostenere un obiettivo di crescita economica pari allo 0,6%, con una previsione di riduzione del debito dal 135,7% al 135,2%, cioè un margine limitato allo 0,5%, per lo più attribuibile alla stessa previsione di crescita. Le risorse necessarie a finanziare questa strategia dovrebbero essere assicurate attraverso una maggiore efficienza della spesa pubblica, la lotta all’evasione fiscale e la tracciabilità dei pagamenti, l’introduzione di nuove imposte ambientali e la riduzione dei sussidi alle produzioni inquinanti, più altre misure minori. A completamento della manovra economica, il governo dichiara infine di voler portare all’approvazione un pacchetto di 23 disegni di legge nel prossimo triennio (2020-2022).

Industria 4.0 e innovazione

Dal punto di vista dei temi di nostro interesse, tre sono gli ambiti di intervento di maggiore rilevanza: la semplificazione normativa, le agevolazioni fiscali (correlate a lotta all’evasione e contrasto dell’economia sommersa) e il costo del lavoro. A questi tre filoni fondamentali si aggiungono poi gli interventi in materia di innovazione, la revisione del Codice civile e la tanto propagandata transizione ecologica del Paese. Anzitutto dobbiamo sottolineare come nella Nadef se, da un lato, il tema dell’innovazione viene esplicitamente richiamato, con la dichiarata intenzione di rinnovare Industria 4.0 e di promuovere un disegno di legge sull’economia dell’innovazione e la possibilità di attrarre nuovi investimenti, dall’altro si parla ben poco di semplificazione, al di là del solito richiamo agli aspetti giuridici della semplificazione normativa e della cosiddetta de-codificazione.

Tema che non trova soluzione per la scarsa attitudine del Legislatore ad ascoltare chi la mancata semplificazione la subisce. E sul punto non possiamo esimerci da mettere in evidenza che è un tema che sta a cuore anche a chi di mestiere fa il “facilitatore” come noi. Se arriviamo a dire che serve “semplificare” vuole dire che abbiamo superato ogni limite e questo perché l’approccio alla semplificazione è astratto e mai innovativo come invece dovrebbe essere. Si sostituisce il “modulo” con il “modulo” digitale ma questo nella realtà complica non semplifica. Infatti abbiamo forse abbassato il livello delle “code agli sportelli” ma ne abbiamo create altre e più complicate. Pensiamo ad esempio al diretto impatto del “telematico” è sparito il supporto dell’operatore che prima era in ogni caso un aiuto in itinere. E’ il nostro mestiere pertanto qualcosa sul punto avremmo da dire se ascoltati con maggiore attenzione e interesse non solo superficiale e di facciata.

Le priorità per il prossimo triennio

Fra i 23 disegni di legge prioritari per il prossimo triennio, infatti, si menzionano interventi relativi alla semplificazione e al riordino in materia fiscale, oltre che alla semplificazione normativa e amministrativa rispetto alla redazione di testi unici. Ancora una volta, quindi, lo strumento privilegiato per la semplificazione sembra essere quello dell’ulteriore regolamentazione giuridica. Non c’è proprio niente da fare: su questo tema, che prima ancora che politico e di governo è proprio di natura culturale, sia a destra che a sinistra faticano a intendere che la strada per la semplificazione normativa e amministrativa, oltre che fiscale, passa attraverso la riduzione della regolamentazione e la costruzione in un contesto meno legiferato di nuove buone prassi.

Servono pratiche più snelle e procedure più chiare, così come serve accompagnare l’introduzione di nuove forme di regolazione semplificata con agenti della semplificazione che abbiano le competenze professionali necessarie per rendere più efficace il ricorso alle nuove procedure. E sul punto dobbiamo per forza di cosa fare autocritica, spesso è difficile raggiungere risultati anche per il fatto che le professioni non operano in modalità comune e di confronto ma assai spesso come antagonisti e questo frena anche la possibilità di calare “a terra” molte azioni che spesso rimangono sulla carta. Nel nostro caso proponiamo la “figura del procuratore telematico” un termine che abbiamo clonato solo dare una chiara identificazione ad un soggetto che oggi non può più essere solo consulente ma deve avere anche altre competenze trasversali. Tutti dobbiamo fare un passo indietro per fare tutti insieme due in avanti.

Il caso Green New Deal

Prendiamo il caso del cosiddetto Green New Deal, cioè la transizione ecologica del sistema paese che il governo italiano vorrebbe realizzare nello spirito della cosiddetta green economy. Un progetto che di per sé potrebbe rappresentare anche un’ottima opportunità di semplificazione amministrativa. Già oggi gli insediamenti produttivi di grandi dimensioni implicano delle procedure sulla valutazione dell’impatto ambientale delle attività. Ed è assai probabile che una riconversione ecosostenibile di interi ambiti economici e produttivi richiederà ulteriori procedure di verifica della compatibilità ambientale. Si tratta quindi di accettare una nuova scommessa, immaginando che le pratiche di valutazione dell’impatto ambientale vengano costruite secondo una logica nuova, in grado di integrare procedure formali più flessibili e leggere con un supporto professionale in grado di accompagnare le imprese nelle attività di certificazione. Va progettata una nuova sussidiarietà tra pubblico e privato anche in questo segmento, che possa essere vista come collaborativa e non antagonista o predatoria.

Agevolazioni fiscali e moneta elettronica

In una prospettiva più ampia, quindi, la semplificazione non deve necessariamente passare dalla regolamentazione, ma può benissimo affermarsi attraverso nuove e più efficaci forme di regolazione, non necessariamente collegate alla ri-codificazione e alla stesura di nuovi Testi unici di legge. E veniamo così al secondo ambito di intervento della Nadef di nostro interesse, quello delle agevolazioni fiscali, che costituisce un ulteriore esempio di ciò che stiamo sostenendo.

Il contesto nel quale tali agevolazioni si inseriscono è quello dello scontrino fiscale e della fatturazione elettronica, che di per sé potrebbero già rappresentare degli strumenti utili a contrastare l’economia sommersa, soprattutto se accompagnati da misure, al momento inesistenti, in grado di generare gli incentivi più adeguati affinché gli utenti avvertano un interesse al loro utilizzo. Ora il governo intende favorire il passaggio dalla moneta cartacea a quella elettronica, al fine di semplificare e ammodernare il nostro sistema dei pagamenti e al tempo stesso contrastare l’economia sommersa e il nero. Però l’introduzione della moneta elettronica non è di per sé sufficiente, se non viene accompagnata da un’eliminazione delle commissioni, che già in passato il governo Monti cercò senza successo di eliminare, e che rappresentano un’evidente contraddizione con la necessità di rendere quotidiano il ricorso a bancomat e carte di credito.

Nel mondo dei nostri professionisti il ricorso alla moneta elettronica è già di per sé diffuso, dato che essa rappresenta uno strumento di pagamento meno rischioso e di più automatica contabilizzazione. Tuttavia i professionisti per primi ritengono assai difficile raggiungere un livello più sistematico di utilizzo di bancomat e carte di credito per l’onere eccessivo rappresentato dalle commissioni su ogni transazione elettronica e da molte voci di spesa che sono di fatto anticipate per conto terzi e come tali non producono reddito, pertanto non devono produrre costi. Qui servirebbe una revisione analitiche della questione “pagamenti” per ambiti e settori oltre che per tipologia di adempimenti da gestire.

Il costo del lavoro

Veniamo infine al terzo ambito di intervento della Nadef di nostro interesse, inerente il costo del lavoro. Qui l’intervento sul cosiddetto cuneo fiscale, quanto mai atteso, è certamente utile. Anche se dal punto di vista di un professionista che non opera nel contesto degli studi legali o di consulenza del lavoro, che si trova ad operare nella solitudine della sua Partita IVA e spesso senza dipendenti, o in quella della micro impresa, non ha alcuna rilevanza. Viceversa, nel nostro caso incide molto di più l’effetto del raccordo fra tasse sul lavoro e gestione previdenziale separata. Considerato anche che nella stragrande maggioranza delle piccole attività il socio o titolare dell’attività è al tempo stesso prestatore d’opera per quella stessa attività. Con ciò, in qualità di titolare o socio dell’attività, si trova a sostenere una duplice trattenuta: da un lato, come socio, paga la previdenza alla gestione commercianti e, dall’altro, in quanto prestatore d’opera, paga la previdenza alla gestione separata. E poiché la gestione commercianti presenta coefficienti di ricalcolo superiori alla gestione separata, il nostro malcapitato è costretto a una duplice contribuzione che gli frutterà meno del versato dal punto di vista previdenziale.

Un primo passo in avanti potrebbe essere fatto modificando il funzionamento della gestione separata sulla base di una più chiara classificazione delle attività attraverso una revisione dei codici Ateco, che peraltro sarebbe utile aggiornare anche per contrastare il deprecabile fenomeno delle false Partite IVA. La revisione dei codici Ateco costringerebbe a definire comparti più chiari, mirati e – di conseguenza – più facilmente aggiornabili, per tutte quelle attività che oggi risultano soltanto ambiguamente riconducibili al codice IVA. Si tratta di un problema che di fatto pregiudica alla fonte la capacità competitiva di molti nel mercato dei servizi. Al pari della cosiddetta Flat Tax (che in realtà tale non è), almeno quella attualmente in vigore, che auspichiamo possa essere quanto prima rivista, in modo tale da diventare più universale e di supporto ai nuovi diversi operatori presenti nel complesso mercato delle professioni. Siamo infatti dell’avviso che l’efficacia di una misura di questo tipo debba misurarsi soprattutto attraverso la capacità di essere utile a tutti, soggetti nuovi e piccoli compresi, per non pregiudicare l’equilibrio di un sistema professionale e di micro impresa molto articolato, oltre che già compromesso da interventi legislativi poco in grado di comprenderne l’effettiva realtà. In definitiva, non vorremmo che la Flat Tax finisca col risultare discriminante, favorendo in ultima istanza l’economia sommersa oltre che una sorta di nanismo imprenditoriale necessitato da un’iniqua griglia fiscale.

Conclusione

L’obiettivo strategico della Nadef, come abbiamo detto, è assai ambizioso. Alcune fra le soluzioni proposte nel documento sono al momento semplicemente accennate, perciò bisognerà vedere nello specifico i singoli provvedimenti una volta che saranno stati adottati dal Governo. Affinché tali soluzioni possano risultare efficaci è però necessario siano intese come parte di un più complessivo processo di semplificazione, non solo normativa, delle procedure amministrative e fiscali. Alcuni interventi che potrebbero inquadrarsi in questa prospettiva, coerentemente con gli scopi dichiarati dall’esecutivo, li abbiamo suggeriti. L’aspettativa, come in tante altre occasioni, è che questa sia finalmente la volta buona. La speranza è di non essere smentiti.

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