Industria 4.0, la tecnologia è inutile senza strategia: il modello da seguire - Agenda Digitale

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Industria 4.0, la tecnologia è inutile senza strategia: il modello da seguire

Se manca una strategia industriale, la tecnologia da sola non può modernizzare gli impianti. Per un vero cambiamento serve un Paese 4.0, con una amministrazione efficiente, una giustizia veloce, una classe dirigente pubblica e privata all’altezza delle sfide che e infrastrutture degne di un paese avanzato

26 Nov 2020
Enrico D'Elia

Ministero dell'Economia e delle Finanze

Il paradigma di Industria 4.0 nasce dalla consapevolezza che non è sufficiente disporre di singoli apparati di produzione e delivery tecnicamente all’avanguardia se questi non “comunicano” tra loro. Per ottenere incrementi di produttività significativi è indispensabile connettere i vari elementi della supply chain per coordinarli tra loro. Le nuove tecnologie “abilitanti” offrono diversi strumenti per perseguire questo obiettivo, a partire dall’internet delle cose e la nuova sensoristica, fino al cloud computing, la robotica avanzata, le tecniche di analisi dei big data e l’intelligenza artificiale.

Tuttavia, l’uso efficiente di questi elementi richiede un coordinamento tra le varie azioni, e non solo all’interno di ciascuna fabbrica, perché ci sono buoni motivi per pensare che la mancanza di coordinamento (che poi è una delle tante forme del sonno della ragione) generi mostri.

L’AI non serve senza una precisa strategia industriale

Nonostante i progressi dell’intelligenza artificiale, non ci si può illudere che la tecnologia, per quanto avanzata, possa sostituirsi al buon management e alla buona politica per rilanciare l’economia italiana. Al di fuori di un disegno complessivo, l’efficientamento di singoli segmenti del sistema produttivo attraverso le nuove tecnologie rischia di produrre delle cattedrali nel deserto paragonabili a quelle finanziate negli anni Sessanta e Settanta, con un enorme spreco di risorse e risultati poco duraturi. Il collegamento delle macchine all’interno di una fabbrica e persino lungo una singola filiera produttiva può dunque risultare inutile (e costoso) se non esiste una precisa strategia industriale, che guidi lo sviluppo del Paese.

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Industria 4.0

Un esempio da manuale dei danni che può fare la tecnologia mal governata è il flop dell’app Immuni (e di altre simili in vari paesi), che non riesce a svolgere il suo prezioso compito perché poco diffusa e gestita anche peggio. Come molte applicazioni dell’Industria 4.0, Immuni si basa su software e un database molto sofisticati e su una rete di connessioni efficiente e sicura, tuttavia i buchi informativi nella filiera dei contagi la rendono sostanzialmente inutile. All’opposto, un esempio di bassa tecnologia ben organizzata è il modello di Amazon, che impiega personale poco qualificato (facchini, magazzinieri, corrieri) dotato di strumenti molto tradizionali (carrelli e furgoni) che però è coordinato da un sofisticatissimo sistema di intelligenza artificiale che guida perfino i loro gesti all’interno dei magazzini. Qualcosa di simile si sta affermando nei ristoranti, dove, anche “grazie” al Covid, le prenotazioni, i menù cartacei, l’ordine e il coordinamento delle “comande” in cucina, sono sempre più spesso sostituiti da app utilizzabili ovunque. Al di là di alcuni aspetti discutibili (come i ritmi di lavoro e la riduzione del personale imposti dalle nuove tecnologie) è probabilmente questo il modello di Industria 4.0 più adatto alla nostra economia.

La “spinta gentile” che manca per la modernizzazione degli impianti

I diversi piani lanciati dagli ultimi governi, dal 2016 in poi, hanno stanziato circa 40 miliardi fino al 2028, tra incentivi, contributi a fondo perduto e garanzie, con effetti differenziati tra settori e tipologie di imprese, come dettagliato da Marco Calabrò e Paolo Carnazza (2019).[1] Si tratta di provvedimenti ancora molto sbilanciati a favore dell’acquisto di macchinari, piuttosto che al loro coordinamento. Inoltre, mancano ancora vari decreti attuativi e soprattutto una vera mobilitazione della macchina pubblica per il raggiungimento degli obiettivi fissati dal legislatore. Viene da pensare che l’uso efficiente di vecchie tecnologie, come la penna e il telefono, da parte di parecchi policy maker e grand commis potrebbe dare risultati migliori di una vasta operazione di modernizzazione degli impianti che però non porti ad un effettivo coordinamento tra iniziative imprenditoriali, seppure rese efficientissime al loro interno grazie ad incentivi molto generosi. Non si tratta di tornare alla vecchia programmazione dirigistica degli anni sessanta, ma di guidare lo sviluppo con quella “spinta gentile” (“nudge”) che ha fruttato il premio Nobel all’economista americano Richard H. Thaler nel 2017.[2] Oltre ad intervenire sul lato della capacità produttiva, è infatti indispensabile migliorare le prospettive di domanda per le imprese, se non ci si vuole avvitare in una nuova spirale deflazionistica di eccessi di offerta, calo dei prezzi e dei redditi, contrazione della domanda interna e bassi investimenti, come quella sperimentata negli ultimi anni. Perfino la Cina, col suo nuovo piano quinquennale, sta abbandonando il modello di sviluppo basato sull’aumento dell’offerta destinato soprattutto ai mercati esteri a favore di uno più indirizzato a sodisfare la domanda interna.[3]

Circuiti idraulici e sistemi economici

Qualsiasi ingegnere sa bene quanto sia pericoloso mettere semplicemente in sequenza due macchine che ottimizzano il proprio comportamento in funzione dei propri input e dei propri output, senza tener conto delle reazioni degli altri componenti del sistema. Nella migliore delle ipotesi, si generano fluttuazioni indesiderate del risultato finale e degli input primari attorno a qualche valore stazionario, nel caso peggiore il sistema diventa incontrollabile. Ad esempio, basta montare un termomiscelatore elettronico a valle di una caldaia di ultima generazione per trasformare una doccia in una sauna finlandese indesiderata, con una alternanza di acqua bollente o gelida che fuoriesce ad una pressione che varia in modo quasi imprevedibile. Infatti, mentre il miscelatore cerca di stabilizzare la temperatura ed il flusso dell’acqua nella doccia, regolando istantaneamente l’entrata dell’acqua calda, la caldaia cerca di fare lo stesso, reagendo alla diversa “domanda” del componente finale: se l’acqua per la doccia è troppo fredda il miscelatore preleva più acqua dalla caldaia e questa la scalda di più, provocando immediatamente una reazione contraria del miscelatore, che però provoca un brusco raffreddamento dell’acqua sotto la doccia. Se il malcapitato utente agisce sul miscelatore finisce addirittura per amplificare questo “overshooting”.

Una soluzione per evitare simili incidenti è quello di rallentare i tempi di reazione (latenza) dei due meccanismi, in modo da consentire a quello a valle di adattarsi all’output di quello a monte senza tuttavia generare feedback abbastanza forti da cambiare il comportamento di quest’ultimo. In questo modo, però, si perdono molti dei vantaggi degli apparati smart, soprattutto in termini di riduzione dei consumi. Un sistema di questo tipo finisce così per essere inefficiente quanto uno di vecchia concezione e costoso e vulnerabile quanto uno di ultima generazione. Una soluzione più razionale, adottata dalla domotica, è quello di far comandare caldaia e miscelatore da un’unica centralina in grado di ottimizzare l’intero ciclo del prodotto, dall’ingresso dell’acqua e del gas, fino alla produzione di acqua calda alla temperatura ed alla pressione desiderate.

Nei sistemi economici, che sono infinitamente più complessi di un circuito idraulico, i conflitti tra agenti ottimizzanti non coordinati tra loro possono portare a crisi periodiche e, in ultima analisi, ad una crescita molto inferiore a quella potenziale. Non è un tema nuovo, tanto è vero che ha dominato il dibattito economico almeno dai tempi di Keynes, tuttavia oggi questo rischio è ancora maggiore perché i sistemi economici attuali sono composti da soggetti che reagiscono molto velocemente ad ogni shock, senza dar tempo alla “mano invisibile” e al “tâtonnement” (ossia ad un processo convergente di tentativi ed errori) di rimettere le cose a posto.[4] Da tempo, la teoria economica ha mostrato che anche la sola eventualità di fluttuazioni incontrollate può essere, di per sé, un freno alla crescita. L’incertezza riduce infatti gli investimenti e le fasi cicliche negative determinano perdite che non possono essere più recuperate in termini di mancata produzione (soprattutto di beni deperibili e servizi, che evidentemente non possono essere immagazzinati in attesa di tempi migliori). Questi fenomeni di “isteresi” sono particolarmente dannosi per il capitale umano, che si deteriora facilmente in caso di prolungata inattività.[5] Uno shock come quello della Grande Recessione del 2008 o quello più recente del Covid 19 hanno letteralmente bruciato intere coorti di lavoratori, anche molto qualificati, che hanno perso un’occupazione o hanno dovuto ritardare il loro ingresso sul mercato del lavoro.

Conclusioni

Il semplice lancio di un programma pluriennale come Industria 4.0 può ridurre l’incertezza degli imprenditori e i conseguenti fenomeni di isteresi, ma per farlo il programma deve essere credibile e soprattutto deve essere implementato senza tentennamenti dai diversi governi che si succederanno, come sottolineato anche recentemente da Bianchi (2018).[6] Da questo punto di vista, ha provocato danni anche la richiesta di approfondimenti e aggiustamenti da parte degli ultimi due gabinetti, seppure legittima e fondata. Alle “tecnologie abilitanti” si dovrebbe forse aggiungere uno strumento che renda irreversibili alcune scelte strategiche, come è stato fatto per la politica monetaria europea con l’adozione di “cambi irrevocabilmente fissi” nel 1998 e il varo dell’euro nel 2002. Non ci si può aspettare un commitment dei governi altrettanto forte anche nel caso delle politiche industriali, ma è già un buon inizio la previsione di stanziamenti su un arco decennale anziché di pochi anni, come per altre politiche economiche. È un’ottima notizia anche il fatto che il piano Industria (o Impresa) 4.0 utilizzi strumenti molto tradizionali, ben conosciuti ed apprezzati dagli imprenditori, come i crediti di imposta e gli sgravi per l’acquisto di beni strumentali previsti dalla legge Sabatini per la prima volta nel lontano 1965 e rinnovati con successo dai governi seguenti, seppure con denominazioni differenti. La certezza del diritto è infatti uno degli elementi essenziali per stimolare scelte di lungo periodo come quelle che riguardano gli investimenti in capitale fisico e umano. Ma forse per raggiungere questa stabilità normativa sarebbe necessario un piano per un Paese 4.0, con una amministrazione efficiente, una giustizia veloce, una classe dirigente pubblica e privata all’altezza delle sfide che ci attendono e infrastrutture degne di un paese avanzato. La tecnologia, da sola, può ingenerare false speranze, rivelandosi, anche solo per questo, dannosa.

  1. CALABRÒ, Marco; CARNAZZA, Paolo. “Le nuove sfide tecnologiche e le principali risposte della politica industriale”. Argomenti, 2019, Vol. 13, p.26-62.
  2. Richard H. Thaler, Cass R. Sunstein (2009), Nudge. La spinta gentile, Feltrinelli.
  3. Vedi https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/xi-jinping-e-la-sua-economia-duale-27361.
  4. Vedi BERETTA, Carlo. “L’importanza del disequilibrio e il problema del coordinamento”. Economia politica, 2004, vol. 21, N. 2, p. 213-232.
  5. Sull’importanza dell’isteresi nell’economia moderna si veda DOSI, Giovanni; ROVENTINI, Andrea. “La solitudine dell’agente rappresentativo: eterogeneità e interazione per una nuova macroeconomia”. Moneta e Credito, 2019, vol- 72, n. 287, p. 249-258.
  6. Bianchi P. (2018). 4.0 La nuova rivoluzione industriale, Il Mulino – Farsi un’idea.
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