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Direttore responsabile Alessandro Longo

IL PUNTO

Industry 4.0, ecco che cosa chiedono le aziende (dopo gli incentivi)

di Barbara Weisz

25 Ott 2017

25 ottobre 2017

Bene la proroga delle agevolazioni per la digitalizzazione e l’inserimento di quelli per la formazione, la sfida ora è culturale, parte dal territorio, e deve portare a veri e propri progetti 4.0. Tutto sulle iniziative sul campo, i punti critici (occhio al corretto utilizzo degli incentivi), e le prossime sfide

Le imprese hanno ben compreso le opportunità degli incentivi del Piano Industria 4.0, a partire dall’iperammortamento, che fra l’altro è prorogato dalla Legge di Bilancio 2018 nella misura del 250%, ma fino a questi momento hanno compiuto solo i primi passi di un cammino che è ancora lungo. Le associazioni imprenditoriali concordano su un punto: fino a questo momento, il piano è riuscito a raggiungere un primo obiettivo, quello di creare consapevolezza nelle imprese, e ha stimolato gli investimenti in macchinari, risolvendo quindi un problema che si era posto subito, quello di un parco macchine obsoleto. Ma, per ora, è successo solo questo, l’Industria 4.0 necessita di un orizzonte più lungo. «Occorre dare contenuto anche alle altre misure del piano, per far si che gli investimenti migliorino la produttività» sintetizza Andrea Bianchi, direttore Politiche industriali di Confindustria. «Ora puntiamo al cambiamento culturale e organizzativo che permette di utilizzare queste macchine in modalità 4.0», aggiunge, sulla stessa linea, Paolo Manfredi, Confartigianato. Ci vogliono progetti di innovazione a 360 gradi, che devono passare attraverso il coinvolgimento di una molteplicità di attori, in primis università ed enti di formazione (generalmente è positivo il commento sugli incentivi alla formazione inseriti nella manovra 2018), ma non solo.

Stefano Valvason, direttore generale di API (piccole imprese) solleva un punto interessante: le imprese stanno facendo grossi investimenti, anche perché l’agevolazione è obiettivamente molto importante (l’iperammortamento è al 250%). Quindi, spendono cifre nell’ordine dei milioni di euro. «Ma ora, il nostro grande timore è che l’imprenditore si fermi lì e acquisti solo la macchina, sfruttando appunto l’agevolazione». Il rischio è che si preoccupino poco del corretto utilizzo dell’iperammortamento, e della documentazione che questo comporta. «La legge prevede investimenti in hardware e software all’interno di un sistema interconnesso. Noi facciamo specifica assistenza agli imprenditore per aiutarli a predisporre tutta la documentazione che attesti la corrispondenza alla normativa. E facciamo opera di sensibilizzazione per far capire quali sono lo spirito e le finalità di Industria 4,0, e quindi che investimenti bisogna fare, magari anche chiedendo ai fornitori di modificare il progetto della macchina, per fare le interconnessioni necessarie». Il punto è fondamentale, «perché se adesso è un momento in cui si spende molto bene, ma nei prossimi anni, quando ci saranno i controlli del fisco (che senz’altro arriveranno vista l’entità degli investimenti), chi non ha fatto le cose bene rischierà di dover restituire l’agevolazione e pagare le sanzioni. Per una piccola o media impresa, significa mettere a rischio la sopravvivenza». Quindi, il messaggio alle imprese è: «fate grandissima attenzione a questo aspetto. Non ingolositevi troppo, fate tutto con le tutele e le garanzie corrette, anche legate all’entità del beneficio che utilizzate, perché altrimenti il danno rischia di essere superiore al beneficio».

Marco Vecchio, ANIE Automazione, segnala come in effetti in questa prima fase il piano abbia avuto il merito di stimolare le imprese a fare investimenti, ma l’atteggiamento prevalente è quello di comprare la macchina per sfruttare l’incentivo, e interconnetterla perché la normativa lo impone. «C’è una nicchia di aziende più evolute, che hanno colto lo spirito e stanno facendo innovazione», ma per il momento sono appunto una minoranza. In ogni caso – sottolinea -, la sensibilizzazione sulle tematiche industriali è un indubbio merito del piano». Opinione, questa, condivisa da tutti i rappresentanti del mondo imprenditoriale interpellati. «In questo primo anno, come ANIE Automazione registriamo un impatto significativo soprattutto su meccanica strumentale e macchine utensili. Vendendo componentistica, siamo coinvolti anche da chi costruisce macchine, ma soprattutto dalle imprese che fanno il revamping degli impianti in ottica 4.0. E questo, in effetti, è successo meno. Ho un dato dell’automazione industriale, relativo ai primi 6 mesi 2017, che registra una crescita dell’11%». Si tratta di un buon risultato, ma secondo l’analisi di Vecchio è determinata in larga parte da un andamento strutturale del mercato. In pratica, sono 2 0 3 punti di crescita quelli che possono essere ricondotti effettivamente al Piano Calenda. Quindi, in ottica di revamping 4.0, la sensazione è che i tempi non siano ancora maturi.

Positiva quindi la proroga degli incentivi, contenuta nella Legge di Bilancio 2018 (pur con qualche rimodulazione) anche perché è necessario un po’ di tempo per consentire alle aziende di comprendere bene la trasformazione in atto e fare le scelte adeguate. Del resto, aggiunge Valvason, «se è una rivoluzione industriale, non la si può chiudere in un anno».  Altro motivo per cui «è corretto dare continuità agli incentivi – aggiunge Bianchi -, è che il meccanismo è oggettivamente complicato, per cui modificarlo in corso d’opera non si può, la proroga è la scelta migliore. Si può fare qualche piccola manutenzione rispetto agli allegati, ma evitando di fare confusione. Sarebbe stato un danno modificare eccessivamente il sistema». Valvason sottolinea come la misura sia una buona notizia in particolare per la piccola industria. Nella fase iniziale gli incentivi sono più a portata di mano di grandi imprese, con progetti già nel cassetto, mentre i piccoli hanno appena incominciato un cammino, «tanti fanno ancora fatica a capire Industria 4.0, che non è solo l’acquisto di una macchina evoluta. Diamogli il tempo di metabolizzare». E’ importante non sottovalutare «l’aspetto culturale, bisogna cambiare modo di fare industria, diamo agli imprenditori modo di capire come calare Industria 4.0 nelle aziende». Diversi i temi che emergono, ad esempio la cybersecurity, su cui API organizza un convegno in dicembre. «Perché connettere tutti i sistemi vuol dire esporsi maggiormente al rischio di virus, attacchi hacker: pare che questi ultimi puntino proprio alle fabbrichette, che sono le meno protette. Sono tematiche che per le PMI della manifattura fino a poco tempo sembravano cose di un altro mondo, mentre ora le riguardano in prima persona». Manfredi nelle ultime settimane ha partecipato a una serie di incontri, da Cantù a Lecce: «sul territorio si rilevano notevoli differenze: in Emilia c’è effervescenza, in Lazio si aprono questioni sulle risorse. Ci sono condizioni di sistema diverse, sulle quali lavorare.

E siamo a un punto importante, ovvero come si passa da questa prima fase di investimenti ai piano industriali 4.0. «La partita è in effetti molto più complessa del semplice incentivo – prosegue Manfredi -. C’è il sistema dei competence center, dei digital innovation hub, attraverso i quali bisogna far funzionare gli investimenti riconducendoli in un framework». Sulla stessa linea Bianchi, secondo cui i digital innovation hub di Confindustria possono rappresentare una cerniera fra domanda e offerta: «ci sono 20 cantieri aperti, a copertura di tutte le Regioni italiane, di cui 13 già costituiti. Le imprese ci chiedono in particolare formazione per il personale, e assistenza nell’accesso al sistema dell’offerta, sia sul fronte della ricerca che dei prodotti. Un orientamento verso il mercato: sanno che devono fare investimenti, ma non sanno come muoversi con precisione». Ai digital innovation hub partecipa anche ANIE Automazione, che fa parte del sistema associativo di Viale Astronomia: «abbiamo un ruolo trasversale, con funzioni relative alle nostre competenze specifiche sul territorio».

L’associazione delle imprese fornitrici di tecnologie per l’automazione di fabbrica, di processo e delle reti ha anche avviato, nel marzo scorso, uno sportello per i soci e per i loro clienti, che ha coinvolto quasi 3mila persone di persone e aziende che volevano informarsi sugli investimenti in relazione al piano Calenda, alla fattibilità e alle diverse caratteristiche. «Un altro ambito su cui cerchiamo di muoverci, è quello della formazione – aggiunge Vecchio -: stiamo cercando di collaborare con le università per trovare punti di incontro, in particolare nell’ottica di creare nuove figure professionali adatte al passaggio 4.0».

«Il sistema dell’innovazione in Italia negli anni scorsi si è bloccato perché finiva in mano a persone che, pur con le migliori intenzioni, non modulavano i livello di intervento rispetto alla comprensione e alle aspettative delle imprese. Non ci si può permettere di rifare questo errore. La palla è in mano a noi, associazioni delle imprese, dobbiamo immaginare la via nuova e sostenibile al 4.0». Confartigianato cerca di proporsi come integratore di un sistema di innovazione, con l’obiettivo di diffondere le tecnologie anche a chi, per il momento, non ne vede utilità. «Vogliamo spingere a fondo sull’idea delle via italiana all’Industria 4.0, per riqualificare e dare competitività al Made in Italy».

Registriamo il favore di Confindustria per l’inserimento nel Piano degli incentivi alla formazione (sempre attraverso la Legge di Stabilità 2018), pur con qualche elemento critico sollevato da Bianchi, per esempio in relazione «alla necessità di un accordo sindacale sulla formazione, che ci sembra un inutile appensantimento della procedura. Anche perché il sindacato fa parte della cabina di regia e condivide lo strumento a livello nazionale». L’associazione è poi favorevole alla formulazione della norma non legata all’incremento di spesa in formazione rispetto a periodi precedenti.

Infine, è fondamentale la questione della banda larga e ultralarga sul territorio. «Si chiede alle aziende di investire, e lo stanno facendo, ma il rischio è che poi l’infrastruttura non regga – dichiara Valvason -. Parlo della provincia di Milano, ci sono comuni come Assago, Rozzano, dove gli imprenditori installano la parabola per avere internet via satellite, perché hanno solo la adsl. La copertura della Lombardia in questo momento è al 22%, mentre ci sono regioni come la Calabria che è oltre il 77%, la Puglia è al 79%. Senz’altro la Lombardia è un territorio pià complesso da connettere, ha molti pià comuni, ma comunque il gap va colmato. E’ una Regione che da sola genera il 22% del pil nazionale». E teniamo a mente che c’è anche una gap competitivo con le altre aree produttive europee, dove l’interconnettività introno alle aree urbane p in fase molto avanzata. Il piano al 2020 prevede che tutti siano connessi a 30 o 100 mega, ma stiamo parlando di cose già vecchie. Io a casa mia ho già una giga. Su queste cose si gioca la competitività del sistema paese».

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