Piano transizione 4.0: così lo Stato può sostenere formazione e competenze | Agenda Digitale

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Piano transizione 4.0: così lo Stato può sostenere formazione e competenze

Col Piano transizione 4.0, il Mise mira a semplificare, con lo strumento unico del credito d’imposta, e prova anche a raggiungere una platea più ampia e diversificata di soggetti beneficiari rispetto alla precedente strategia. Più attenzione è dedicata anche alle competenze. In questo ambito lo Stato può fare molto

08 Giu 2020
Giacomo Bandini

Competere


Il Piano Transizione 4.0, firmato da Mise e in uscita in Gazzetta Ufficiale, può costituire un buon piano di partenza per avviare una nuova strategia industriale votata all’innovazione e all’automazione. Bisogna però tener presente che l’Italia sconta ben note carenze strutturali ben note, che riguardano non solo il tessuto industriale in sé, ma anche la preparazione in senso stretto della forza lavoro.

Accanto, quindi, alle misure del Piano, vanno intraprese anche ulteriori iniziative che – lungi dall’auspicare un approccio invasivo – vedano comunque il pubblico avviare partnership strategiche col privato e farsi carico, insieme alle aziende, della formazione dei lavoratori.

Vediamo nel dettaglio le misure e le direttrici della strategia Mise.

Le tre aree di intervento del Piano

Il 18 dicembre 2019 il Ministro Patuanelli esponeva sul Sole 24 Ore le caratteristiche principali del Piano Transizione 4.0 che doveva essere incentrato sia sull’innovazione sia sulla sostenibilità ambientale e il design. Con l’approvazione del relativo decreto attuativo la nuova strategia industriale, rimasta in sospeso ed esclusa dal DL Rilancio, prende forma. Il valore totale delle misure si aggira intorno ai sette miliardi di euro destinati agli investimenti delle imprese in ricerca e sviluppo, innovazione tecnologica e green.

Come anticipato a febbraio, il Piano si articola in tre aree di intervento principali:

  • investimenti in beni strumentali,
  • ricerca, sviluppo, innovazione e design,
  • formazione 4.0.

Il primo ambito ha visto calare progressivamente i volumi di spesa da parte delle aziende nell’ultimo biennio. Come era logico aspettarsi, con l’esaurirsi della spinta iniziale (l’iper-ammortamento era arrivato al 250% nella Legge di Bilancio 2016), gli investimenti nei beni strumentali e, in particolare, nei macchinari sono decresciuti fino a -25% nel 2019. Complice anche un clima economico e politico non certo esaltante.

Il Mise cerca così di ridare stimolo all’acquisizione di beni strumentali nuovi, materiali e immateriali. Come? Prevedendo un credito d’imposta variabile a seconda della tipologia di acquisto. Per i beni materiali tecnologicamente avanzati: 40% del costo per la quota di investimenti fino a 2,5 milioni di euro; 20% del costo per la quota di investimenti oltre i 2,5 milioni di euro e fino al limite di costi complessivamente ammissibili pari a 10 milioni di euro. Per quelli “strumentali immateriali” e “altri strumentali materiali” è previsto un credito d’imposta che, nel primo caso, è pari al 15% del costo con un tetto massimo di 700.000 euro – incluse le spese per servizi di cloud computing – e nel secondo caso pari al 6% riconosciuto anche a esercenti arti e professioni.

Per quanto riguarda la fase di ricerca e sviluppo sono previste quote percentuali diverse di credito d’imposta a seconda dell’attività svolta o delle risorse che vi sono dedicate e sulle quali si chiede applicazione dell’incentivo. Il credito d’imposta è comunque compreso tra il 6% per le attività base di “innovazione tecnologica” finalizzata alla creazione di nuovi prodotti e processi e attività di design, che sale a 10% nel caso siano innovazioni green o digitali 4.0, e il 12% riconosciuto alle attività di “ricerca fondamentale, ricerca industriale e sviluppo sperimentale” in campo scientifico e tecnologico. Il tetto massimo di spesa è pari a tre milioni di euro per quest’ultimo caso.

Ultima, ma non per importanza, la formazione 4.0. Le competenze digitali o legate all’automazione industriale sono l’eterno incompiuto dei piani Industria 4.0 che si sono susseguiti negli anni. Per i motivi più disparati, tra cui la necessità iniziale di rinnovare il parco macchinari e una scarsa percezione politica dell’importanza fondamentale della preparazione degli occupati, è stata sempre ai margini delle misure economiche. Il nuovo decreto attuativo prova a porre rimedio riconoscendo un credito d’imposta dal 30% al 50% a seconda delle dimensioni delle imprese (le piccole sono più agevolate) e delle spese sostenute (da 250.000 a 300.000 euro).

Le direttrici della strategia Mise

La strategia delineata dal Ministro Patuanelli sembra percorrere alcune direttrici ben precise. Innanzitutto, mira a semplificare le precedenti misure utilizzando lo strumento unico del credito d’imposta. In questo modo prova anche a raggiungere una platea più ampia e diversificata di soggetti beneficiari. Le statistiche del Mise relative all’iper-ammortamento sui beni materiali mostrano come il 64% delle aziende beneficiarie siano di medie-grandi dimensioni. Allo stesso modo il credito d’imposta, come previsto nel primo Piano Industria 4.0, è stato sfruttato per oltre i 2/3 dalla medesima categoria di soggetti. Le microimprese sono solamente l’8% della platea di riferimento. È inoltre prevista un’estensione nel tempo degli interventi che devono essere estesi per un minimo di 3 anni. La Transizione 4.0, inoltre, si differenzia in modo apprezzabile da eventuali interventi a pioggia per sostenere la liquidità delle imprese o la riconversione industriale dovuta all’emergenza Covid-19. Questo potrebbe conferirle un’impronta distintiva e confermare il carattere innovativo dell’impalcatura politico-economica.

Maggiore attenzione sembra essere destinata alla questione dei lavoratori e delle competenze. Ad esempio, il credito d’imposta dedicato agli investimenti per la ricerca e lo sviluppo dovrebbe includere anche le spese di personale dedicato a questa attività nel limite massimo complessivo pari al 30%.

Da sottolineare anche come vi sia un sostanziale allineamento con quelle che saranno le politiche fondamentali della Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen. Nell’ultima conferenza dei ministri europei della ricerca, il 29 maggio, sono state presentate le varie iniziative nazionali in tema di ricerca e industria. Il piano comune per la ripresa vede la transizione verde, Green New Deal, e la trasformazione digitale come settori strategici di investimento. Inoltre, si prevede un rafforzamento dell’autonomia strategica del settore industriale dell’UE, nel quale Germania e Italia sono chiamate in causa visto il peso della manifattura sui rispettivi PIL.

Conclusioni

Sebbene, come abbiamo già evidenziato, il Piano rappresenti una valida base per l’avvio di una nuova strategia industriale votata all’innovazione e all’automazione non bisogna dimenticare le carenze endemiche che caratterizzano il tessuto industriale del nostro paese e anche l’ormai persistente gap di competenze per l’industria 4.0.

Le competenze digitali non possono essere create solamente in seno e a carico delle aziende. Esse sono parte integrante del sistema di formazione ed educazione, coinvolgendo necessariamente il settore pubblico. Allo stesso modo, l’Italia avrebbe bisogno di ripensare e ampliare le partnership strategiche pubblico-private, come auspicato più volte, sul modello Scandinavo e con i necessari adattamenti alle caratteristiche interne.

Questo non implica un modello statalista, dove lo Stato si erge a pianificatore totale, bensì l’impiego di investimenti pubblici verso l’innovazione e la creazione di un tessuto di competenze adeguate all’evoluzione delle traiettorie industriali. Solo così è possibile pensare ad una strategia che proietti l’Italia e le sue imprese nel paradigma 4.0.

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