il commento

Potti: “Ok il decreto aiuti per il 4.0 ma le aziende necessitano di ben altro”

Col decreto governativo “aiuti”, il bonus per i beni immateriali di Transizione 4.0, che sale dal 20% al 50%, mentre l’aliquota per lo sviluppo di competenze aumenta dal 50% al 70% per le piccole imprese e dal 40 al 50% per le medie. Tuttavia non basta. Ecco perché

05 Mag 2022
Gianni Potti

Imprenditore della comunicazione e del digitale, Presidente Fondazione Comunica

Mi chiedo: qual è l’obiettivo dell’investimento del Paese sulle tecnologie 4.0? Potenziare la ricerca di base e applicata, favorire il trasferimento tecnologico, promuovere la trasformazione digitale dei processi produttivi e l’investimento in beni immateriali.

Questo investimento costituisce un’evoluzione del precedente programma Industria 4.0, rispetto al quale prevede:

  • un ampliamento dell’ambito di imprese potenzialmente beneficiarie con la sostituzione dell’iper-ammortamento (che di fatto sparisce);
  • il riconoscimento del credito sugli investimenti effettuati nel biennio 2021-2022;
  • l’estensione degli investimenti immateriali agevolabili, l’aumento delle percentuali di credito e dell’ammontare massimo degli investimenti incentivati.

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Il nuovo decreto aiuti per il 4.0

Ma ecco – subito – la sintesi di quanto fissato nel decreto governativo “aiuti”, con il bonus per i beni immateriali di Transizione 4.0, che sale dal 20% al 50%, mentre l’aliquota per lo sviluppo di competenze aumenta dal 50% al 70% per le piccole imprese e dal 40 al 50% per le medie.

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Industria 4.0

Niente male, anche se, a nostro avviso nel dare un aiuto emerge anche il fatto che le imprese, specie le PMI, hanno poco da detrarre perché molte sono al limite del patatrac.

Troppo crudo? No realista e comunque è apprezzabile l’interessamento del governo per dare un interessante booster alle imprese. Certo che le piccole sono senza ossigeno. Prima causa Covid, seguito dalla scarsità di materie prime sul mercato, poi bollette assurde, ora pure la guerra che penalizza i commerci.

Il governo dunque rafforza il sostegno a Industria 4.0.

Cosa viene rafforzato

Ma ecco il dettaglio: vengono rafforzati i crediti d’imposta per investimenti in beni immateriali 4.0: l’aliquota del credito d’imposta previsto dalla legge n. 178/2020 è aumentata, sino 31 dicembre 2022 o 30 giugno 2023 se è stato effettuato un pagamento in acconto pari almeno al 20% del valore dei beni, dal 20 al 50%.
Potenziato anche il bonus formazione 4.0: le aliquote del credito d’imposta previsto dalla legge n. 160/2019 per le spese di formazione del personale dipendente finalizzate all’acquisizione o al consolidamento delle competenze tecnologiche sono aumentate dal 50 al 70% (per le piccole imprese) e dal 40 al 50% (per le medie imprese).

I nuovi dati

Una recente indagine del Sole 24 Ore (dati Mise e Assilea), emerge che tra il 2021 e l’inizio del 2022, in piena pandemia, il 70% delle operazioni è stato destinato al rinnovo macchinari funzionali alla digitalizzazione e il 30% a investimenti in beni strumentali tradizionali. Un cambio di passo significativo rispetto al 2020, quando il rapporto era il 51% contro il 49%. Quindi una qualche spinta al nuovo e all’innovazione è assolutamente in corso.

Ma poche aziende scelgono il 4.0

Ma, al tempo stesso, le imprese italiane faticano a salire sul treno dell’innovazione. Solo una impresa su 3 è pronta a cogliere le opportunità delle nuove risorse espressamente dedicate al sistema produttivo dal Pnrr, come transizione 4.0 ed economia circolare. Il 16%, infatti, si è già attivato per aderire ai progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza mentre un altro 13% ha in programma di farlo. Ma più del 70% è fermo al palo, senza, al momento, interessarsi alle molteplici occasioni di sviluppo che si stanno aprendo.

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Poi c’è sempre per l’Italia, l’annoso problema delle PMI che sono nettamente più piccole di quelle dei Paesi europei… Infatti l’80% delle imprese di minori dimensioni non ha nemmeno in programma di avvalersi di queste risorse, contro il 50% delle aziende medio grandi.

E’ indubbio che l’incertezza del quadro mondiale ed economica dell’Italia grava sulle scelte che andrebbero fatte. Pensiamo quale sia lo shock della guerra in Ucraina, specie per le PMI. Infatti per quasi 9 imprese su 10 l’impatto del conflitto in corso sarà alto, soprattutto a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime e semilavorati. Quasi una impresa su 2 ha problemi di approvvigionamento di materie prime e una su 5 di approvvigionamento di energia. L’aumento dell’incertezza incide sulla natalità delle imprese.

In conclusione

Ultimo spunto sul difficile quadro del momento storico che stiamo vivendo ci deriva dalle iscrizioni al Registro delle Camere di commercio: qui si legge chiaramente che, quando il clima di fiducia si riduce di un punto, la natalità delle imprese si contrae di mezzo punto.
Insomma il quadro è complesso, ovviamente in evoluzione, ma intanto i provvedimenti governativi danno un po’ di ossigeno alle aziende che rientrano nei paletti fissati dal Decreto governativo.
Interessante novità annotare che verrà istituito un comitato scientifico composto da esperti del Ministero dell’Economia e delle Finanze, del Ministero dello Sviluppo economico e della Banca d’Italia per valutare l’impatto economico del nuovo regime.

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