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Quarta rivoluzione industriale, il 2016 l’anno dell’Italia (o mai più)

E’ l’anno in cui la politica prende coscienza che siamo entrati in un nuovo paradigma industriale. Meglio tardi che mai. E comincia a mettere sul tavolo i temi per recuperare il ritardo. Quali? Vediamoli, con quest’analisi di noti docenti del Politecnico di Milano

Pubblicato il 25 Gen 2016

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La quarta rivoluzione industriale, nelle sue molteplici letture (tecnologica, economica, sociale) sta entrando prepotentemente al centro del dibattito scientifico, politico e mediatico nazionale ed internazionale. Ma quali saranno, nello specifico, i temi che occuperanno la scena nel 2016, in Italia e nel mondo?

Se guardiamo al nostro Paese, il 2016 sarà l’anno in cui verrà definito e reso pubblico il documento di politica nazionale dedicato al tema della digitalizzazione della manifattura. Su questo documento e sulla politica industriale che esso illustrerà sono riposte importanti aspettative.

In primo luogo, esso dovrà recuperare un gap temporale enorme – quasi quattro anni! – rispetto alla Germania, paese che rappresenta il riferimento competitivo per le nostre imprese. Già dal 2012 il governo tedesco ha varato, e poi dato sostanza e risorse, al proprio programma strategico di digitalizzazione della manifattura (Industrie 4.0) mentre all’Italia manca ancora oggi una riflessione su quali azioni, in quali comparti, con quali modalità, con quali priorità e con quali risorse il Paese dovrebbe intraprendere questa trasformazione. In tempi più recenti, anche altri paesi europei hanno varato simili documenti programmatici, anche se con minore forza implementativa del caso tedesco: l’Italia pertanto è ancora nelle condizioni di giocarsela. E ci sembra inutile ribadire la strategicità di aver successo in questo cambiamento: l’Italia è in primo luogo un paese industriale, in cui – tra valore diretto e servizi indotti – l’industria genera oltre il 50% del PIL e, non a caso attorno all’industria e alla manifattura si polarizzano numerose eccellenze “certificate” del nostro paese, dalla ricerca tecnologica e accademica al design.

In secondo luogo, questo documento dovrà segnare l’inizio di un percorso di lungo termine che dovrà trasformare una visione in un cambiamento reale del nostro tessuto industriale, soprattutto di quello delle PMI. Come recita un vecchio adagio del mondo del business, ”tanti sanno fare ottime strategie, al successo invece arrivano i pochi che sanno fare execution”. Il documento che sarà reso noto in questo anno dovrà essere messo in pratica in un concreto programma di cambiamento di lungo termine (10 / 15 anni), dotato delle risorse necessarie per imprimere l’indispensabile accelerazione a quei processi di maturazione delle imprese (crescita dimensionale, adeguamento del livello tecnologico, managerializzazione) oggi già lentamente in atto. Questi due aspetti, visione ed esecuzione, crediamo che saranno al centro del dibattito Italiano, e saranno gli aspetti su cui l’Osservatorio Smart Manufacturing del Politecnico di Milano non farà mancare il suo impegno, divulgando con rapidità le analisi di impatto che saranno elaborate in questa seconda edizione, impostando un percorso di maturazione per le aziende che volessero cogliere appieno i benefici della digitalizzazione, e, ultimo ma non meno importante, mettendosi al servizio delle Istituzioni nel processo di confronto che si avvierà nel momento in cui il documento diverrà pubblico.

All’estero, invece, dove i temi di politica industriale sono più metabolizzati, o dove maggiore è la capacità di guardare in prospettiva alle grandi discontinuità, appare evidente che il tema più al centro del dibattito è e sarà l’impatto della quarta rivoluzione industriale sul mondo del lavoro, sia in termini macro (livelli occupazionali) sia in termini micro (natura del lavoro “umano” nel futuro). Due esempi, dalla recentissima cronaca economica: sul tema macro-economico, proprio in questi giorni al World Economic Forum si parla diffusamente di questi temi, si confrontano le posizioni in merito e si tentano i primi bilanci sul saldo occupazionale. Sul tema micro, un nuovo studio di The Boston Consulting Group che, analizzando in particolare la realtà manifatturiera tedesca, indaga il cambiamento nelle mansioni dei lavoratori, supportate sempre di più dalle nuove tecnologie.

Relativamente a questi temi, numerosi autori ormai da diversi anni hanno portato diversi argomenti a favore o contro l’ipotesi di una contrazione stabile del livello occupazionale. Abbiamo già avuto modo di esprimere la nostra posizione, tendenzialmente ottimista nel medio-lungo termine: nessuna delle precedenti rivoluzioni industriali, inclusa la prima era di internet, ha segnato l’uscita in via definitiva dal mondo del lavoro di interi segmenti della popolazione, anzi ognuna di queste discontinuità ha in primo luogo cambiato il concetto di lavoro, trovando quindi nuovi equilibri nell’occupazione e nella tutela sociale, nella creazione e, a regime, nella ridistribuzione della ricchezza.

Se guardando alla storia in ampio, dunque, anche la quarta rivoluzione (quella che stiamo vivendo) rimane da leggere in chiave positiva, resta pur vero che nel breve termine ci possano essere dei saldi occupazionali negativi, con le tensioni che ovviamente ne discenderanno. Gli studi disponibili tendono a minimizzare l’entità di questo saldo: nel rapporto WEF si parla di un saldo netto al 2020 negativo per 5 milioni di posti di lavoro (7 distrutti, 2 creati), ma sono numeri che sbiadiscono di fronte all’ampiezza del campione (primi 15 paesi al mondo, nel complesso il 65% del totale della forza lavoro mondiale); ancora, lo studio del Boston Consulting Group, confrontando nel micro le posizioni perse (produzione, controllo qualità) e quelle create (gestione impianti, data scientist, robot coordinator) prevede addirittura un saldo lievemente positivo. Quale che sia il saldo, certamente la gestione del transitorio dei prossimi cinque-dieci anni pone l’accento sulla capacità di ogni nazione di progettare dei meccanismi di formazione e reinserimento professionale, in assenza dei quali un paese è stabilmente destinato a perdere occupazione.

Proprio per la rilevanza di questa tematica, l’Osservatorio Smart Manufacturing ha inserito nel suo programma lavori 2016 due linee di ricerca specifiche, con un’ottica di medio termine: la prima, volta a sviluppare una metodologia per valutare in che misura le competenze della forza lavoro (operatori e manager) possano costituire una barriera all’adozione di queste nuove tecnologie; la seconda, volta ad individuare i criteri progettuali della organizzazione del lavoro del futuro, perché le nuove tecnologie possano essere utilizzate portando minore usura fisica, minore carico cognitivo e soprattutto aumentando il contributo del lavoratore alla qualità del processo e a patrimonio di conoscenza dell’azienda.

Il 2016 sarà l’anno in cui la trasformazione digitale dell’industria sarà – giustamente e finalmente – al centro del dibattito politico, economico e sociale, e l’Osservatorio Smart Manufacturing del Politecnico di Milano, facendo leva sulla sua posizione privilegiata di studio ed analisi dello scenario internazionale, lavorerà per raccogliere e per divulgare dati ed elementi a sostegno di questo dibattito, e della crescita del nostro Paese.

* Alessandro Perego, Andrea Sianesi, Marco Taisch, Marco Macchi, Giovanni Miragliotta, Sergio Terzi

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