innovazione industriale

Recovery Fund, ricostruire l’industria grazie allo Stato: come innescare il circolo virtuoso

Ricostruire l’industria è condizione imprescindibile per la crescita del Paese. In questa situazione è inevitabile l’intervento diretto dello Stato sia per evitare che si perdano pezzi pregiati del sistema industriale, sia per lanciare iniziative negli ambiti più innovativi.

24 Ago 2020
Paolino Madotto

manager esperto di innovazione, blogger e autore del podcast Radio Innovazione

https://previews.123rf.com/images/robuart/robuart1601/robuart160100231/51245129-tecnologia-smart-nella-citt%C3%A0-di-infrastrutture-icona-e-sistema-di-rete-di-comunicazione-cittadina-inno.jpg

C’è tutto lo spazio per inserire nel piano del Recovery Fund un’azione volta alla ricostruzione industriale. I prestiti trentennali del fondo si possono remunerare facilmente con i ritorni delle imprese ricapitalizzate, acquisite, costruite o a cui viene prestato denaro. In questo modo si evita anche che possa esplodere il debito o che diventi insostenibile.

Serve, come vedremo, un cambio di strategia, che preveda un intervento diretto dello Stato, per consentire al nostro Paese di recuperare competitività, di perdere altri pezzi pregiati del nostro sistema industriale e di costruirne di nuovi, di incrementare il numero di laureati che avrà la possibilità di restare a lavorare nel nostro Paese, rilanciando l’occupazione e quindi l’economia.

L’UE, del resto, nell’ambito del “Quadro temporaneo di aiuto di Stato”, ha aperto agli aiuti di Stato per un periodo limitato del quale non possiamo non approfittare, come già molti paesi stanno facendo per mettere in sicurezza l’industria nazionale e rafforzarla.

Ma come innescare questo circolo virtuoso?

Progettare gli interventi con prudenza

Raggiunto l’accordo sul Recovey Fund è ora importante pianificare gli interventi da mettere in atto. Per le regole europee, temporaneamente sospese, il nostro Paese non può permettersi di aumentare il proprio rapporto debito PIL. È perciò evidente che la parte relativa a prestiti del Recovey Fund, aldilà della sua sostenibilità o meno nel tempo, rischia di far esplodere questo rapporto esponendo il Paese a un difficile percorso futuro di austerità da parte della Commissione Europea.

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Le trattative nel Consiglio Europeo hanno reso evidente quanto sia difficile il percorso verso l’auspicata integrazione europea, per questo è necessario progettare con molta prudenza gli interventi affinché questi possano incidere con decisione sulla crescita alimentando un circolo virtuoso che limiti nel breve e riduca nel lungo termine l’aumento del rapporto debito PIL e, soprattutto, porti fuori il nostro Paese dal declino industriale cominciato nei primi anni ’90.

Siamo usciti dalla passata crisi, quella del 2008, con molti danni e non abbiamo ancora raggiunto i livelli precedenti, tra i danni maggiori c’è una riduzione della capacità industriale dell’ordine del 20-30%. Per un Paese fortemente manifatturiero come il nostro significa pregiudicarsi una possibile crescita.

E d’altra parte anche questa crisi ci sta dimostrando che una economia basata sul turismo o sull’agricoltura, come qualcuno aveva sognato negli anni scorsi, è più vulnerabile agli shock di crisi sempre più frequenti a distanza ravvicinata. I nostri nonni e bisnonni hanno fatto di tutto per diventare un paese industriale e ci sono riusciti, e questi anni ci stanno dimostrando che non si erano sbagliati. Anche l’industria soffre della crisi anche se meno, e maggiore è il grado di automazione, maggiore è la resilienza. Certo una industria di tipo nuovo, più rivolta anche ai servizi innovativi, green, in grado di essere in equilibrio tra prodotto/servizio, ambiente, vita personale in modo sostenibile.

Tecnologie e resilienza

I mesi scorsi ci hanno dimostrato che le tecnologie riescono a farci essere resilienti in modo inaspettato, molti settori operano completamente da casa e in molti casi le città si stanno “spopolando” verso borghi da cui operare.

Per recuperare crescita, il modo principale è sicuramente ricostruire e ripensare la nostra industria. Oggi troppo spostata su settori a bassa specializzazione produttiva, con una bassa propensione ad investire in innovazione sia di processo che tecnologica e con una scarsa capacità di assumere lavoratori specializzati con alti livelli di istruzione. Siamo il paese con minore popolazione con titolo di laurea e la maggiore disoccupazione di laureati, nonché il paese che li paga meno. Il Made in Italy più tradizionale rappresenta un asset più come brand che come reale prospettiva di costruirci sopra una prosperità per un Paese di 60 milioni di persone per i prossimi 100 anni. Abbiamo bisogno di entrare in nuovi settori tecnologici, utilizzare di più e meglio la conoscenza e aumentare i livelli di istruzione della popolazione.

La cosa paradossale è che utilizziamo male l’enorme potenzialità già presente, visto che solo l’area romana rappresenta la zona con maggior numero di ricercatori di Europa e con la maggiore popolazione universitaria. Per non parlare del fatto che a Roma attualmente si sta lavorando a ben due vaccini anti-covid 19 in due distinte iniziative, una rarità internazionale. E molti degli esperti mondiali o che guidano equipe in altri paesi che si occupano di epidemie sono italiani emigrati.

Trasformare le potenzialità in capacità industriale

Come mai questa potenzialità non riesce a trasformarsi in una capacità industriale e come possiamo fare in modo che questo avvenga? Evidentemente abbiamo un problema di incapacità del nostro sistema imprenditoriale di investire e cogliere le sfide dell’innovazione. D’altra parte imprendere nell’innovazione richiede una grande capacità di investimento a lungo termine e una capacità di gestione manageriale delle aziende, trattenere i talenti, avere visione, assumere rischi. Gran parte della nostra imprenditoria è il risultato di imprese familiari, che non riescono a superare la seconda generazione e in generale hanno una scarsa propensione ad affidare la gestione a manager esterni e a costruire moderni modelli organizzativi. Da ultimo ma non meno importante è la bassa capacità del nostro paese a finanziare le idee e le innovazioni, il sistema delle banche appare in generale poco propenso al rischio.

Ricostruire l’industria del nostro paese è dunque condizione imprescindibile per la crescita del Paese. In questa situazione è inevitabile l’intervento diretto dello Stato sia per evitare che si perdano pezzi pregiati del sistema industriale, sia per lanciare iniziative negli ambiti più innovativi.

Gli aiuti di Stato, come li usa la Germania e come li usa l’Italia

Gli altri Paesi europei stanno già approfittando dell’apertura agli aiuti di Stato. In particolare oltre il 50% di tutti gli aiuti di stato approvati dalla Commissione sono tedeschi (quelli francesi ammontano al 16% e quelli italiani al 18%). In particolare la strategia tedesca si basa su un maxi-piano di rilancio economico post covid-19 di 500 miliardi in liquidità e sostegno al capitale con interventi diretti nelle imprese. Gli interventi garantiscono lo Stato tedesco con una sufficiente remunerazione in confronto ai rischi da affrontare. Per quel che concerne le misure di ricapitalizzazione vi sono incentivi che favoriscono l’uscita dello Stato in tempi rapidi ove possibile e che l’intervento sia accompagnato da condizioni adeguate, tra cui il divieto di dividendi, il pagamento di bonus e ulteriori misure per limitare le distorsioni della concorrenza. Il piano di finanziamento tedesco è suddiviso in 400 miliardi di euro di garanzie per debiti aziendali e di 100 miliardi di euro destinati a prestiti o investimenti azionari. I prestiti e gli investimenti azionari, poiché remunerativi nel tempo, non sono conteggiati come debiti e questo appare interessante per il nostro Paese.

Senza entrare nel merito sugli interventi tedeschi e degli altri paesi europei che si possono trovare qui, si nota la differenza tra interventi tedeschi diretti nelle imprese attraverso ricapitalizzazione, prestiti e in generale interventi che mettono lo Stato da una parte in condizione di recuperare (almeno formalmente) il capitale e dall’altra di poter entrare nella compagine azionaria, condizionare le politiche aziendali e quelli italiani o di altri di sostegno generico a comparti e garanzie per prestiti che lasciano allo Stato i rischi senza leve per condizionare le scelte aziendali per poterli mitigare.

I problemi italiani

Tornando alla situazione italiana, noi ci troviamo di fronte a due ordini di problemi. Il primo è relativo alle aziende dell’innovazione che stanno in crisi o non sono in grado di sostenere investimenti e interventi pur avendo tecnologie e ricerca. Un esempio di azienda in crisi è la Italtel che recentemente è entrata in concordato. In questo caso l’acquisizione da parte dello Stato potrebbe accompagnarsi con una joint venture o con la CISCO che è già per il 20% circa nel capitale o con un altro partner internazionale. Se gestite in modo adeguato queste imprese possono utilizzare al meglio il know-how interno e il sistema universitario e della ricerca italiano su questo settore. Aziende di questo tipo dovrebbero essere messe in sicurezza attraverso l’intervento diretto dello Stato e poi ristrutturate attraverso la nomina di un management e un piano industriale, utilizzando anche dove necessario joint venture internazionali.

Nelle aziende non in crisi l’intervento statale può essere portato avanti sia tramite ricapitalizzazione che attraverso prestiti a lungo termine, trentennali, a bassi interessi. Esempi di aziende piccole o medie che hanno grandi potenzialità sono la Takis o la IRBM di Pomezia, che si stanno distinguendo per il loro contributo nella ricerca di un vaccino contro il Covid e che sostenute potrebbero aumentare la loro capacità. Ovviamente dove le aziende non hanno necessità di un intervento dello stato è meglio lasciarle continuare per la loro strada e sostenerle in altri modi.

Accanto a questa tipologia di intervento, dove non esiste una presenza nazionale, è necessario l’intervento diretto dello Stato per costruire da zero nuovi soggetti imprenditoriali che possano mettere insieme più aziende esistenti e fare da volano per l’indotto delle PMI.

Ciò che sarebbe importante fare a livello nazionale è costruire soggetti di grandi dimensioni, con una guida e una organizzazione fortemente manageriale moderna, con un soggetto nell’azionariato che possa sostenere investimenti nel lungo termine e che operi secondo una visione pluriennale di crescita dell’industria nazionale. Questo soggetto può essere solo lo stato che per un certo tempo opera come soggetto di maggioranza.

Partecipazione pubblica e competitività delle aziende: sfatiamo un mito

Le critiche maggiori ad un ruolo di partecipazione diretta dello stato arrivano dalla presunta incapacità nella gestione delle aziende. Eppure le aziende che oggi sono più innovative nel nostro Paese sono le aziende a partecipazione pubblica come Leonardo, ad esempio, che oltre ad essere un leader internazionale nel suo settore contribuisce in modo importante allo sviluppo di migliaia di aziende dell’indotto.

Tra le prime dieci società italiane in borsa, cinque sono partecipate dallo Stato. I grandi gruppi nazionali sono aziende con partecipazione statale come Fincantieri, Leonardo, ENI, Saipem, Snam, Stm Microelectronics. Aziende che hanno partnership importanti con gruppi stranieri, acquisiscono commesse internazionali a cui rispondono con l’indotto.

Le nostre aziende, malate di nanismo, non possono far fronte a progetti ambiziosi e questo le espone ad acquisizioni come nel caso della Ansaldo Sts e AnsaldoBreda e FIAMM (lo storico marchio delle batterie) vendute ad Hitachi nei comparti in continua crescita dei treni ad alta velocità e dell’energia. Così come altri gioielli industriali italiani passati con tutti i loro brevetti in mano straniera, altro caso la Magneti Marelli leader dell’elettronica sulle auto in una epoca nella quale le auto sono e saranno sempre di più elettroniche.

Partecipazioni statali e occupazione

La partecipazione nelle aziende di un soggetto come lo Stato può anche cominciare a fare da traino all’assunzione di laureati contribuendo ad alzare gli stipendi e spingendo molti giovani a continuare gli studi. Per sostenere la crescita dobbiamo passare da poco più del 20% al 50% dei laureati tra la popolazione. Troppo spesso il nostro sistema delle imprese cerca laureati anche per mansioni per le quali non sarebbero necessari e li paga poco, molto al di sotto degli altri paesi. Questo spinge i giovani a cercare lavoro all’estero impoverendo il nostro sistema sia in quanto “cervelli in fuga”, sia in quanto consumatori con buoni stipendi in grado di fare da adeguato traino alla domanda. Negli ultimi anni questo ha generato non di rado una mancanza di convenienza a iscriversi e proseguire gli studi, l’investimento delle famiglie non viene adeguatamente remunerato con salari più alti della media. Sarebbe utile pensare una sorta di premio in modo che chi ha studi superiori, si forma in modo continuativo, etc. possa vedersi riconosciuto questo investimento con un salario maggiore o forme di welfare aggiuntivo. Come sarebbe saggio abbassare il costo della formazione universitaria per permettere di accedervi anche quel largo strato della popolazione che non può permetterselo.

Conclusioni

Come scrivevo alcune settimane fa, in questo dopo covid-19 lo Stato sarà sempre più presente in economia, in Francia e in Germania già lo è e in queste settimane stanno lavorando a rafforzare la sua presenza come soggetto in grado di stimolare e tenere unito tutto il sistema industriale nazionale verso il futuro. Da noi manca questa consapevolezza, si procede con interventi di breve periodo e che hanno come obiettivo quello di salvare situazioni aziendali a rischio.

Sarebbe necessario fare il salto, mappare il tessuto produttivo nelle sue aziende più innovative fare una valutazione per capire realmente la loro situazione e se sia il caso o meno di intervenire. Sarebbe anche il caso di individuare in quali settori innovativi sia necessario aprire nuovi soggetti a partecipazione pubblica e cominciare al lavorarci.

Se vogliamo uscire da questa crisi in modo diverso da come ci siamo entrati e, soprattutto, meglio è necessario lasciare da parte gli indugi e lavorare ad un progetto di ricostruzione industriale. I sistemi industriali moderni non nascono dal nulla ma sono il frutto di una pianificazione. Senza l’intervento dell’amministrazione Obama la Crysler sarebbe fallita e invece l’intervento diretto dello Stato l’ha salvata o la Tesla e SpaceX che dietro hanno avuto enormi incentivi da parte del governo. SpaceX senza le commesse della NASA non esisterebbe. Per non parlare della Cina, di Israele e della nascita del capitalismo europeo.

Nelle prossime settimane il Governo Conte dovrà predisporre il piano di impiego del Recovery Fund e non dovrebbe farsi sfuggire l’occasione di utilizzarlo al meglio. Fino ad oggi spesso le azioni di rilancio industriale sono state fatte con fondi in garanzia, contributi e incentivi, tuttavia è evidente che questo non è stato sufficiente. Il rapporto tra spesa effettuata e ritorni in termini di crescita è troppo basso (senza contare il rischio di casi come la Ventures che ha acquisito la Embraco ed è sparita).

È necessario un cambio di strategia e un cambio di passo, nella crisi si è aperta una grande opportunità che non possiamo perdere, abbiamo il compito storico di costruire i prossimi 100 anni di prosperità per il nostro Paese.

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