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il piano

Smart agriculture, che cosa serve all’Italia: il quadro

Il Piano Calenda Industria 4.0 non basta per stimolare l’agricoltura di precisione e la digitalizzazione di un settore fiore all’occhiello del Made in Italy. Ecco le analisi degli esperti, il quadro del mercato e qualche esempio per cambiare passo

17 Ott 2017

Barbara Weisz


«La sfida dell’agricoltura 4.0 è tutt’altro che vinta, siamo molto più indietro rispetto all’industria»: Andrea Bacchetti, condirettore dell’Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano, è positivo sull’allargamento al mondo agricolo del piano Industria 4.0, ma il tentativo, spiega, è solo «parzialmente riuscito». Il mondo agricolo italiano è formato in larga misura da piccole imprese, che non hanno accesso agli incentivi, e a questo si aggiunge un problema di frammentazione del mercato tecnologico che non aiuta a fare sistema. «Piano Calenda e smart agrifood vanno su strade parallele, che quindi non si incrociano più di tanto» aggiunge Francesco Giachi, amministratore delegato di Vecomp Software. Più positivo Sandro Liberatori, direttore di Enama, che sottolinea come il piano abbia il merito di adattarsi perfettamente «alle nuove tendenze dell’agricoltura di precisione». Ma anche qui, c’è una critica: «manca una classificazione delle schede che mettono a confronto le tecnologie con l’esistente, specificando bene il vantaggio competitivo». «L’importanza strategica di Agricoltura 4.0 è nel cambio di prospettiva» spiega Antonio Amati, Direttore generale IT Almaviva -. Fino ad oggi si prendevano decisioni in base all’esperienza e alla competenza dei professionisti. Da oggi si potrà farlo grazie alla conoscenza di dati oggettivi, provenienti da diverse fonti, storici o monitorati in real time, e integrati per offrire un quadro di valutazione completo, utile a migliorare le prestazioni e gestire i rischi».

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Come sviluppare smart agricolture in Italia

Il problema è come arrivarci a questo risultato. Perché al momento, sottolinea Bacchetti, la realtà italiana è un sistema in cui ogni produttore ha la sua piattaforma». E con i dati su piattaforme diverse, si perdono opportunità clamorose. Il problema, come è facile intuire, non è tecnologico, ma riguarda la frammentazione del mercato. E non solo quello dell’offerta. L’esperto cita i dati Istat: «il 96% delle aziende agricole, che sono circa 1,5 milione e mezzo nel Paese, sono imprese individuali. Il 2,5% sono società semplici e solo l’1,5%  ha un’altra forma giuridica». Questo rende in primo luogo poco utilizzabile il Piano Calenda, perché si tratta di imprese che spesso pagano le tasse in modo forfettario, in base alla dimensione della superficie che coltivano. In pratica, l’iperammortamento è applicabile quasi solo per la categoria “altre imprese”. Ovvero, il sopra citato 1,5%. «Parliamo comunque di 20-25mila aziende», ma resta fuori la stragrande maggioranza del panorama produttivo.

Eppure stiamo parlando di un settore in cui tutti sottolineano l’enorme portata che potrebbero avere le tecnologie. Giachi sottolinea a questo proposito una caratteristica peculiare del mondo agricolo perché, a differenza di altri settori in cui i cambiamenti sono veloci, e di conseguenza le decisioni rapide, in agricoltura in un anno ci sono forse dieci decisioni importanti da prendere. Quindi è molto importante che vengano prese nel migliore dei modi. E i dati servono proprio a questo.

Le tecnologie smart agricolture

I diversi esperti interpellati, dal mondo accademico a quello associativo al mercato, forniscono abbondanza di esempi. Liberatori fa l’esempio dei droni. Con un sistema di analisi è possibile mappare la coltura sul momento (l’immagine dal satellite, invece, è più ritardo e meno precisa). Il drone fa la foto, e vede ad esempio che in un punto del campo sta iniziando una patologia. Il drone a questa punto torna indietro, carica le capsule che contengono un prodotto biologico, va sul posto e fa un micro-trattamento specifico. Fa tutto da solo. Ha un limite fisico di peso, un singolo drone porta pochi chili (quelli più grossi arrivano a 20 chili), quindi può fare solo microapplicazioni. Il che significa che per ora non sostituisce il trattore. Anche qui, le tecnologie sono avanti, ci sono i sistemi di guida automatica, assistiti dal satellite, che riescono ad esempio a evitare che una concimazione venga effettuata due volte sulla stessa striscia di terreno. Il problema è che però di sistemi per la guida automatica ce ne sono moltissimi, tutti diversi fra loro, adatti a specifiche realtà (un trattore per un grande campo in pianura ha caratteristiche del tutto diverse da uno per un piccolo terreno in collina).

E qui si inserisce il discorso sulla classificazione delle schede, che «diventano lo strumento della scelta per l’erogazione del finanziamento». Per essere chiari, sono quindi utili per due motivi: «aiuterebbero l’agricoltore o il contoterzista nella scelta delle tecnologie», e il decisore pubblico, «per valutare idoneità della tecnologa e ammissibilità al finanziamento». E questa parte manca nel piano, che dà risorse finanziarie, affiancando le imprese agricole e agromeccaniche, «ma c’è bisogno di mettere un po’ ordine». Ed è una cosa urgente: «la norma fornisce le linee guida di carattere generale, ma poi va calata nelle varie realtà, e in ogni realtà vanno identificati gli strumenti precisi». Anche in considerazione del fatto che le agevolazioni hanno un costo per la collettività (che va ripagato in termini di sviluppo e crescita, evidentemente). Enama è l’unico soggetto fino ad ora ad avere predisposto esempi di queste schede, che sono stati sottoposti al ministero.

Continuiamo con gli esempi di tecnologie abbinate al mercato. Francesco Giachi spiega l’importanza di raccogliere i dati meteo, cosa che in genere gli agricoltori non fanno, raccontando di una cantina (una delle poche illuminate, la definisce), che ha installato delle centraline meteo in alcuni vigneti, e ha quindi a disposizione una registrazione dei fenomeni meteo che riguardano i suoi campi. Li mette a disposizione dei suoi fornitori di prodotti legati a trattamenti sul campo, i possono leggerli e utilizzarli per fare consulenza ai contadini della zona. Risultato: fanno un sconto alla cantina, intorno al 5-6%, che significa centinaia di migliaia di euro in un anno. « È una sensoristica semplice – sottolinea l’imprenditore -, bisognerebbe farla un po’ più avanzata per risparmiare sui trattamenti. Ma anche installando questi semplici apparecchi, si è ottenuto un rapporto di fiducia con i fornitori», con i vantaggi sopra descritti. Che, fra l’altro, hanno poi un ritorno sull’intera filiera.

Qui c’è un progetto in corso del Ministero dell’Agricoltura, al quale nel 2016 diverse Regioni hanno chiesto servizi web per fornire assistenza tecnica alle aziende agricole su agrometeorologia, fenologia e fitopatologia. realizzato da Almaviva, responsabile della gestione operativa del SIAN (Sistema Informativo Agricolo Nazionale), ha l’obiettivo di incrementare il numero di regioni connesse al SIAN (al momento Piemonte, Marche, Lazio, Sicilia e Sardegna).

Torniamo all’agricoltura di precisione, che a detta di tutti è l’obiettivo: non ha solo vantaggi in termini di qualità del prodotto, sottolinea Bacchetti, ma anche sul forte della sostenibilità (mirare gli interventi significa utilizzare meno chimica). Ma le applicazioni non possono essere stand alone, bisogna lavorare per realizzare un ecosistema integrato. Come? Innanzitutto, promuovendo la collaborazione virtuosa fra i diversi attori. L’Osservatorio Smart agrifood del Politecnico di Milano ha un tavolo di lavoro 4.0, che ha proprio l’obiettivo di fare discutere concretamente le aziende della domanda e dell’offerta. «Noi cerchiamo di integrare i diversi sforzi per arrivare alla logica di piattaforma comune. Stimo quindi stimolando il processo, raccogliendo interesse delle aziende nel partneriato. A gennaio comunicheremo i risultati finali».

Le soluzioni per smart agricolture

La difficoltà principale, prosegue l’imprenditore, è spiegare agli operatori che i vantaggi della digitalizzazione in chiave 4.0 si esprimeranno in cinque-dieci anni. Vecomp sta ad esempio portando avanti un progetto nel mondo del vino, dunque un fiore all’occhiello del Made in Italy. Ma «la domanda è: le nostre cantine saranno ancora competitive fra dieci anni?». Chi non fa il salto digitale, rischia di sparire. Le imprese dunque devono guardare lontano, partendo proprio dalle realtà familiari, che devono preparare adeguatamente oggi più che mai la transizione del cambio generazionale. Oggi, la filiera è molto frammentata, c’è chi fa solo uva, mosto, imbottigliamento, commercializzazione, marketing, retail, mentre è difficile trovare attori che coprano l’intero ciclo. È anche difficile trovare quindi imprese e interlocutori con una visione completa. Il vino italiano si è molto concentrato sulla qualità, e ha un grande marchio. «Cominciamo a preoccuparci del prossimo trend, che potrebbe essere la digitalizzazione». In primis, efficienta le aree produttive, crea marginalità, consente di occuparsi meglio di commercio e marketing. Il mercato attuale, spiega Giachi, è frammentato anche dal punto di vista commerciale. Il produttore vende a un esportatore, e non ha idea di dove vada a finire il prodotto. Le piattaforme digitali aiutano ad avvicinarsi al consumatore finale, sia aiutando l’azienda e mirare meglio il prodotto (è un paradigma del 4.0), sia per fornire al consumatore, sempre più esigente, informazioni su quello che compra.

Stesso discorso, per i prodotti che può vantare il marchio Made in Italy. Anche qui, le tecnologie aiutano, ad esempio sul fronte della tracciabilità: «un semplice qr code consente al consumatore di sapere da dove viene la materia prima, come è stata lavorata, chi l’ha lavorata, quanto tempo è stata in magazzino (un fattore importante, perché si sviluppano microtossine). Rendere tutto questo trasparente facilita il ciclo produttivo e diventa strumento di commercializzazione e valorizzazione del prodotto).

La soluzione che Vecomp sta costruendo per la cantina consente di monitorare l’intero processo di produzione di valore, con un’unica piattaforma l’impresa controlla cosa succede nella vigna, gli aspetti meteorologici, cosa succede nel terreno, i gradi di maturazione delle uve, piuttosto che rischi di incorrere in malattie, e quindi di prevenirle. Stesso discorso in cantina: processi di vinificazione, condizioni ambientali nelle botti, livello di evaporazione del vino in cisterna o in barrique, con tappi e sensori intelligenti che misurano temperature, umidità, liquido.

La parte industriale: si connettono i macchinari utilizzati (imbottigliatrice, etichettatrice, case packer che mette bottiglie in scatole), i dati consentono la manutenzione predittiva, o comunque aiutano il fornitore a lavorare meglio. Infine, la logistica: i tag sulle etichette consentono di tracciare il percorso dei bancali o delle bottiglie, per capire dove gli importatori le portano, di creare link con il distributore, di avere un certificato di qualità legato all’etichetta intelligente che risolve tre problemi. Immediato il vantaggio in termini di contraffazione, la singola bottiglia è di fatto autenticata. E siamo al marketing: il qrcode crea un filo diretto con il consumatore, la bottiglia diventa un media digitale.

I costi sono sostenibili per realtà non piccolissime (il target sono imprese che fatturano qualche milione di euro): si parla di decine di migliaia di euro, al massimo poche centinaia di migliaia per un progetto completo. Poi, ci sono i costi del canone mensile per utilizzare piattaforma e della parte del progetto iniziale legata alla consulenza. Il problema, conclude Giachi, è che spesso «le cantine la digitalizzazione non sanno nemmeno cos’è. Hanno le lavagnette attaccate alle cisterne su cui scrivono a mano che vino contengono».

E proprio sul settore vitivinicolo c’è una best practice italiana, con il Registro Telematico Vitivinicolo, che raccoglie i dati di 15mila aziende del settore, e di 18mila stabilimenti con produzione superiore ai 50hl, che compilano il registro telematico. Realizzato da Almaviva, è il primo esempio di tecnologia blockchain applicata a una filiera produttiva legata a un ente governativo. In un’unica piattaforma si raccolgono tutte le fasi della supply chain del vino: il dal produttore, che compila online il documento di accompagnamento, agli adempimenti di raccolta e trasporto, alle operazioni che vengono certificate in cantina, all’imbottigliamento, con l’applicazione di un identificatore di bottiglia. La tracciabilità è certificata, tutti i dati sono visualizzabili dal consumatore, piuttosto che dal ristoratore, con tecnologia NFC (near field communication). Anzi, saranno, nel senso che il Registro vitivinicolo è già attivo, mentre quest’ultima parte, dedicata al consumatore, arriverà a breve. È un esempio pratico di una vision, sintetizzata dal «cambio di prospettiva» di Antonio Amati, che punta a interconnettere tutti i dati del SIAN, aggiornati in tempo reale, mettendoli a disposizione del sistema Paese. Quindi, portali regionali consultabili dalle imprese con tutti i dati meteo, o le informazioni relative ai campi, funzioni di reportistica a supporto del decision making, possibilità per le imprese di fare online tutti gli adempimenti amministrativi. Informazioni a disposizione del mercato, tramite una tecnologia, la blockchain, che fornisce sicurezza e attendibilità (i dati non sono manipolabili in alcun modo).

L’obiettivo del sistema paese è ambizioso: l’Italia è uno dei principali produttori agricoli europei, è il primo paese per valore aggiunto dell’agricoltura, si posiziona sul podio in tutti i diversi segmenti, con punte nel vitivinicolo, oltre che nell’ortofrutticolo e nell’olivicolo. L’agricoltura di precisione è un’occasione 4.0 da cogliere, la digitalizzazione può diventare strumento a tutela del Made in Italy. L’importante, sottolinea Liberatori, è puntare sulla qualità. Quindi su una fascia di mercato medio-alta. Questo, fra l’altro, vale anche per le macchine agricole. Sulle grandi macchine abbiamo un prodotto standardizzato, che quindi ha una forte concorrenza, mentre «sulle macchine specializzate abbiamo un know how e una tecnologia unici al mondo, senza concorrenti. Bisogna mantenere questo vantaggio competitivo, perché si fa presto a perderlo».

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