Il decreto

Banda larga, i difetti dello Sblocca Italia

Ci sono sei motivi per cui il credito d’imposta è un passo falso per lo sviluppo della rete. Tra gli altri: tale copertura non potrà essere gestita come un investimento non utilizzando virtuosamente i finanziamenti Europei e non seguendo le finalità definite dalla stessa Commissione. E, come al solito, la misura difetta di una regia nazionale coesa

26 Ago 2014
Rossella Lehnus

Director at Deloitte Financial Advisory

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Il Presidente del Consiglio ha già twittato qualche giorno fa che lo Sblocca Italia è in dirittura d’arrivo. Un testo, molto discusso negli ultimi giorni, che ha subito drastiche sforbiciate rispetto alle iniziali 300 pagine e più.

Una sezione è dedicata anche alla banda larga che, nel rispetto del principio di neutralità tecnologica spazia dal vincente e collaudato modello Lombardia per la posa della banda larga fissa sia nel sotto sia nel sopra suolo (che la Presidenza del Consiglio ha voluto estendere a livello nazionale), ad ulteriori semplificazioni per accelerare la banda larga mobile.

Si sa che il problema non sono le norme, che in Italia non mancano, bensì l’effettivo adozione di queste e l’assenza di responsabilità degli enti che dovrebbero rispettarle abbinata alla mancanza di conseguenti sanzioni, ma nella fattispecie si tratta di misure che effettivamente aiutano a spianare il terreno per la realizzazione di quelle infrastrutture che potrebbero digitalizzare l’economia nazionale.



In fondo l’Europa ci chiede anche questo: misure alternative agli incentivi economici per lo sviluppo della banda larga per sostenere sia la domanda sia l’offerta del servizio. Norme che aiuteranno il nostro Paese a soddisfare anche le famigerate condizionalità ex ante per l’utilizzo dei fondi europei 2014-20, se presentate in modo organico evidenziando il fil rouge che lega insieme tutte queste iniziative. Un disegno che rischia di diventare scomposto se però, invece di consolidare, si frammentano le modalità con cui gli incentivi pubblici vengono gestiti.



Il Piano Nazionale Banda Larga prima e il Piano Strategico Banda Ultralarga oltre al loro scopo primario di diffondere le infrastrutture ultraveloci nelle aree a fallimento di mercato, hanno due importanti meriti:

1. aver offerto alle Amministrazioni pubbliche competenti e, ancor di più al mercato, un modello standardizzato di accesso dei fondi pubblici. Questo ha permesso – sia alle grande aziende, sia ai piccoli operatori che solitamente non possiedono un ufficio dedicato alla finanza agevolata – di accedere alle risorse pubbliche.

2. Aver speso i fondi europei – oltre 1 miliardo di euro – di cui l’Italia si è dimostrata – per due programmazioni consecutive, ovvero per ormai 15 anni – una pessima utilizzatrice.



Se lo Sblocca Italia prevederà, come pare, la defiscalizzazione delle reti di comunicazione elettronica a banda ultralarga nelle area bianche del Paese, invece, metteremo in campo un nuovo strumento per la diffusione della banda ultralarga, difficilmente monitorabile e seriamente rendicontabile.

In questo caso, è sbagliato prevedere un credito d’imposta, pari al 70% del costo dell’investimento, a valere sull’IRES e sull’IRAP complessivamente dovute dall’impresa che realizza l’intervento, perché:

1. Tale copertura non potrà essere gestita come un investimento non utilizzando virtuosamente i finanziamenti Europei e non seguendo le finalità definite dalla stessa Commissione.

2. La misura richiederebbe una copertura ipotetica ingente visto che le condizioni di accesso sono talmente vaghe “tutto ciò che concorre al raggiungimento dei targets dell’agenda digitale europea” e potrebbero richiedere 10 miliardi di investimento o forse anche più. Altro sarebbe se si restringesse l’obiettivo alla sola infrastrutturazione abilitante servizi oltre a 100 mbps.

3. È difficile, se non impossibile, controllare la spesa dei capex delle aziende e distinguerla tra quella che è spesa per nuovi investimenti o spesa per investimenti che sarebbero comunque programmati. In questo ultimo caso, tali incentivi costituirebbero anche una perdita per le casse dello Stato. Qualcosa difficilmente spiegabile proprio quest’anno, quando i cittadini hanno visto il proprio Paese contrattare la quota di cofinanziamento nazionale dei fondi europei 2014-2020 e che hanno miseramente appreso come l’Italia non sia riuscita a spendere miliardi di euro della vecchia programmazione.

4. Non prevedono organicità e una regia nazionale, lasciando al solo mercato la scelta delle aree – fra quelle bianche s’intende – ove intervenire. Ciò potrebbe facilmente portare a nuovi, pesanti divari poiché nelle aree più remote nemmeno queste de fiscalizzazioni potrebbero indurre il mercato a investire.

5. È vero che la misura di defiscalizzazione convive con l’attuazione del Piano Strategico Banda Ultralarga risolvendo il punto 4), ma tale compresenza porterebbe inevitabilmente a ritardi causati da progetti privati poi inattuati o non conclusi per la mancanza di domanda di connettività (l’Italia registra la percentuale più bassa d’Europa) che ritarda il ROI scoraggiando, come noto, gli investimenti delle aziende.

6. La complessità di gestione e frammentazione di tali incentivi escluderà gli operatori più piccoli da questo modello di finanza agevolata.



L’unica cosa da fare per raggiungere gli obiettivi europei è concentrarsi sulla spesa efficiente e immediata dei fondi europei. Ossia mettere accanto al piano strategico banda ultralarga un adeguato piano di spesa nazionale dei fondi. Altrimenti il rischio è di perdere ancora altro tempo rimanendo gli ultimi in Europa.

Cambiamo.. com’era? #lasvoltabuona?

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