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le prospettive

Banda ultralarga, l’Italia rischia la paralisi: ecco tutte le incognite

Il 2019 è un anno molto delicato per la banda ultralarga. Può essere di svolta, ma contiene anche alcune trappole da evitare. Occorre sbloccare gli incentivi alla domanda e prevedere sgravi fiscali a sostegno della realizzazione delle infrastrutture di rete. Con l’incognita della web tax e l’attesa partenza del 5G

14 Gen 2019

Francesco Bellini

Professore di Digital Transformation & Data Management – Università di Roma La Sapienza - Senior Partner e Research Director, Eurokleis srl


Per il mercato delle reti di telecomunicazione ultraveloci (banda ultralarga), il 2018 si è concluso con un sostanziale rispetto della roadmap stabilita dal Piano strategico ed i progressi – già certificati dalla Corte dei Conti Europea per il 2016 – sono stati confermati. Anche dal punto di vista regolatorio la fine del 2018 ha portato delle interessanti novità quali il nuovo Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche e l’impulso del Governo alla realizzazione della rete unica in fibra ottica

Di converso, il 2019 è iniziato con luci ed ombre rispetto alla necessità di un ulteriore impulso allo sviluppo e, più in generale, al processo di rinnovamento di infrastrutture e servizi digitali.

Sullo sfondo, il varo definitivo della cosiddetta ”web tax” e altre novità della finanziaria 2019 che pongono un interrogativo sui costi di connettività e sulle prospettive di crescita del mercato dei servizi digitali.

Nuovo Codice Ue delle comunicazioni elettroniche e  banda ultralarga

A fine dicembre è entrato in vigore il nuovo Codice europeo delle comunicazioni elettroniche (EECC) ovvero un insieme completo di nuove norme per il settore delle comunicazioni elettroniche che prevede, tra l’altro, la rapida e ampia diffusione del 5G e di altre tecnologie di nuova generazione in tutta Europa, una maggiore tutela dei consumatori e una tariffa massima per le chiamate internazionali nell’Ue. Di particolare interesse e novità per il settore delle infrastrutture è l’incentivazione del ‘modello wholesale only’ – che è quello di OpenFiber in Italia – ossia degli operatori che si occupano solo della rete e che non offrono servizi agli utenti finali come fanno invece gli operatori storici e verticalmente integrati quali per esempio Deutsche Telekom, Telefonica o Tim.

I regolatori comunitari ritengono che il modello ‘wholesale only’ elimini alla radice il conflitto d’interessi di chi ha la rete ma offre anche servizi ai consumatori finali. Le nuove regole, inoltre, ricomprendono tra gli operatori ‘wholesale’ anche quelli che serviranno l’utenza business e il mercato della pubblica amministrazione, mentre non rientrano in questa categoria quegli operatori ‘incumbent’ che compiano una semplice separazione legale della rete mantenendo il controllo sulla società separata.

La situazione in Italia

A fine novembre 2018 risultavano aperti 1.033 cantieri di cui 915 in fibra ottica e 118 di tipo wireless (FWA). I primi 2 bandi di gara hanno riguardato 6.753 comuni, 7,7 milioni di unità immobiliari e 13,8 milioni di cittadini in Abruzzo, Molise, Emilia-Romagna, Lombardia, Toscana, Veneto, Basilicata, Campania, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Marche, Piemonte, Provincia Autonoma di Trento, Sicilia, Umbria e Valle d’Aosta. Il terzo bando di gara aggiudicato a Open Fiber per la costruzione della rete pubblica per la banda ultra-larga in Puglia, Calabria e Sardegna, prevede uno stanziamento pubblico di 103 milioni di euro interessando 378 mila cittadini e 317 mila unità immobiliari negli 882 comuni coinvolti.

In tale contesto si innestano l’impulso del Governo alla realizzazione della rete unica in fibra recente ed il cambio di strategia di Tim che si è indirizzata verso lo scorporo della sua rete in una nuova società. Interessante quindi sarà capire l’orientamento di Tim rispetto all’indipendenza della newco. In questa fase delicata l’Agcom gioca un ruolo chiave ed una decisione in merito alla rete unica dovrebbe arrivare entro aprile al termine delle consultazioni sul provvedimento di accesso alla rete fissa di telecomunicazioni. Nel frattempo, la stessa Authority ha dato impulso ad una procedura accelerata per lo switch off volontario di Tim dal rame alla fibra ed un contestuale innalzamento delle tariffe all’ingrosso sul rame a favore di un abbassamento di quelle sulla fibra.

In aggiunta, l’EECC introduce per gli operatori tradizionali nuove norme sul co-investimento, incentivando la costituzione di aggregazioni e joint venture per investire in nuove reti ad altissima velocità, ma con valutazioni puntuali delle singole aggregazioni per evitare problemi di violazione delle regole della concorrenza.

Uscire dalla trappola del rame

Tutto ciò perché l’Europa rischia, altrimenti, di restare indietro. La penetrazione dell’FTTH in Corea è all’81,6%, in Giappone al 69,1%, in Cina al 61,6%, in Usa al 14,5 per cento. La media Ue è del 13,9%, l’Italia è tra gli ultimi al 2,3% (dati: FTTH Council).

In questo contesto appare quindi superato e ozioso il dibattito ancora in essere su quale possa essere il migliore approccio per la realizzazione delle infrastrutture per la gigabit society. Purtroppo, infatti, è ancora possibile trovare ancora alcuni sostenitori di un approccio graduale che faccia uso di soluzione tecnologiche FTTC (Fiber-To-The-Cabinet) intermedie rispetto alla FTTH (Fiber-To-The-Home) basate sul rame quali Vdsl-2, Evdsl e Gfast.

Al di là del recente impulso regolatorio, appare evidente che voler puntare strategicamente ancora una volta sul doppino telefonico significherebbe ricadere in quella “trappola del rame” che ha condizionato lo sviluppo digitale del Paese negli ultimi 20 anni.

Quindi, se si procederà secondo i recenti piani, il 2019 potrebbe essere l’anno di svolta sul fronte dell’offerta di servizi di connettività ultraveloce. Viceversa però, la domanda di accesso ancora langue, anche in virtù del fatto che l’Italia è partita molto in ritardo nello sviluppo di reti di nuova generazione.

Sarebbe quindi più che mai necessario sbloccare i 2,5 miliardi di euro prospettati nel 2018 come incentivi alla domanda (voucher ad imprese e famiglie per connessioni in fibra) nonché prevedere sgravi fiscali a sostegno della realizzazione delle infrastrutture di rete. Anche in questo caso, sì è persa l’occasione di finanziare tali incentivi con i maggiori introiti derivanti dall’asta delle frequenze del 5G come logica, corretta amministrazione e lungimiranza avrebbero consigliato.

Viceversa, come purtroppo già prospettato da chi scrive, tali maggiori entrate sono state destinate dalla legge di bilancio 2019 al conseguimento di generici “obiettivi programmatici di finanza pubblica” e quindi, in definitiva, al finanziamento della spesa corrente (reddito di cittadinanza, riforma della legge Fornero, ecc.).

La web tax

La legge di bilancio 2019 istituisce l’imposta sui servizi digitali ovvero la versione rivista e aggiornata della c.d. “web tax” già prevista dalla legge 205/17 e mai entrata in vigore. L’imposta è calcolata nella misura del 3% sull’ammontare dei ricavi ed il testo, che ricorda molto quello dell’equivalente imposta francese, indica, tra gli altri, come requisito oggettivo la “trasmissione di dati raccolti da utenti e generati dall’utilizzo di un’interfaccia digitale”. Quindi, ad una prima lettura, anche i fornitori di accesso sembrerebbero poter essere soggetti passivi dell’imposta.

Pur volendo lasciare ogni approfondimento nel merito ad esperti di diritto tributario e scienza delle finanze, non si può non sottolineare l’iniquità di un’imposta che assume come base imponibile il volume dei ricavi ed il cui meccanismo determinerà un effetto di traslazione dell’onere verso il consumatore finale con buona pace della riduzione dei costi di accesso e degli incentivi a fruire di servizi digitali. Anche in questo caso bisogna confidare nel fatto che l’Unione europea trovi un accordo su una modalità equa e giuridicamente convincente per tassare i profitti degli over the top. Nei primi mesi dell’anno quindi, l’Agenzia delle Entrate è chiamata a definire le modalità applicative delle disposizioni relative all’imposta sui servizi digitali con l’auspicio che la soluzione interpretativa non porti all’imposizione anche dei normali servizi di connettività.

L’interesse degli operatori e degli osservatori sarà quindi puntato sulle azioni che Governo ed il Parlamento da un lato e l’Agcom dall’altro, sono chiamati ad intraprendere nel 2019. Il tutto, insieme all’attesa partenza del 5G, in un contesto economico con prospettive incerte per le quali si richiedono investimenti produttivi pubblici e privati con un elevato payoff in termini di innovazione, incremento di produttività ed occupazione.

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