La proposta

Cloud nazionale: serve un formato dati standard per la PA, ecco i vantaggi

Un formato dati standard sul cloud nazionale per ogni categoria della PA azzererebbe la dipendenza dai fornitori extraUE e consentirebbe una gestione totalmente autonoma: i dettagli, i nodi da sciogliere e cosa prevede oggi il bando per il polo strategico nazionale

Pubblicato il 15 Apr 2022

Simone Bonavita

Executive Director, ISLC (UNIMI)

Alessandro Cortina

International Research Fellow, ISLC (UNIMI)

cloud italia nazionale - EDPB - cloud nazionale

Dal cloud nazionale al formato dati nazionale: serve una “omologazione nazionale dei dati” di quello che sarà il principale ambiente di elaborazione e archiviazione delle informazioni dei cittadini italiani.

Infatti, la pubblicazione del bando sulla creazione del Polo Strategico Nazionale è stato un passo fondamentale per la PA,  ma deve rappresentare l’occasione per altre “rivoluzioni” che lo sfruttino al meglio.

A livello europeo, da diversi anni c’è un’attenzione particolare sul dato e sulle sue varie sfaccettature: GDPR, Direttiva Trade Secret, Direttiva Open Data, il Data Act (in corso di redazione).

Cloud e PNRR, perché il bando del Polo strategico nazionale aiuterà a digitalizzare il Paese

Bisognerebbe quindi guardare ai progressi del diritto anche con un occhio e uno spirito che vada oltre il semplicemente recepimento di nuove norme, ma che sfrutti queste occasioni per portare anche dei cambiamenti strutturali alla base di quelle tecnologie che vengono regolate dal diritto.

Vediamo come.

Cloud Nazionale: quali e quanti sono gli enti coinvolti

La creazione del Polo Strategico servirà per favorire il processo di digitalizzazione della P.A.: infatti, decentralizzerà e solleverà i vari enti dalla gestione completa dell’infrastruttura informatica.

Secondo i dati pubblicati sul sito del Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale (MITD)[1], saranno trasferite sul Cloud Nazionale:

  • tutte le amministrazioni centrali (circa 200);
  • le ASL- Aziende Sanitarie Locali;
  • le principali amministrazioni locali (Regioni, città, metropolitane, Comuni con più di 250mila abitanti).

Questi enti sono stati poi divisi in tre gruppi, sfruttando anche un censimento svolto nel 2020 da parte dell’AgID, per effettuare una transizione basata su priorità.

Ad esempio, gli enti del gruppo 1, che comprendono 95 pubbliche amministrazioni centrali di classe B (censimento AgID) e 80 ASL (indicate dal PNRR) saranno trasferiti per primi, perché operano con infrastrutture informatiche considerate insicure e critiche.

Per gli altri due gruppi, invece, al momento non è stato inserito un vincolo di obbligatorietà di transizione, come si evince dal sito del MITD: «Tutte le amministrazione degli altri gruppi potranno scegliere di utilizzare il PSN».

Cloud nazionale: la classificazione prevista da bando

Tra i vari lavori all’interno del progetto del Cloud Nazionale vi è la classificazione dei dati e servizi per gestiti dalle varie P.A. che dovrebbero essere ospitate nell’infrastruttura del Polo Strategico.

La classificazione serve per facilitare il processo migratorio e per uniformare le tipologie di dati e servizi che risiederanno nel Cloud Nazionale.

Le attuali classi di dati e servizi identificate sono tre: strategico, critico e ordinario[2].

L’attribuzione di un dato/servizio in una di queste classi è data dalla valutazione delle conseguenze che una possibile violazione delle confidenzialità, integrità e/o disponibilità avrebbe nei confronti del Paese. Potremmo, dunque, parlare di una sorta di classificazione severity o impact-based.

Di seguito una breve descrizione delle tre classi:

  • Strategico: dati e servizi la cui compromissione può avere un impatto sulla sicurezza nazionale;
  • Critico: dati e servizi la cui compromissione potrebbe determinare un pregiudizio al mantenimento di funzioni rilevanti per la società, la salute, la sicurezza e il benessere economico e sociale del Paese;
  • Ordinario: dati e servizi la cui compromissione non provochi l’interruzione di servizi dello Stato o, comunque, un pregiudizio per il benessere economico e sociale del Paese.

Cloud nazionale: la proposta di uno standard di categoria di funzionalità e vantaggi

Attraverso un processo di classificazione, come quello già ideato, dati e servizi si unificheranno secondo le priorità dovute all’impatto di possibili violazioni della sicurezza.

E se si uniformassero anche le tipologie di dati per categorie di funzionalità?

Un lavoro di questo tipo è già presente in alcuni settori, ad esempio quello sanitario con il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE).

Immaginiamo che ogni ambito della nostra vita sociale, intesa come rapporto con lo Stato e con i vari Enti con cui interagiamo, sia suddiviso in varie categorie di attività e ognuna di queste abbia un proprio formato standard (finanza, educazione, giustizia).

Possibili vantaggi di uno scenario di questo tipo potrebbero essere:

  • Omogeneità dei dati e riduzione della complessità. L’insieme omogeneo di dati riduce la complessità di realizzazione di nuovi servizi e, più in generale, dei loro processi di elaborazione;
  • Ottimizzazione dei processi. Una sola tipologia di dati aiuta la standardizzazione e ottimizzazione dei processi in quanto si riducono le variabili in gioco;
  • Interoperabilità. Un unico formato a disposizione rende ininfluente il luogo di creazione del dato e ne permette il riutilizzo in maniera trasparente e indipendente dall’amministrazione locale di riferimento.
  • Sicurezza. Standardizzando il formato, è possibile effettuare delle migliori valutazioni di sicurezza, sulla base di strategie nazionali che non demandano completamente agli enti locali la gestione del dato.
  • Aggregazione. Un set omogeneo di dati permette operazioni aggreganti in maniera più intuitiva e semplificata. Lo studio di dati aggregati, inoltre, produce informazioni utili sia in termini di analisi interne come supporto a processi decisionali, sia per una loro messa a disposizione sotto forma di “open data”.

Cloud nazionale: formati proprietari per la sovranità digitale

Diventa quindi legittimo chiedersi anche se sia preferibile e/o necessario creare dei formati di dati proprietari ex novo.

Un approccio di questo tipo non faticherebbe a trovare riscontri nei principi della “Strategia Cloud Italia”, che ha posto l’accento sull’autonomia tecnologica.

Dal punto di vista dell’infrastruttura cloud, creare formati proprietari ex novo significa non essere dipendenti dai cloud service provider extra-UE, padroni indiscussi del mercato[3].

Dal punto di vista dei dati vorrebbe dire essere padroni di modellare a proprio piacimento la loro natura sino alla loro trasposizione in bit.

Cloud nazionale: cosa comporterebbero i nuovi standard

Ovviamente, un approccio radicale come questo comporterebbe grandi attività di ricerca e sviluppo che sarebbero nettamente inferiori con l’utilizzo di tecnologie già esistenti e affermate sul mercato.

Inoltre, bisognerebbe affrontare poi il problema di come rendere utilizzabili tali formati di dati proprietari su software di terze parti che un ente della P.A. potrebbe utilizzare.

Ne segue, quindi, che a un formato proprietario possano dover seguire delle applicazioni proprietarie, o dei moduli integrativi per applicativi già esistenti, che permettano l’effettivo utilizzo di dati codificati non secondo formati standard.

Per esempio, un riscontro pratico è possibile trovarlo– seppur con le dovute differenze – con il passaggio del mondo Apple ai processori proprietari.

Un cambiamento che ha portato, tra gli altri, vantaggi in termini di prestazioni, potenza e gestione della macchina, ma ha avuto di contro una riduzione – quantomeno nel breve-medio termine – degli applicativi utilizzabili.

Vi sarebbero poi, ovviamente, le tematiche organizzative e di costo: organizzare a livello nazionale un piano di questo tipo richiederebbe grosse risorse di gestione e coordinamento; inoltre, bisognerebbe garantire che tutti i vari enti della P.A. possano accedere a questa eventuale trasformazione per evitare possibili casi di digital divide.

Il digital divide porterebbe infatti al parziale fallimento di questa rivoluzione, in quanto si perderebbe quel senso di omogeneità e coralità del trattamento e gestione dei dati che è alla base di questo ipotetico progetto.

Sullo sfondo, infine, legittime sarebbero anche delle considerazioni di natura legale, per via delle presenze di norme, in particolare di stampo unionale, che richiedono in determinati ambiti la portabilità dei dati.

Lo sviluppo, quindi, di un formato dati uniforme per la P.A. dovrebbe anche tener conto di questi aspetti in modo tale da non cadere poi nella problematica di aver creato un meccanismo che ci possa, in un qualche modo, isolare dagli altri Paesi dell’Unione.

Una soluzione sul punto, ancora più utopistica, potrebbe essere addirittura un formato dati europeo per i vari enti istituzionali?

Conclusioni

La forte interdipendenza europea per motivi legislativi e di mercato rende le sfide verso un’autonomia tecnologica molteplici e connesse.

Ciò non toglie, però, la possibilità di sfruttare queste occasioni anche per andare oltre i primi obiettivi e cogliere delle opportunità per il futuro.

È per questo che il progetto del Cloud Nazionale si colloca in un momento storico in cui altri progetti, come quello ipotizzato in questo articolo, possono calarsi non sono come semplici spunti di riflessione ma come delle e vere e proprie idee da analizzare e valutare in termini di studi di fattibilità.

Dopotutto, da un Cloud Nazionale a un “Formato Dati Nazionale” il passo, quantomeno sulla carta, potrebbe non essere così lungo.

_______________________________________________________________-

Note

  1. Cfr. Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale, “Polo Strategico Nazionale”, su «innovazione.gov.it», in Internet all’indirizzo https://innovazione.gov.it/dipartimento/focus/polo-strategico-nazionale/ (consultato il 19/03/2022)
  2. Cfr. Dipartimento per la Trasformazione Digitale e Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, “Strategia Cloud Italia”, su «innovazione.gov.it», in Internet all’indirizzo https://assets.innovazione.gov.it/1634299755-strategiacloudit.pdf (consultato il 19/03/2022).
  3. Cfr. Lionel Sujay Vailshery, “Cloud infrastructure services vendor market share worldwide from 4th quarter 2017 to 3rd quarter 2021”, su «Statista», in Internet all’indirizzo https://www.statista.com/statistics/967365/worldwide-cloud-infrastructure-services-market-share-vendor/ (consultato il 20/03/2022)

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