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Cloud pubblico, i limiti da conoscere per evitare delusioni

Il mondo ha abbandonato la visione cloud centrica per approdare a una di cloud ibrido. I limiti del cloud sono spesso sottovalutati e portano a ritorni deludenti. Ecco cosa bisogna sapere per ottenere davvero i vantaggi del cloud, proprio mentre l’intero Paese sposa questo modello con il Polo strategico nazionale

12 Ott 2022
Antonio Cisternino

Università di Pisa

Cosa si intende per cloud?

Ricordo come fosse oggi la mia partecipazione nell’aprile del 2010 alla conferenza “Cloud futures” organizzata a Redmond da Microsoft Research dove molti ricercatori e Google, Microsoft, ed Amazon discutevano e condividevano idee sul cloud. Il Cloud stava divenendo il modello di business che tutti noi conosciamo, ed era lontano dall’essere una tecnologia: si prometteva di potersi liberare delle obsolete divisioni IT delle aziende in cambio della promessa di pagare solo per quello che si usava.

Come va il cloud: ritorni alle aziende inferiori alle promesse

Tredici anni dopo il Cloud si è evoluto così come la percezione del contributo che può dare alla gestione dei sistemi enterprise in un mondo dove la visione cloud centrica è stata gradualmente sostituita con una visione della gestione delle risorse IT di un’organizzazione in accordo al paradigma Cloud con la possibilità di vedere sia le risorse locali dell’organizzazione che quelle dei vari Cloud utilizzati in un continuum che normalmente viene riferito come Cloud ibrido.

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Dopo tutto questo tempo è naturale chiedersi cosa ne è stato della visione Cloud e come sta andando l’intera iniziativa che si pensava avrebbe sostituito le infrastrutture di calcolo locali.

Una prospettiva da conoscere a fondo proprio nei giorni in cui l’Italia si appresta ad avviare il polo strategico nazionale in cloud per i dati della PA.

Un naturale punto di vista è quello economico, trattandosi in primis di un modello di business: KPMG ha recentemente pubblicato una ricerca che evidenzia come il 67% di 1000 aziende leader in tecnologie statunitensi ritenga di non aver ancora visto alcun ritorno significativo sugli investimenti in Cloud. Si tratta comunque di un mercato globale da 830,5 miliardi di dollari ancora in crescita di circa il 17% anche se con un fattore di crescita in declino (l’anno precedente la crescita era del 18% circa) e ci si aspetta un’ulteriore calo del fattore di crescita di un altro punto percentuale nel corso del prossimo anno. Anche un gigante come Amazon vede un calo nella crescita di 4 punti percentuali (dal 37% dell’anno scorso al 33% di quest’anno).

Si può obiettare che nessun mercato possa crescere all’infinito, e comunque il mercato del cloud pubblico sia ancora in crescita, ma il rallentamento è segno dell’evoluzione del panorama delle infrastrutture e dell’idea sempre più condivisa che si debba trovare un punto di incontro ed un equilibrio negli investimenti che consenta di massimizzare i vantaggi del cloud pubblico unitamente alle infrastrutture locali.

Il polo nazionale italiano cloud

Se guardiamo al territorio nazionale è notizia di questi giorni l’annuncio dell’azienda PSN (partecipata da TIM, Leonardo, CdP e Sogei) dell’avvio del Polo Strategico Nazionale previsto per dicembre di quest’anno con una previsione di almeno 280 pubbliche amministrazioni (centrali) migrate entro il 2026. Iniziative come il PSN rappresentano nuove forme di Cloud che possono essere considerate “privato” poiché destinati alla sola organizzazione “Pubblica Amministrazione”.

Se è lecito pensare che alcuni servizi della PA resteranno nel cloud pubblico (e in effetti alcuni cloud pubblici sono stati identificati come utilizzabili per alcuni dati della PA).

Si tratta di un esempio di inversione di tendenza con servizi della PA che tornano in esecuzione all’interno della PA stessa anche se in un modello completamente diverso da quello dei datacenter sviluppati e cresciuti in autonomia che il Piano Triennale ha contribuito a smantellare. È da sottolineare come i primi annunci indicano non solo la PA Centrale come possibile fruitore dei servizi del PSN ma anche la PA Locale, finora considerata solo come fruitori di servizi qualificati CSP da AgID.

Limiti del cloud da conoscere per il sfruttarlo al meglio

Una prima considerazione che credo che vada fatta è che probabilmente molti dei servizi in essere nel 2010 sono davvero andati nel cloud pubblico. Sempre più organizzazioni fanno uso di posta elettronica nel Cloud, o di applicativi come CRM e ERP nel Cloud.

Complessità crescente

Va però detto che nel frattempo le tecnologie si sono sviluppate e i sistemi sono cresciuti, così come le possibilità di acquisire ed elaborare dati al punto tale da rendere non sempre possibile il trasferimento dei dati acquisiti da dispositivi IoT e più in generale da sensori in servizi Cloud.

A volte la banda di rete è semplicemente insufficiente per trasferire i dati acquisiti da apparati complessi, basti pensare che una risonanza magnetica funzionale può generare vari Terabyte di dati in poco più di mezz’ora. L’evoluzione tecnologica ha infatti alterato gli equilibri interni alla natura dei servizi stessi, e oggi facciamo uso di servizi molto differenti dai siti Web che caratterizzavano l’inizio del nuovo millennio.

Tenere sotto controllo i costi

Un elemento centrale nella gestione del Cloud è la gestione delle risorse. Una caratteristica chiave è infatti la capacità di queste grandi infrastrutture di misurare l’uso di una risorsa fino al singolo minuto e far effettivamente pagare per l’uso della stessa. Ma quante organizzazioni sono in grado di allocare e deallocare continuamente le proprie risorse per trarre beneficio da questo estremo dinamismo?

Tutti noi sappiamo che in un’organizzazione vi sono continuamente tensioni tra chi gestisce le risorse e chi le usa cercando di minimizzare “l’ingombro mentale” nel doverle gestire: è molto più facile lasciare dei dati dove stanno anche se non immediatamente utili piuttosto che doversi ingegnare su come spostarli in modo da minimizzare i costi.

I pannelli dei cloud sono largamente inefficienti quando si allocano molte risorse e si perde facilmente il controllo sulla loro allocazione, dovendosi accontentare di una visione più collettiva dove non sempre è facile individuare sacche di spreco. Mi è capitato personalmente di assistere all’uso di server con GPU nel cloud che generavano più costi di quelli attesi sforando in modo significativo il limite di spesa previsto senza aver meccanismi che imponessero uno stop al raggiungimento del tetto di spesa (si possono scriptare soluzioni capaci di arrestare l’uso di una risorsa, ma si tratta di operazioni ad hoc, i cloud non potendo assicurare la consistenza dell’applicativo non possono prevedere in modo semplice un “hard stop” nell’uso di una risorsa). Il passaggio più o meno obbligato al multi-cloud ha ulteriormente complicato il panorama e per le organizzazioni sembra sempre più difficile tenere sotto controllo l’allocazione delle risorse nel cloud e di conseguenza i costi.

Vi sono servizi che beneficiano in modo ovvio dell’elasticità del Cloud pubblico, ma non tutti i servizi necessari ad un’organizzazione rientrano in questa categoria.

Il problema irrisolto della sovranità digitale

Il Cloud pubblico porta inevitabilmente con sé il problema della sovranità digitale: innumerevoli esempi hanno mostrato come l’ingerenza degli stati in cui operano i grandi Cloud provider possano sollevare dubbi e domande relativamente sul trattamento dei dati personali e sugli equilibri geopolitici in un mondo sempre più dipendente dalle tecnologie digitali. La gara del Polo Strategico Nazionale è stata svolta dichiaratamente per assicurare la sovranità su alcune tipologie di dati, elemento centrale per potersi autodeterminare senza essere sempre sotto potenziale scacco dei grandi gestori. Non è un caso che in Europa si senta il bisogno di realizzare piattaforme Europee, come testimoniato dalla nascita del progetto Gaia-X e anche dal recente European Chip Act della commissione Europea per spingere lo sviluppo di un ecosistema di microprocessori europei.

In questo scenario il GDPR gioca un ruolo centrale, quantomeno nel vecchio continente, imponendo vincoli e barriere che tendono a generare incertezza nell’affidare i dati di un’organizzazione al solo Cloud e condizionando di fatto l’adozione. Ne sono esempio il pronunciamento sul servizio Google Analytics, e la continua tensione sui servizi di Microsoft 365.

L’edge computing, il fog e i dischi

Se le sfide gestionali e di sovranità costituiscono importanti fattori che possono ridurre i benefici che il Cloud pubblico porta l’evoluzione tecnologica ha sicuramente contribuito alla ridefinizione dello scenario di gestione delle risorse IT da parte di un’organizzazione. Le prestazioni degli storage basati sulle tecnologie a stato solido consentono di leggere e scrivere dati a velocità ben superiori a 100Gbps, una banda che pochi si possono permettere per trasmettere i dati ad un cloud pubblico.

È quindi sempre più necessaria un’architettura capace di leggere ed elaborare almeno parzialmente i dati direttamente sull’edge, trasferendo solo successivamente un surrogato o comunque un estratto del dato nel Cloud pubblico.

Conclusioni

Il Cloud pubblico è una tecnologia che sicuramente sta raggiungendo il livello di maturazione. Non si pensa più che esisterà un giorno in cui tutti i servizi di un’organizzazione medio/grande saranno in un Cloud pubblico.

È più naturale una visione in cui le risorse IT di un’organizzazione includano sia un Cloud privato che uno o più Cloud pubblici, consentendo di rilassare le inevitabili tensioni relative alla gestione dei dati e dei costi in un mix che dipende dalla particolare organizzazione. Il rallentamento nella crescita testimoniato dagli indicatori economici mostra sia l’avvicinarsi ad una maturazione del mercato Cloud che l’apertura di una fase di riflessione sul ritorno dall’investimento fatto.

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